Padova firme false per forza nuova, chiesto il processo per 7 politici

Fogna nuova no grazie

Il 23 aprile davanti al giudice dell’udienza preliminare anche gli assessori provinciali Mauro Fecchio ed Enrico Pavanetto. L’accusa è di aver “certificato” le false firme dell’estrema destra

di Carlo Bellotto

I politici sotto accusa per le firme false

PADOVA. Nella loro qualità di pubblici ufficiali, deputati ad autenticare le firme dei sottoscrittori della lista provinciale per l’elezione del consiglio regionale del Veneto del 2010 di Forza Nuova, hanno certificato che le firme di alcune persone erano vere ed erano state apposte in loro presenza. Non era vero. Quindi il pm Marco Peraro ne chiede il rinvio a giudizio e sette politici di centrodestra finiranno il 23 aprile (quindi all’incirca un mese prima delle elezioni comunali) davanti al giudice Chiara Bitozzi che deciderà in merito al loro rinvio a giudizio. L’accusa per tutti è di aver formato e sottoscritto una lista di elettori in parte falsa, visto che per l’accusa gli elettori (34 in tutto) non avevano mai apposto le predette sottoscrizioni. Sulla base di una segnalazione anonima il pm Peraro ha deciso di volerci veder chiaro.

Gli indagati. A finire nei guai personaggi di spicco della politica di destra padovana: gli assessori provinciali Mauro Fecchio di Correzzola (gli vengono contestate 3 firme fasulle) ed Enrico Pavanetto di Piazzola sul Brenta (4 firme); i consiglieri comunali Stefano Grigoletto di Padova (9 firme) e Vittorio Aliprandi di Bagnoli di Sopra (8 firme); il presidente del quartiere Arcella Luisella Rettore di Padova (4 firme), e i due consiglieri provinciali Mauro Spigarolo di Carmignano di Brenta (3 firme) e Gianfranco Vezzaro di Campodoro (3 firme).

L’indagine. Sul tavolo del pubblico ministero Marco Peraro, un fascicolo che contiene poco più di un centinaio di firme, raccolte a sostegno della corsa a governatore del Veneto dell’esponente di Forza Nuova (Fn) Paolo Caratossidis. Sembra che 34 delle persone che risultano aver apposto il proprio nominativo sui moduli elettorali, non sapessero di averlo fatto. L’indagine prende avvio da Arezzo per una coincidenza e i fatti sono stati commessi, a seconda dei casi, rispettivamente dall’ottobre 2009 al 18 febbraio 2010, 5 episodi e Padova e 2 a Este. Lo scenario di allora è la corsa alla presidenza della Regione Veneto, vinta poi dal leghista Luca Zaia ancora al timone della Regione. Tutti i partiti, per partecipare alle elezioni, devono raccogliere delle firme a sostegno del proprio candidato presidente: così stabilisce la legge. Si tratta di nominativi sui quali un pubblico ufficiale (come si è visto un assessore, un consigliere, un presidente di quartiere) deve apporre il sigillo, pena la non validità dei moduli raccolti. Gli indagati si sono prestati a compiere un lavoro che di fatto è routine per i politici che rivestono ruoli istituzionali.

L’aiuto a Forza Nuova. L’assessore Fecchio si era già difeso spiegando che autentica firme per le elezioni politiche da vent’anni e che e che lo si fa sempre in buona fede, guidati dallo spirito istituzionale. Forza Nuova non poteva contare su nessuno dei “suoi”, quindi ha chiesto aiuto a assessori e consiglieri dell’area ex Alleanza Nazionale per autenticare le firme. Nell’estate del 2013 i poliziotti della Digos, su mandato della procura, hanno passato al setaccio i nominativi raccolti a sostegno di Caratossidis. Interrogato in merito al suo nominativo che compariva in quella lista infatti, pare che più di qualche presunto sostenitore abbia dichiarato di non aver mai messo la firma da nessuna parte. Gli indagati entrano in gioco perché quei nominativi li hanno autenticati in sede di raccolta (nei banchetti elettorali) in quanto pubblici ufficiali. Nutrita come ovvio la pattuglia di difensore che assiste gli imputati: Aliprandi è difeso da Andrea Sanguin, Fecchio da Alberto Berardi, Grigoletto da Giuseppe Pavan, Pavanetto da Leonardo Mazzucato, Rettore da Giuseppina Zoccarato, Spigarolo da Sabrina Contarin e Vezzaro da Leonardo Mazzucato. Ora bisognerà attendere la decisione del giudice.
19 febbraio 2014

http://www.ecn.org/antifa/article/4220/padova-firme-false-per-forza-nuova-chiesto-il-processo-per-7-politici

La “gestione violenta del disordine”.. Intervista a Turi Palidda

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Salvatore (Turi) Palidda è un sociologo che insegna presso l’Università degli Studi di Genova sociologia generale, sociologia dei processi migratori e sociologia delle migrazioni. Nella sua lunghissima carriera si è occupato soprattutto di studiare il ruolo della polizia italiana, analizzando le trasformazioni delle sue funzioni rispetto al quadro generale della sicurezza urbana.
Con il suo aiuto, abbiamo analizzato alcuni aspetti che stiamo trattando da circa un mese e l’abbiamo fatto tramite il punto di vista di uno studioso che da sempre si è impegnato per una democratizzazione reale delle forze di polizia in Italia.

Vorrei partire da una considerazione dell’avvocato Ciruzzi, Presidente della Camera Penale di Napoli, che in una intervista che mi ha rilasciato poco tempo fa, ha analizzato quel meccanismo da lui definito come “scorciatoia del consenso” o anche “uso improprio del diritto penale”, cioè quel modus operandi tramite il quale la politica strumentalizza e criminalizza alcuni settori della società per creare una sicurezza illusoria, individuando il nemico di turno da combattere. E’ in sintonia con questa idea?

Lui la chiama uso improprio del diritto penale, in realtà la questione è squisitamente politica. Nella storia dell’umanità l’uso delle paure, di certe insicurezze, l’esasperazione di alcune cose è sempre stato abituale da parte del potere, da parte dei dominanti proprio per creare consenso. La costruzione e la riproduzione del nemico di turno è sempre stata essenziale al potere per creare consenso e coesione sociale. Come si spiega tutto ciò? Si spiega con l’analisi che ci dice che, a partire soprattutto dagli anni ’80, c’è stato un processo di destrutturazione provocato dalla cosiddetta rivoluzione liberista, insieme all’erosione del welfare, che hanno creato incertezze ed insicurezze nel cittadino. Il potere cosa fa? Per occultare le vere ragioni di queste paure (disoccupazione, precarietà, mancanza di reddito) attribuisce tutti i malesseri sociali alla criminalità ed in particolare ad una criminalità che sarebbe stata prodotta da immigrati, dai rom, dagli emarginati ed ovviamente, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, al terrorismo internazionale. Anche i media, che sono gli altoparlati del potere, amplificano queste insicurezze, contribuendo a costruire il nemico di turno. Tutto ciò ha permesso l’occultamento di tutte le vere insicurezze, quelle che io chiamo le “insicurezze ignorate”, che si sono sempre di più aggravate e che sono diventate una catastrofe. In Italia, per esempio, si moltiplicano sempre di più i disastri ambientali, i disastri sanitari, esiste un elevato tasso di mortalità a causa del cancro di cui quasi nessuno parla, per non citare poi le tantissime economie sommerse che sono direttamente collegate al problema dell’evasione fiscale. Dal 1990 ad oggi destra e sinistra hanno esasperato queste paure e nessuno invece ha parlato seriamente delle “insicurezze ignorate”.
L’uso ma soprattutto l’abuso di questi allarmi, di queste paure ha un nome molto chiaro, possiamo infatti definirle come armi di distrazione di massa. Tutto ciò comporta anche che la gran parte dei poliziotti, come anche altri corpi di polizia, sono stati istigati ad assumere comportamenti diciamo muscolosi nei confronti di questi ipotetici nemici.

Collegandomi a questo ultimo passaggio, cioè quello del comportamento muscoloso della polizia, lei ha definito questo tipo di atteggiamento già ai tempi del G8 di Genova del 2001 come una “gestione violenta del disordine”. Ci spiega questa sua osservazione.

La polizia storicamente nasce in alternativa all’esercito, che è addestrato alla guerra, in primis a sparare contro il nemico. La polizia, in uno Stato democratico, nasce e si sviluppa per svolgere una pratica che è prima di tutto di separazione di quelle categorie che venivano chiamate nel IXX sec. classi laboriose e classi pericolose, cioè individuare i delinquenti e coloro che hanno bisogno di tutela. Il poliziotto, ma soprattutto il dirigente di polizia, dovrebbe essere dotato di questa capacità di discernimento e quindi di selezione. Ora, la polizia ha gestito storicamente il disordine alternando il bastone e la carota e nei periodi di gestione pacifica prevaleva sempre il compromesso, un compromesso quasi tacito del disordine. Quando invece prevale la gestione violenta non si concede nessuno spazio, nessuna via di fuga, nessuna possibilità di negoziazione pacifica. Quello che è successo prima Napoli con il Global Forum e poi a Genova durante il G8 ne sono l’esempio lampante, ma ciò accade in tutto il mondo non solo da noi. In questi casi, inevitabilmente, c’è la scheggia impazzita, ma non la mela marcia attenzione. La scheggia impazzita esiste ed è tipica di quelle situazioni in cui può avere più spazio, in cui è favorito, ha più libertà di scatenarsi in maniera violenta, soprattutto in una piazza come quella di Genova dove le comunicazioni tra reparti erano state interrotte, così come a Milano nel lontano 1994.

Le schegge impazzite di cui lei parla sono proprio tutti quegli agenti che hanno commesso un abuso di potere in servizio. Pensiamo ai casi di Michele Ferrulli, di Giuseppe Uva, di Stefano Brunetti, fino a forse i due casi più conosciuti, cioè le morti di Cucchi ed Aldrovandi. Nella maggior parte di questi casi, tutti gli agenti coinvolti sono riusciti a cavarsela con pene lievi o addirittura sono stati scagionati dai processi in cui erano coinvolti per questi episodi. A ciò si aggiungono le coperture di Questure e dei colleghi, il non allontanamento dal servizio e addirittura il ritorno in servizio di tre dei quattro agenti condannati in tutti i gradi di giudizio che hanno ucciso il giovane Aldrovandi. In questo quadro così drammatico, il cittadino come può avere fiducia?

Tutto ciò non è novità, si può dire che in passato era ancora peggio. La questione è molto semplice, può lo Stato processare se stesso? Chi è lo Stato? Le Istituzioni, ma anche le polizie e la magistratura. Perché mai lo Stato dovrebbe ammettere i suoi abusi? In Italia è ancora peggio che negli altri paesi perché all’estero esistono dei meccanismi, dei dispositivi che anche se apparentemente individuano il capo espiatorio, cioè per fino l’America di Bush ha condannato i responsabili di Abu Ghraib, seppur solo alcuni. Perché in Italia non succede questo? Perché la tragedia qui è che, nonostante abbiamo una delle Costituzioni più avanzate del mondo, purtroppo i principi di questa Costituzione non si sono mai tradotti in precisi meccanismi, dispositivi e pratiche di governo democratico e soprattutto non c’è mai stato un vero controllo politico delle forze di polizia. Paradossalmente c’è stato un controllo politico sulle forze armate, ma sulle forze di polizia non c’è mai stata attenzione, anzi. Tutta la classe politica italiana come gestiva gli affari di polizia? Come affari riservati di cui non si discuteva mai in pubblico e mai è stata prevista l’istituzione, per esempio, di un’autorità indipendente che controllasse l’operato della polizia. Mai è stato previsto il monitoraggio di tutti i casi di corruzione, abusi, crimini commessi da operatori delle forze di polizia. Se noi avessimo la possibilità di studiare attentamente tutti questi casi, la stessa Istituzione ne uscirebbe rafforzata e ne uscirebbe un’immagine più credibile agli occhi del cittadino qualsiasi. Sarebbe una prova di trasparenza, di democrazia, utile a correggere le derive anti democratiche che ci sono sempre state e ci saranno sempre comunque in una caserma, in un commissariato perché è una questione di pratiche, non esiste infatti quotidianamente una pratica comune che contrasti queste tendenze autoritarie e violente.

Proprio sulla questione pratiche, il vice capo della polizia, il dott. Marangoni è responsabile della “commissione per le buone pratiche”, struttura che ha il compito di studiare un regolamento operativo a garanzia sia dei poliziotti che dei cittadini. Ha qualche suggerimento?

Le commissioni o gli esperti di cui si è sempre avvalsa la polizia, ma anche tutte le strutture dell’apparato statale, sono sempre state commissioni di persone compiacenti, di professionisti che hanno una riverenza nei confronti dei vertici di queste autorità. Francamente se qualcuno volesse essere veramente utile ad una istituzione di uno Stato democratico dovrebbe avere il coraggio e la franchezza di esercitare la parresia di Socrate, cioè la critica al potere con franchezza, dire la verità al potere. Solo questo aiuterebbe a correggere le storture e le derive degenerative. Pensiamo all’alta formazione nelle scuole di polizia, che è un argomento poco conosciuto in Italia. Perché la formazione del personale di polizia, ma anche quella dei dipendenti della pubblica amministrazione, non si fa nelle università pubbliche? Gli agenti svolgerebbero parte della loro formazione insieme ai cittadini e questo li porterebbe a confrontarsi non con un mondo chiuso, con una corporazione che alimenta e giustifica lo spirito di corpo. Il prefetto Marangoni, il capo della Polizia, tutti i Ministri possono dire quello che vogliono ma fin quando non si farà ricorso a delle autorità indipendenti poco cambierà ed è ovvio che non chiederanno mai a me di andare a fare l’alta formazione. Siamo in un mondo di gente che non è abituata al confronto alla critiche.

Riguardo al numero identificativo sulle divise degli agenti in servizio si è molto discusso ed è, forse, quasi impossibile che venga introdotto in Italia. Secondo lei perché?

Chi si oppone oggi a questo strumento dovrebbe spiegare il perché i loro colleghi all’estero l’hanno accettato. Gli chiederei solo questo. Perché negli altri paesi è stato accettato e nessuno lo mette in discussione? Sono masochisti? La questione è che qui siamo ancora legati ad una tradizione che risale all’eredità fascista, non si può negare la trasparenza. Io sono feroce su questo punto perché non c’è nessuna giustificazione. In nessun altro paese è così, nessuno oserebbe dire in Inghilterra, per esempio, che il numero identificativo non è accettabile. Bisogna anche dire però che non è il numero identificativo che cambierà il mondo e i corpi di polizia. Ci sono urgenze maggiori.

Una di queste urgenze potrebbe essere una legge sulla tortura, che in Italia ancora manca?

Esatto, lo reputo ancora più importante ed urgente del numero identificativo.
Se chiedi alla gran parte dei parlamentari italiani non sa come funziona la polizia di Stato, non hanno cognizione di cosa significhi il reato di tortura o addirittura del codice deontologico della polizia che è stato approvato dal Consiglio dei Ministri Europei nel 2001, cioè tredici anni fa. Perché in Italia ancora non è pratica, ancora non è legge? Perché in Italia non è stata adottata nessuna direttiva a riguardo? Qui le responsabilità enormi sono della sinistra, dei cosiddetti democratici. Sono passati tredici anni e mai a nessuno gli è venuto in mente di procedere a riguardo?
Se noi dovessimo fare un confronto, lo dovremmo fare con tutti quelli che hanno avuto una dittatura fascista tra le due guerre quindi la Germania, la Grecia, la Spagna ed il Portogallo. Prendiamo questi casi. Perché in Germania si è fatto un vero processo di democratizzazione? Perché veramente si sono ripuliti dal nazismo, sia nel pubblico che nel privato? Eliminare i residui, le complicità, le connivenze con il nazismo è stato fondamentale. Da noi l’epurazione, quella seria, non c’è stata, siamo stati quaranta anni democristiani, adesso siamo post democristiani, la sinistra si è convertita al liberismo. Anche in Spagna, dove la fine del franchismo è più recente, c’è stata una democratizzazione maggiore rispetto all’Italia. Ciò non significa certo che nella polizia spagnola non ci siano casi di violenza, anzi, ci sono in tutte le polizie del mondo. Il morto può scappare sempre in uno scontro di piazza, in ogni piazza del mondo, ma una cosa è che si verifichi un incidente, un’altra cosa è che c’è invece un preciso orientamento per la gestione violenta del disordine. Quando tu Stato non hai né punito né sospeso, addirittura eliminato, persone che hanno ammazzato il giovane Aldrovandi, piuttosto che altri, che messaggio lanci? Un preciso messaggio di legittimità di questi comportamenti. Tu agente puoi fare quello che vuoi, tanto poi sarai coperto.
Una responsabilità gravissima ce l’hanno anche tutti i sindacati di polizia. Perché il 99% dei poliziotti si iscrive ad un sindacato? Sono tre le ragioni. Uno è per avere le spalle coperte, perché sempre puoi avere qualche problema. La seconda cosa è per avere favori. L’ultima è per avere qualche possibilità in più rispetto a chi non è protetto da nessuno. I sindacati hanno una responsabilità enorme.

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L’ultima provocazione contro il movimento No Tav

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Immancabile come l’influenza invernale, alla vigilia della mobilitazione nazionale contro la repressione, con al centro la resistenza No Tav (per continuare con Roma e Napoli), arriva la solita letterina delirante che finge di inneggiare al “movimento” e ne prepara l’attacco da parte degli organi repressivi. Una busta e un francobollo costano poco, ma se il gioco funziona il risultato politico può essere importante…

Un documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia “la lotta armata di liberazione”, è stato infatti recapitato oggi all’Ansa di Torino. Il documento parla di “lotta di liberazione contro il Tav” e di un “tribunale rivoluzionario” che “condanna a morte” alcune persone ritenute “responsabili della repressione in atto” nei confronti del movimento notav.

Un delirio di frasi sconnesse, mal copi-incollate da qualche documento d’altri tempi e che – in totale assenza di qualsiasi episodio di violenza reale – viene elevato dai media a “prova” di una realtà inventata. Ricordate l’episodio delle “molotov  sul pianerottolo” di Stefano Esposito, senatore Pd autodichiaratosi ultrà pro-tav? Sembra un episodio della stessa saga. Allora, però, fu lo stesso Esposito ad autodenunciarsi “rivelando” – nel corso di lacrimevoli e vittimistiche interviste – che il suo palazzo era inzeppato di telecamere. Come nel caso dell’”attentato a Belpietro”, però, non è venuto fuori nemmeno un fotogramma sfocato. Che si sia trattato, in entrambi i casi, di “attentatori” che viaggiavano a velocità della luce?

Tornando ad oggi. Il documento, recapitato in una busta bianca affrancata e con timbro postale apparentemente di Torino, è naturalmente stato posto al vaglio degli investigatori.

La sigla fantasiosa è del tutto nuova, quasi “apolitica”. “I NUCLEI ARMATI OPERATIVI (NOA) – si legge nel documento – sono pronti all’azione diretta nei confronti dei mandati e degli esecutori della strategia repressiva che sta togliendo libertà e prospettiva al movimento no tav. Le accuse, ridicole, di terrorismo richiedono una risposta forte che dimostri, rapidamente, che non siamo inermi. Ora è il momento di praticare la lotta armata di liberazione, i terroristi sono loro, noi siamo i partigiani della libertà”.

Come si può notare, l’anonimo e maldestro estensore non usa – perlomeno nelle parti pubblicate dalla stessa Ansa – alcuna connotazione politica particolare. Il termine “rivoluzionario” viene usato come se significasse qualcosa anche senza un aggettivo qualificativo particolare.

In secondo luogo,prima finge di “difendere” il movimento dalle acuse di “terrorismo” (“ridicole” è anche l’unica parola giusta del testo), ma subito dopo usa il “noi non siamo  inermi” come se a parlare fosse il movimento stesso. Conoscendo un po’ la storia di questo paese, insomma, sembra proprio che il comunicato sia stato scritto e diffuso all’unico scopo di “confermare” la fantasiosa tesi accusatoria elaborata da Giancarlo Caselli & co. nella procura di Torino.

La sigla ‘Noa’, spiega l’Ansa, è già nota agli inquirenti. E soltanto a loro, bisogna dire.

“Torino è il luogo da cui partiremo per svegliare le coscienze proletarie e rivoluzionarie”, si legge ancora nel documento scritto a computer, che si conclude con la “condanna a morte” del “tribunale rivoluzionario insediato per valutare le responsabilità politiche della repressione in atto nei confronti del movimento notav in Valsusa”.Troppo palese lo scimmiottamento dei comunicati anni ’70, nella versione penosa rielaborata dagli sceneggiati Rai degli ultimi mesi… Per favore, cambiate ghost writer!

Il documento fa riferimento, in particolare, a quattro persone. E definisce le condanne “immediatamente esecutive”. Un po’ di suspence, alla fin fine, è necessaria…

Questoè il regime in difficoltà: una manica di balle “programmatiche” raccontate da chi rivceve l’incarico di governo e una manica di balle per tenere la gente esasperata lontana dalle piazze. Ci abbiamo fatto l’abitudine, non ci caschiamo.

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La dichiarazione del Movimento No Tav:

Rispediamo al mittente (Governo & C) queste deliranti follie

A pochi giorni dalle manifestazioni nazionali previste per il 22 febbraio, in piena campagna di raccolta fondi per le spese legali del MOVIMENTO NO TAV, in un momento di grande rilancio della lotta civile, popolare, nonviolenta contro LO SPRECO DELLE RISORSE E CONTRO LE GRANDI OPERE INUTILI E IMPOSTE che uniscono i resistenti di tutt’Italia e dell’Europa i “poteri forti e più o meno occulti” rispondono con i soliti metodi TERRORISTICI vecchi di decenni.

Abbiamo più volte ribadito che il DNA del Movimento NO TAV è quello di essere un movimento popolare, di massa e pronto a praticare, a viso aperto, le necessarie forme di disobbedienza civile ma senza  alcuno spazio per la violenza contro le persone.

Questa è la storia della nostra lotta ventennale, del nostro presente e del nostro futuro.

Nessuno ha alcun titolo e nessuno può permettersi di strumentalizzare  il Movimento e tantomeno di pensare di potersi sostituire al percorso di lotta che il Movimento NO TAV ha deciso e costruito, collettivamente, nella pratica quotidiana e a viso aperto.

Conosciamo troppo bene i mandanti di queste operazioni vecchie di quarant’anni.

Rispediamo al mittente (Governo & C) queste deliranti follie.

Movimento NO TAV

http://www.osservatoriorepressione.info/

Remi Kanazi – This Divestment Bill Hurts My Feelings [Official Video] – YouTube

Tirreno Power: 400 morti causati dalla centrale a carbone

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Dopo mesi di indagine, analisi di studi, ascolto di consulenti, la procura ligure di Savona accusa in modo diretto di centinaia di vittime tra lavoratori e residenti la centrale a carbone Tirreno Power di Vado,  sesta azienda per produzione di energia in Italia e controllata da Sorgenia, azienda del gruppo Cir – De Benedetti.

Per il procuratore Francantonio Granero le emissioni della centrale a carbone di Vado (Sv) hanno causato 400 morti tra il 2000 e il 2007. “Senza la centrale di Vado tanti decessi non vi sarebbero stati”, ha detto.E l’affermazione non si basa su un calcolo algoritmico, come era emerso in passato, ma su dati reali.  Secondo il procuratore, ci sarebbero stati anche “tra i 1700 e i 2000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini ricoverati per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″. Il perimetro della mappa riguarda quasi tutta Savona, Vado, Quiliano, Bergeggi e in parte Albisola e Varazze.

Sull’attività di Tirreno Power sono aperte da tempo due filoni d’inchiesta da parte della Procura, una per disastro ambientale e una per omicidio colposo. Nell’inchiesta risultano indagati per disastro ambientale Giovanni Gosio ex direttore generale, dimessosi alcune settimane fa, e il direttore dello stabilimento Pasquale D’Elia. Ci sarebbe anche un terzo indagato di cui non si conosce il nome.

Da tempo ambientalisti e comitati di cittadini avevano lanciato un allarme sulle emissioni della centrale di Vado. Ora l’attività d’indagine della procura, pare avere in mano dati e certezze: i fumi di quelle ciminiere uccidono.

Il commento di Franco Zunino, rete savonese Fermiamo il Carbone.

Da Radio Onda d’Urto

Tirreno Power: 400 morti causati dalla centrale a carbone.