«Disumani e inutili, chiudete per sempre i Cie!»

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Il rapporto di Medu, Medici per i diritti umani, rivela l’assurdità dei lager per stranieri inventati da Napolitano, Bossi e Fini

Seimila prigionieri ma meno della metà viene rimpatriata. I Cie sono una macchina disumana (inventata da una legge firmata dall’attuale presidente della Repubblica quando era il ministro degli Interni che secretava i dati agghiacciati sulla Terra dei Fuochi) che nemmeno serve ma macina un sacco di soldi pubblici.

Dati alla mano, Medici per i Diritti Umani (MEDU) rende noti i dati nazionali sui centri di identificazione ed espulsione relativi all’anno 2013. Secondo la Polizia di Stato, nel 2013 sono stati 6.016 (5.431 uomini e 585 donne) i migranti trattenuti in tutti i centri di identificazione ed espulsione (CIE) operativi in Italia. Meno della metà di essi (2.749) è stata però effettivamente rimpatriata, con un tasso di efficacia (rimpatriati su trattenuti) che è risultato inferiore del 5% rispetto all’anno precedente: 50,5% nel 2012 versus 45,7% nel 2013. Il numero complessivo dei migranti rimpatriati attraverso i Cie nel 2013 risulta essere lo 0,9% del totale degli immigrati in condizioni di irregolarità che si stima essere presenti sul territorio italiano (294.000 secondo i dati dell’ISMU al primo gennaio 2013).

I numeri, secondo la Ong, confermano, da un lato l’inefficacia e l’irrilevanza dello strumento della detenzione amministrativa nel contrasto dell’immigrazione irregolare, dall’altro l’inutilità e l’irragionevolezza dell’estensione del trattenimento da 6 a 18 mesi (da giugno 2011) ai fini di un miglioramento nell’efficacia delle espulsioni. Del resto, l’abnorme prolungamento dei tempi massimi di detenzione amministrativa sembra aver contribuito unicamente ad esacerbare gli elementi di violenza e disumanizzazione di queste strutture. Ne sono esempi drammatici le ripetute rivolte.

I team di MEDU hanno visitato per 18 volte tutti i CIE nel corso degli ultimi due anni producendo un rapporto dettagliato Arcipelago CIE). Il tempo medio di permanenza all’interno dei CIE è di 38 giorni ma è calcolato su tutte le persone transitate nei centri compresi i migranti il cui trattenimento non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria e dunque con un transito rapidissimo. Di fatto, gli operatori di Medici per i Diritti Umani hanno rilevato numerosi casi di migranti trattenuti per periodi superiori ai 12 mesi, anche in condizioni di estrema vulnerabilità e di grave disagio psichico.

«Nel corso del 2013 del resto, di fronte all’immobilità dei decisori politici, il “sistema CIE” è sembrato implodere motu proprio di fronte a inefficienza, condizioni di vita disumane che alimentano rivolte e proteste disperate, tagli ai budget di gestione che pregiudicano anche i servizi più essenziali. Attualmente otto centri sono stati temporaneamente chiusi a causa di danneggiamenti o problemi di gestione, mentre i cinque CIE di Torino, Roma, Bari, Trapani Milo e Caltanisetta operano con una capienza molto limitata. Per tutte queste strutture vale la considerazione fatta a proposito del CIE di Trapani Milo in occasione dell’ultima visita effettuata degli operatori di MEDU il 23 gennaio scorso: un luogo di inutile sofferenza. Sofferenza e disagio che colpisce in primo luogo i migranti trattenuti, ma che pervade e raggiunge in diverso modo tutti coloro che vi operano: dagli operatori degli enti gestori alle forze di polizia», commenta la ong tornando a reclamare la chiusura definitiva dei Cie vista la loro palese inadeguatezza strutturale e funzionale, la riduzione a misura eccezionale del trattenimento dello straniero ai fini del suo rimpatrio, l’adozione di misure di gestione dell’immigrazione irregolare, caratterizzate dal rispetto dei diritti umani e da una maggior razionalità ed efficacia nell’ambito una profonda riforma delle politiche migratorie e dell’attuale legge sull’immigrazione.

Dalla Val di Susa al Veneto. “30N” proclama due giornate di mobilitazione venerdì 21 e sabato 22 febbraio

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L’assemblea dei comitati del Veneto “30 novembre” raccoglie l’appello del movimento No Tav della Val Susa per

 due giornate di mobilitazione il 21 e 22 febbraio

IL VENETO AFFOGA NEL CEMENTO

Basta consumo di suolo, fermiamo grandi opere inutili e dannose

In queste ore mezzo Veneto è sotto acqua, migliaia di persone in difficoltà, danni per centinaia di milioni di euro. Le caratteristiche eccezionali del maltempo dimostrano quanto il surriscaldamento globale e i conseguenti cambiamenti climatici condizionino ormai irreversibilmente la nostra vita quotidiana. Sono stati raggiunti e superati i limiti di un modello di sviluppo distruttivo che si è divorato risorse finite, territorio e relazioni sociali. Il disastro di queste ore è un fenomeno tutt’altro “naturale”, ma il risultato di un territorio cementificato e impermeabilizzato, in cui poco o nulla è stato fatto per intervenire sul dissesto idrogeologico.

È il frutto malato di una crescita senza freni guidata solo dalla logica del profitto per pochi e a danno di molti e delle future generazioni. Una logica che si traduce in speculazione edilizia su larga scala e nella riproposizione di grandi opere infrastrutturali, e che si perpetua nel Piano Casa e nel Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (PTRC), voluti dalla Giunta Zaia e approvati dalla maggioranza che governa il Veneto.

A questo si aggiungono, nelle ultime settimane, i continui, ripetuti e aggravati disagi nel trasporto ferroviario regionale, risultato del disinvestimento negli ultimi anni nei servizi dedicati a lavoratori e studenti pendolari, a favore unicamente del mito dell’”Alta Velocità”. E, dal 1° gennaio, il pesantissimo aumento delle tariffe autostradali che penalizza in particolare, anche in questo caso, gli utenti pendolari. È il fallimento di una politica della mobilità che ha avuto come suoi pilastri l’incremento del traffico su gomma, la logica dei grandi progetti di autostrade e del project financing come strumento per realizzarle.

Per bloccare il consumo di suolo e ridurre drasticamente l’inquinamento atmosferico è anche qui necessaria una decisa svolta verso una mobilità sostenibile e di qualità. Non servono nuove linee per il TAV, ma un sistema metropolitano regionale che consenta a lavoratori e studenti pendolari di muoversi in sicurezza e a costi contenuti. Non servono nuove strade, né pedaggi che alimentano solo i profitti e la corruzione della lobby del cemento, ma eco-tax mirate a colpire chi più inquina e a finanziare un trasporto pubblico, nazionale, regionale e locale, su misura dei bisogni dei più.

Per questo raccogliamo la proposta di una giornata nazionale di mobilitazione e di lotta, lanciata dal movimento No Tav della Val Susa, “a tutte quelle realtà che resistono e si battono contro lo spreco delle risorse pubbliche, contro la devastazione del territorio, per il diritto alla casa, per un lavoro dignitoso, sicuro e adeguatamente remunerato.” Una giornata nazionale di lotta, territorio per territorio in difesa del diritto naturale e costituzionale di opporsi alle scelte governative che tengono solo conto degli interessi dei potentati, delle lobby, delle banche e delle mafie a danno della popolazione.” E contro qualsiasi tentativo di intimidire chi difende i beni comuni, come sta accadendo con le inchieste giudiziarie, in Piemonte come a Schio o Belluno, o con le multe da migliaia di euro per chi manifesta contro le grandi navi a Venezia.

Proponiamo a tutte e tutti di dare vita a due giornate di mobilitazione, diffusa su tutto il territorio regionale con iniziative da definire localmente, per VENERDÌ 21 E SABATO 22 FEBBRAIO, per fermare le grandi opere inutili e devastanti che cementificano e rendono insicuro il territorio, per battere il sistema politico-affaristico del project financing e la logica del profitto per pochi, per una nuova finanza pubblica e sociale, per il rispetto dei risultati referendari a difesa dell’acqua come bene comune, per una mobilità sostenibile, pubblica e di qualità.

Nella nostra regione abbiamo delle battaglie da vincere: NO allo sfascio della Pedemontana, all’inutile Orte-Mestre, alla privatizzazione della Nogara-mare, allo scavo di nuovi canali in Laguna per le grandi navi,
perché altre sono le vere, drammatiche urgenze, in tutto il Veneto,
per una nuova qualità di sviluppo e di vita, e un’occupazione durevole e radicata in loco:

–       restaurare la funzionalità dei fiumi e risistemare canali e opere di bonifica per prevenire ulteriori colpevoli disastri e degradi

–       consolidare montagne e colline, per rallentare e fermare i dissesti da cambiamenti climatici

–       mettere in sicurezza/consolidare scuole, case e capannoni soprattutto nelle zone di alto rischio sismico (veronese e pedemontana coneglianese)

–       restituire aria e clima acustico sani, o almeno entro i limiti di legge, alle centinaia di migliaia di persone inquinate dentro casa dal traffico urbano, metropolitano e autostradale di auto e camion; e in generale attuare una sanità più preventiva (sostegno e azioni per un’alimentazione, stili di vita, consumi e ambienti più sani)

–       riattivare piani-programmi di riordino/riqualificazione delle attuali aree urbane: riqualificazione/ rinnovo edilizio, nuovi spazi pubblici (piazze, parchi, servizi, mobilità, spazi sociali) e una nuova offerta di edilizia sociale (specie per giovani, anziani, famiglie numerose, ..; anche in nuove forme: cohousing, autocostruzione, mobilità/modularità, …) diffusa ma integrata nella città esistente

–       innovare/ristrutturare i consumi e l’offerta energetica nelle case, nei trasporti, nelle centrali, nei capannoni e negli impianti industriali, per abbattere gli sprechi, gli inquinamenti e l’effetti serra (ma senza compromettere i fiumi, le campagne, la produzione alimentare, il paesaggio)

–       promuovere e sostenere le nuove agricolture/zootecnie/ittica di qualità e sostenibili (specie nelle aree marginali), che tutelino il lavoro ed eque remunerazioni ma anche la salute (dei consumatori, dei lavoratori, del suolo, delle falde e dei fiumi, degli animali, degli ecosistemi, delle aree naturali);

–       ridurre incidenti e malattie sul lavoro (in edilizia, negli impianti, in agricoltura) e nell’ambiente (100 % riuso/riciclo, stop discariche e incenerimenti)

e un’altra mobilità, più sicura ed economica, è possibile e convenientesenza grandi nuove opere, potenziando e/o innovando le infrastrutture esistenti:

–       nelle città e nelle cinture urbane, togliendo strade/corsie alle auto per restituirle alle esigenze di qualità e sicurezza dei pedoni e ciclisti e a un’offerta di bus e tram più numerosi e veloci

–       nell’area vasta, moltiplicando linee, corse e fermate del servizio ferroviario regionale, e corrispettive nuove e più regolari linee bus di complemento

–       razionalizzando la raccolta e distribuzione metropolitana delle merci con piani pubblici di servizi di logistica (centri e servizi merci pubblici e coordinati, treni navetta container e nuovi raccordi ferroviari merci, orari e percorsi dei camion regolati e sicuri)

–       per le lunghe distanze, riqualificando e potenziando le ferrovie esistenti per una ragionevole alta velocità delle persone e una nuova capacità e affidabilità merci (da e verso nord, prima che per l’est), penalizzando al contempo spostamenti di lunga distanza su gomma

–       introducendo nuovi sistemi e servizi di mobilità sostenibile e pubblica verso e nelle aree turistiche balneari, montane e lacuali.

INSIEME POSSIAMO FARCELA, MOBILITIAMOCI DAPPERTUTTO IL 21 E IL 22 FEBBRAIO.

Assemblea dei comitati e delle associazioni ambientaliste del Veneto “30N”

http://www.eco-magazine.info/eco-news/4007/il-veneto-affoga-nel-cemento-30n-proclama-due-giornate-di-mobilitazione-venerdi-21-e-sabato-22-febbraio.html

Free Joel: campagna di solidarietà per l’Antirazzista in carcere

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Gli  Antirazzisti di Stoccolma hanno diffuso quest’appello ai movimenti affinché essi dimostrino la propria solidarietà nei confronti di Joel, un antirazzista incarcerato. Egli è colpevole di aver partecipato e difeso una manifestazione antifascista nel quartiere di Karrtrop, vittima di un attacco nazista il 15 dicembre scorso. Molti Antinazisti sono rimasti feriti nel corso dell’assalto e Joel pochi giorni dopo è stato trasportato in carcere. Il 22 dicembre, una partecipatissima manifestazione di circa 20 milioni di persone ha percorso nuovamente le vie del quartiere per ricordare che non vi è posto per i fascisti.

Pubblichiamo di seguito la traduzione dell’appello diffuso dagli Antirazzisti svedesi:

Chiamata internazionale per la solidarietà!

Noi, Antifascisti di Stoccolma, diffondiamo una chiamata internazionale rivolta ai movimenti di sinistra per delle azioni di solidarietà e sopporto nei confronti di un nostro compagno incarcerato. Egli è in carcere per aver partecipato a una manifestazione antirazzista organizzata dalla comunità in Karrtorp, un quartiere di Stoccolma che si è opposto all’attacco nazista del 15 dicembre. Cittadini di ogni genere- genitori con figli, anziani e giovani – sono scesi nelle vie per rifiutare con fermezza l’organizzazione nazista, la quale in precedenza aveva attaccato antirazzisti e aveva tentato di propagandare le proprie ideologie nelle scuole del vicinato. I cittadini hanno organizzato una manifestazione pacifica, la quale è stata attaccata da un gruppuscolo di nazisti armati con coltelli, bastoni e bottiglie di vetro. Gli antifascisti si sono opposti all’attacco per difendere le famiglie presenti. Molti sono rimasti feriti e un manifestante è stato arrestato poco giorni dopo, anche se gli antifascisti non hanno fatto altro che difendere se stessi.

Una settimana dopo, il 22 dicembre, la manifestazione più grande degli ultimi tempi in Svezia contro il razzismo e il nazismo ha percorso le stesse vie. Circa 20 mila persone sono scese in strada con un messaggio chiaro: i nazisti non sono benvenuti nella nostra società.

Anche se i compagni di Stoccolma si sono dimostrati forti, noi necessitiamo le vostre azioni di solidarietà e le vostre lettere al compagno imprigionato.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/antifascismoanuove-destre/item/10626-free-joel-campagna-di-solidariet%C3%A0-per-lantirazzista-in-carcere

Albano contro fascismo e revisionismo: “la storia non si cancella”

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Lunedì 10 febbraio noi, le antifasciste e gli antifascisti dei Castelli Romani, siamo scesi nuovamente in piazza per contestare l’ennesima provocazione nazifascista sul nostro territorio, andata in scena ad Albano con il sostegno e la protezione delle forze dell’ordine.

Difatti a Piazza Pia una fantomatica associazione-civetta legata a Forza Nuova, partito d’estrazione nazifascista recentemente salito agli “onori” della cronaca per l’invio di teste di maiale alla comunità ebraica romana, aveva indetto una fiaccolata per celebrare l’occupazione italiana nei Balcani Occidentali, culminata con il genocidio delle popolazioni Yugoslave e la repressione degli antifascisti italiani e locali, e ricordare il bombardamento di Propaganda Fide.

Un’operazione revisionistica che puntava a rimuovere le colpe dell’occupazione nazifascista da quello che fu uno degli eventi più tragici che il nostro territorio ha subito durante la gloriosa lotta di Liberazione dal giogo mussoliniano e hitleriano e che sarebbe quasi ridicola se non riguardasse la morte di 500 persone.

La popolazione ha reagito a questa putrida strumentalizzazione scendendo nuovamente in piazza per ribadire che ad Albano e nei Castelli Romani non c’è mai stato e mai ci sarà spazio per determinati personaggi ed idee la cui fine è stata sancita a Piazzale Loreto nel 1945. Che l’iniziativa chiamata per ricordare i morti di Propaganda Fide fosse solo una strumentalizzazione e una copertura, lo si era capito da subito. Ieri è arrivata la conferma: solo provocazioni sono arrivate dal piccolo concentramento neofascista, composto da una trentina di persone, meno di dieci i locali; tutt’altra cosa rispetto alla compassionevole commemorazione che andavano spacciando nei giorni precedenti. Una ventina di ceffi, casco in testa e armati di cinghie, che si compiacevano al grido di ”dove sono gli antifascisti”. Questa è stata la loro fiaccolata. Pura provocazione e cruda violenza, nient’altro che ciò. Del resto, che per fare una fiaccolata, cinghie e caschi siano di troppo, salvo a voler tornare con la memoria indietro fino ai tempi del ku klux klan, ognuno lo può capire da sé.

Oltre al danno, ovvero questa pagliacciata, si è aggiunta la beffa da parte delle forze dell’ordine che sono state estremamente solerti nel blindarci con jeep e camionette ma, allo stesso tempo, non hanno esitato a scortare un manipoli di nazisti verso i manifestanti che stavano tornando alle proprie macchine. Fortunatamente solo il nostro autocontrollo e responsabilità ha fatto in modo che la provocazione si concludesse in un nulla di fatto rompendo le uova nel paniere al sorridente capo della polizia locale.

Oggi, come il 15 ottobre scorso, la popolazione dei Castelli Romani ha ribadito che il nostro territorio rifiuta il fascismo, il razzismo, il sessismo e l’autoritarismo.

Oggi, come il 15 ottobre scorso, la popolazione dei Castelli Romani ha respinto l’ennesima provocazione fascista telecomandata dalle divise blu.

Qualunque altra iniziativa vorrà infangare il tributo di Resistenza e Martirio che i Castelli hanno dato alla lotta di Liberazione continuerà a vedere la nostra ferma opposizione.

Noi saremo tutto.

Occupazioni Precari Studenti

http://www.contropiano.org/in-breve/italia/item/22119-albano-contro-fascismo-e-revisionismo-la-storia-non-si-cancella

Antifascismo oggi

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Proviamo a tenere insieme due temi che in questi giorni hanno ricevuto molta attenzione – e molte letture – sul nostro giornale: le ipocrisie criminali sulla “giornata del ricordo” e l’annunciato show di Diego Fusaro nella tana di casapound.

Entrambe riguardano il nodo del fascismo e il modo di “rapportarsi” con quanto di lì proviene: idee, uomini, strutture.

Ci sembra di poter dire che entrambi i filoni di discussione hanno evidenziato la presenza di un’”area grigia” – diciamo così – o una “terra di nessuno” nella quale pascolano individui o gruppi che passano indifferentemenre da un lato all’altro di un fossato gigantesco costruito dalla Storia nel ‘900: quello che separa il campo comunista e persino quello della democrazia liberale dal nazifascismo. Gente che pretende, soprattutto, di poter esercitare un “diritto” a frequentare entrambi i campi. “Rosso-bruni”, è giusto definirli. Con gruppi, siti, giornaletti e argomentazioni; “luoghi” entro cui uno può entrare da fascista conclamato e uscirne “ultrasinistro”. Centri di riciclaggio, insomma.

La cosa divertente – diciamo ancora così – è che anche i fascisti pretendono il “rispetto” dell’identico “diritto”, usando gli stessi argomenti.

Non è la prima volta che affrontiamo una situazione del genere. Ricordiamo perfettamente Fausto Bertinotti che, da presidente della Camera, presenziò a un raduno di Atreju (area Alleanza Nazionale, prima dell’implosione), Stefano Sansonetti – allora direttore di Liberazione – andare proprio da Casapound, e altri “sinistri minori” fare aperture simili.

Domanda: questa “disponibilità” è servita a mutare, anche minimente, ideologia e comportamenti dei vari gruppi fascisti? A ridurre – non diciamo azzerare – le aggressioni a compagni o semplici ragazzi che “sembravano” di sinistra?

No.

Quindi ci sfugge, se non altro, l’utilità “politica” di queste frequentazioni che vorrebbero essere “originali” e “spiazzanti”, ma che – alla centesima volta – non possono più pretendere nemmeno questo charme.

Sul piano filosofico, storico, valoriale, invece, i conti sono stati chiusi dal mondo intero con la Seconda guerra mondiale; per quanto riguarda l’Italia, con il 25 aprile 1945. Il fascismo come “male assoluto” non è un’invenzione dei soli comunisti, né un punto di arrivo recente. Cosa fatta, capo ha. Nessun rimorso, nessun ripensamento.

Certo, il capitalismo ha resuscitato sempre – e mantenuto finanziariamente – i fascisti come “carta di riserva” utilizzabile nella logica della “guerra fredda”. Ma, per l’appunto, questo ha chiarito ancora meglio la loro natura, il loro ruolo reazionario e servile e – soprattutto – la loro unica funzione: l’anticomunismo “manuale”, ovvero manovalanza della “guerra a bassa intensità”.

Un fossato invalicabile, anche solo per “distrazione”. Chi decide di varcarlo fa dunque un’operazione politica consapevole: quella di moltiplicare i sentieri nella “terra di nessuno”, attraverso cui i fascisti si infiltrano “a sinistra”.

È una constatazione con decenni di esempi alle spalle, di sigle e simboli comunisti o antimperialisti ripresi e utilizzati senza alcuna vergogna: “Ordine Nuovo” (il giornale fondato da Gramsci), “Fronte della gioventù” (i giovani comunisti nella prima metà del ‘900), persino “Olp” (un gruppetto che si definiva “nazi-maoista” capeggiato da Stefano Delle Chiaie, malamente occultato sotto lo stesso acronimo del movimento palestinese). Si potrebbe andare avanti all’infinito, con i tentativi di appropriarsi di Rino Gaetano, Corto Maltese, Bobby Sands, Che Guevara, movimenti di liberazione nazionale decisamente “di sinistra” (dall’Ira all’Eta), ecc. Ci deve essere un interruttore, nella testa dei fascisti, che impedisce la formulazione di un proprio “pantheon” di idee o icone “presentabili”; o perlomeno alternativo alle maschere d’orrore del loro ‘900.

I fascisti tentano sempre di infiltrarsi a sinistra. È una costante.

Perché lo fanno?

Per raccogliere informazioni da passare ai servizi segreti, per organizzare depistaggi criminali (Mario Merlino ed altri, in occasione della strage di Piazza Fontana), per depotenziare movimenti antagonisti allo stato nascente (quando la “cultura diffusa” è ancora scarsa quanto a memoria storica, o debole sul piano teorico). Per mille altre ragioni che non sempre è possibile decrittare prima, ma che si rivelano sempre – senza eccezioni – un danno devastante per i compagni o i gruppi che, più o meno ingenuamente, sono rimasti “contaminati”.

Con i fascisti non si parla, dunque, perché non c’è nulla da dire; ma soprattutto perché “prevenire è meglio che curare”.

Di questa impostazione metodologica, nella discussione sulla “giornata del ricordo” e la vicenda delle foibe, si sono fatti interpreti decine di compagni, intellettuali, gruppi organizzati, circoli culturali. Su questo giornale abbiamo ospitato diversi interventi sul tema, e altri vogliamo qui citare perché molto interessanti (Wu MingSenza SosteInfoaut), scusandoci con tutti gli autori di altri testi che non ci sono capitati sotto gli occhi.

Ci sembra esistere, dunque, un’esigenza culturale comune – battaglia sulla Storia e battaglia ideale – che chiede una risposta altrettanto comune. Così come esiste un’esigenza politica – l’antifascismo come componente permanente nella mobilitazione di massa – cui non si può realisticamente rispondere “ognun per sé”.

La proposta che avanziamo è dunque semplice e senza carte coperte.

È giunto il momento di avvicinare capacità, competenze, intelligenze e differenti punti di vista nella creazione di un ambito unitario di battaglia culturale, storiografica, filosofica, specificamente antifascista.

È giunto il momento di riappropriarci del 25 Aprile e del Primo Maggio. Resistenza antifascista e movimento dei lavoratori – di tutte le professioni, sotto ogni tipologia contrattuale, con o senza occupazione – sono un unico fiume.

Proviamoci.

Antifascismo oggi – contropiano.org.

Appello dai familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò

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I familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò

In queste settimane avete sentito parlare di loro. Sono le persone arrestate il 9 dicembre con l’accusa, tutta da dimostrare, di aver assaltato il cantiere Tav di Chiomonte. In quell’assalto è stato danneggiato un compressore, non c’è stato un solo ferito. Ma l’accusa è di terrorismo perché “in quel contesto” e con le loro azioni presunte “avrebbero potuto” creare panico nella popolazione e un grave danno al Paese. Quale? Un danno d’immagine. Ripetiamo: d’immagine. L’accusa si basa sulla potenzialità di quei comportamenti, ma non esistendo nel nostro ordinamento il reato di terrorismo colposo, l’imputazione è quella di terrorismo vero e volontario. Quello, per intenderci, a cui la memoria di tutti corre spontanea: le stragi degli anni 70 e 80, le bombe sui treni e nelle piazze e, di recente, in aeroporti, metropolitane, grattacieli. Il terrorismo contro persone ignare e inconsapevoli, che uccideva, che, appunto, terrorizzava l’intera popolazione. Al contrario i nostri figli, fratelli, sorelle hanno sempre avuto rispetto della vita degli altri. Sono persone generose, hanno idee, vogliono un mondo migliore e lottano per averlo. Si sono battuti contro ogni forma di razzismo, denunciando gli orrori nei Cie, per cui oggi ci si indigna, prima ancora che li scoprissero organi di stampa e opinione pubblica. Hanno creato spazi e momenti di confronto. Hanno scelto di difendere la vita di un territorio, non di terrorizzarne la popolazione. Tutti i valsusini ve lo diranno, come stanno continuando a fare attraverso i loro siti. E’ forse questa la popolazione che sarebbe terrorizzata? E può un compressore incendiato creare un grave danno al Paese?

Le persone arrestate stanno pagando lo scotto di un Paese in crisi di credibilità. Ed ecco allora che diventano all’improvviso terroristi per danno d’immagine con le stesse pene, pesantissime, di chi ha ucciso, di chi voleva uccidere. E’ un passaggio inaccettabile in una democrazia. Se vincesse questa tesi, da domani, chiunque contesterà una scelta fatta dall’alto potrebbe essere accusato delle stesse cose perché, in teoria, potrebbe mettere in cattiva luce il Paese, potrebbe essere accusato di provocare, potenzialmente, un danno d’immagine. E’ la libertà di tutti che è in pericolo. E non è una libertà da dare per scontata.

Per il reato di terrorismo non sono previsti gli arresti domiciliari ma la detenzione in regime di alta sicurezza che comporta l’isolamento, due ore d’aria al giorno, quattro ore di colloqui al mese. Le lettere tutte controllate, inviate alla procura, protocollate, arrivano a loro e a noi con estrema lentezza, oppure non arrivano affatto. Ora sono stati trasferiti in un altro carcere di Alta Sorveglianza, lontano dalla loro città di origine. Una distanza che li separa ancora di più dagli affetti delle loro famiglie e dei loro cari, con ulteriori incomprensibili vessazioni come la sospensione dei colloqui, il divieto di incontro e in alcuni casi l’isolamento totale. Tutto questo prima ancora di un processo, perché sono “pericolosi” grazie a un’interpretazione giudiziaria che non trova riscontro nei fatti.

Questa lettera si rivolge:

Ai giornali, alle Tv, ai mass media, perché recuperino il loro compito di informare, perché valutino tutti gli aspetti, perché trobino il coraggio di indignarsi di fronte al paradosso di una persona che rischia una condanna durissima non per aver trucidato qualcuno ma perché, secondo l’accusa, avrebbe danneggiato una macchina o sarebbe stato presente quando è stato fatto..

Agli intellettuali, perché facciano sentire la loro voce. Perché agiscano prima che il nostro Paese diventi un posto invivibile in cui chi si oppone, chi pensa che una grande opera debba servire ai cittadini e non a racimolare qualche spicciolo dall’Ue, sia considerato una ricchezza e non un terrorista.

Alla società intera e in particolare alle famiglie come le nostre che stanno crescendo con grande preoccupazione e fatica i propri figli in questo Paese, insegnando loro a non voltare lo sguardo, a restare vicini a chi è nel giusto e ha bisogno di noi.

Grazie

I familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò

Appello dai familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò.

 

12 febbraio Giornata Internazionale contro l’uso dei bambini soldato

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Nel mondo risultano più di 250 mila bambini ed adolescenti arruolati come soldati, anche se è difficile fare stime esatte ed il numero effettivo è probabilmente più alto.

L’allarme lo lancia la Coalizione Italiana Stop all’Uso dei Bambini Soldato che sottolinea come “l’arruolamento dei minori rappresenti una gravissima violazione dei diritti dei bambini, che vengono privati della loro infanzia. Indifesi e facilmente assoggettabili, i bambini sono più facili da trasformare in soldati leali. Rapiti e allontanati dalle loro case, molti bambini soldato spesso sono sopravvissuti ai massacri delle loro famiglie. Esposti a violenze e atrocità che ne pregiudicano l’intera esistenza, questi bambini vengono costretti a combattere, trasportare rifornimenti, svolgere ruoli di spie o scudi umani”.

La Giornata Internazionale contro l’uso dei bambini soldato viene celebrata il 12 febbraio, la data in cui nel 2002 è entrato in vigore il protocollo opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, riguardante l’uso dei minori nei conflitti armati. Tale protocollo stabilisce che nessun minore di 18 anni possa essere reclutato forzatamente o utilizzato direttamente nelle ostilità, né dalle forze armate di uno Stato né da gruppi armati. Nonostante siano 153 gli Stati che hanno ratificato il protocollo e si sono impegnati a bandire l’uso dei bambini nei conflitti armati, questo fenomeno è ancora drammaticamente diffuso. Sono infatti molti i conflitti nel mondo in cui attualmente vengono usati bambini soldato, dalla Repubblica Centrafricana, alla Siria, al Sudan.

E’ la denuncia della Coalizione Italiana che nasce ufficialmente a Roma, il 19 aprile 1999 ed è attualmente composta da varie associazioni e Ong: INTERSOS, COOPI, Save the Children Italia, Terre des Hommes Italia, Unicef Italia, Telefono Azzurro, Alisei, Cocis. La Coalizione ha come obiettivo la tutela specifica dell’infanzia nelle condizioni di guerra e nei conflitti armati, ed estende le sue preoccupazioni a tutti gli abusi di cui sono vittime i bambini e le bambine, attraverso il lavoro delle organizzazioni componenti la Coalizione.

Per info http://www.bambinisoldato.it/

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o42486:e1