Io, perseguitato dallo Stato. Niente cure, solo prigione

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Non è un narcotrafficante, ma un musicista. È affetto da sindrome fibromialgica. Per procurarsi le cure a base di cannabis entra ed esce dal carcere. E la salute peggiora.

«Mi hanno arrestato per la prima volta nel Novantanove. Nel 2000 mi hanno fermato con un grammo di hashish. Nel 2001 mi hanno messo a soqquadro la casa mentre ero in carcere. Nel 2002 ho ottenuto la prima prescrizione, anche se soltanto omeopatica. Nonostante le carte, nel 2003, ho passato cinque giorni in cella. Nel 2004 ai domiciliari. Nel 2005 sono stato in prigione tre mesi, senza alcun sostegno farmacologico. Sono uscito solo grazie ad un’interrogazione parlamentare. Ho vissuto e vivo nell’ansia, la mia salute è peggiorata continuamente. Sono stato arrestato ancora e ancora negli anni seguenti. Sono perseguitato perché coltivo marijuana». Fabrizio Pellegrini vive a Chieti. È stato condannato in primo grado in otto diversi procedimenti penali per possesso e coltivazione di cannabis. Due delle condanne sono state confermate in appello. In un caso non è stato accettato il suo ricorso in Cassazione. È stato imputato in altri quattro processi per resistenza a pubblico ufficiale. In un caso il reato è prescritto. In totale Fabrizio dovrebbe scontare dodici anni di reclusione. Per ora sospesi.

Questa però non è la storia di un narcotrafficante. È la storia di un musicista affetto dalla sindrome fibromialgica, una malattia neurodegenerativa che provoca intensi dolori e rigidità muscolare e per la quale non c’è ancora una cura. «Le iniezioni di serotonina e tutti i farmaci che ho provato o dei quali mi hanno parlato – racconta Fabrizio – non hanno avuto alcun effetto positivo. A volte sono quasi dannosi. Assumere cannabinoidi è l’unico modo per stare meglio, per non soffrire. Ma in Italia non è possibile curarsi con la canapa. Nei rarissimi casi in cui è concesso, i costi per l’importazione sono inarrivabili. Il mio fabbisogno è di circa un grammo al giorno, e la mia è una reale necessità, un bisogno. Per comprare, ovviamente a mie spese, ma legalmente, trenta grammi di erba, ho dovuto spendere 489 euro. Sono stato aiutato con collette sociali, ma i costi sono proibitivi. E allora le possibilità sono due: o la compri al mercato nero, tagliata chissà come, e finanzi il narcotraffico, oppure, come ho fatto io, te la coltivi dentro casa».

All’inizio delle sue disavventure, Fabrizio si appoggiò, davanti all’indifferenza del suo medico curante, al Pic (Pazienti impazienti per la cannabis), una sorta di associazione di mutuo soccorso per la coltivazione di canapa a scopo terapeutico, nata nel 2001 a Genova.

Dopo aver iniziato ad accumulare documenti medici e prescrizioni che gli avrebbero dovuto garantire una maggiore tranquillità, si è dovuto scontrare con i prezzi inaccessibili della cannabis importata. E non solo. L’iter burocratico per ottenere i trenta quaranta grammi necessari a soddisfare il suo fabbisogno è anch’esso proibitivo: «Per ottenere legalmente i trenta grammi di cui avrei bisogno ogni mese ci vuole circa un mese e mezzo. Quindi, sono stato costretto a ripiantare. E nonostante avessi ormai ottenuto l’autorizzazione per il Bedrocan, un medicinale derivato dalla canapa, nel 2008 sono stato arrestato ancora una volta. Sono stato dentro per un mese e due settimane ai domiciliari».

Anche escludendo i processi, oggi la situazione di Fabrizio è peggiorata: «La mia salute è rovinata. Non posso più suonare, ho perso il lavoro e passo le giornate a fare fisioterapia. Penso ai tre mesi che ho passato in carcere nel 2005. Se non fosse stata fatta un’interrogazione parlamentare sul mio caso e su quello di Giuseppe Ales, un ragazzo siciliano di ventitré anni morto suicida dopo essere stato arrestato per dei germogli di marijuana, non so quando e se sarei uscito. Ormai siamo al paradosso. Lo Stato non mi garantisce il diritto di curarmi, e per di più infierisce sui cittadini che come me non possono permettersi né i costi inaccessibili né i tempi troppo lunghi per ottenere cannabis importata legalmente. È una situazione drammatica. E siamo ancora in alto mare».

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