Madrid, 8 arresti dopo manifestazione contro ‘legge bavaglio’

Otto persone sono state arrestate dalla digos dopo la manifestazione di sabato scorso a Madrid contro la Legge di Protezione di Sicurezza cittadina, conosciuta anche come Legge Bavaglio che prevede multe fino a 30mila euro, istituendo di fatto ulteriori misure repressive come per esempio per chi si nega di identificarsi davanti alla polizia o per opporre resistenza ad uno sfratto.

Se negli ultimi mesi, numerose sono state le mobilitazione contro l’ennesima legge che prevede sanzioni più severe per chi manifesta il dissenso, sabato migliaia di persone hanno partecipato al corteo, convocato da una ventina di collettivi, che ha percorso le strade centrali della capitale spagnola, da piazza Cibeles a piazza di Spagna. Oltre la legge bavaglio, in Spagna si vive negli ultimi tempi un clima particolare con un incremento dell’aggressività da parte di governo e polizia, come dimostrano i recenti episodi dicariche indiscriminate da parte della polizia a Valladolid, dove una donna di 56 anni è stata ricoverata dopo una brutale aggressione da parte di alcuni agenti, così come i recenti 15 arresti nella manifestazione degli spazzini ad Alcorcon.

Durante la manifestazione un dispositivo inaudito di forze di polizia ha provocato in maniera costante il corteo che si è svolto in modo tranquillo, con interventi e cori, a dimostrazione che non saranno nè le nuove leggi, nè l’atteggiamento della polizia a fermare il dissenso. Ma l’attitudine ignobile da parte della polizia si è nuovamente presentata una volta conclusa la manifestazione: un plotone di polizia in assetto antisommossa ha deciso di attaccare una parte del corteo e successivamente ha arrestato 8 persone che hanno opposto resistenza alla violenta carica della polizia. Durante tutta la notte, alcune strade centrali di Madrid sono state militarizzare dalla polizia e presidiate fino alla mattina successiva.

Io, perseguitato dallo Stato. Niente cure, solo prigione

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Non è un narcotrafficante, ma un musicista. È affetto da sindrome fibromialgica. Per procurarsi le cure a base di cannabis entra ed esce dal carcere. E la salute peggiora.

«Mi hanno arrestato per la prima volta nel Novantanove. Nel 2000 mi hanno fermato con un grammo di hashish. Nel 2001 mi hanno messo a soqquadro la casa mentre ero in carcere. Nel 2002 ho ottenuto la prima prescrizione, anche se soltanto omeopatica. Nonostante le carte, nel 2003, ho passato cinque giorni in cella. Nel 2004 ai domiciliari. Nel 2005 sono stato in prigione tre mesi, senza alcun sostegno farmacologico. Sono uscito solo grazie ad un’interrogazione parlamentare. Ho vissuto e vivo nell’ansia, la mia salute è peggiorata continuamente. Sono stato arrestato ancora e ancora negli anni seguenti. Sono perseguitato perché coltivo marijuana». Fabrizio Pellegrini vive a Chieti. È stato condannato in primo grado in otto diversi procedimenti penali per possesso e coltivazione di cannabis. Due delle condanne sono state confermate in appello. In un caso non è stato accettato il suo ricorso in Cassazione. È stato imputato in altri quattro processi per resistenza a pubblico ufficiale. In un caso il reato è prescritto. In totale Fabrizio dovrebbe scontare dodici anni di reclusione. Per ora sospesi.

Questa però non è la storia di un narcotrafficante. È la storia di un musicista affetto dalla sindrome fibromialgica, una malattia neurodegenerativa che provoca intensi dolori e rigidità muscolare e per la quale non c’è ancora una cura. «Le iniezioni di serotonina e tutti i farmaci che ho provato o dei quali mi hanno parlato – racconta Fabrizio – non hanno avuto alcun effetto positivo. A volte sono quasi dannosi. Assumere cannabinoidi è l’unico modo per stare meglio, per non soffrire. Ma in Italia non è possibile curarsi con la canapa. Nei rarissimi casi in cui è concesso, i costi per l’importazione sono inarrivabili. Il mio fabbisogno è di circa un grammo al giorno, e la mia è una reale necessità, un bisogno. Per comprare, ovviamente a mie spese, ma legalmente, trenta grammi di erba, ho dovuto spendere 489 euro. Sono stato aiutato con collette sociali, ma i costi sono proibitivi. E allora le possibilità sono due: o la compri al mercato nero, tagliata chissà come, e finanzi il narcotraffico, oppure, come ho fatto io, te la coltivi dentro casa».

All’inizio delle sue disavventure, Fabrizio si appoggiò, davanti all’indifferenza del suo medico curante, al Pic (Pazienti impazienti per la cannabis), una sorta di associazione di mutuo soccorso per la coltivazione di canapa a scopo terapeutico, nata nel 2001 a Genova.

Dopo aver iniziato ad accumulare documenti medici e prescrizioni che gli avrebbero dovuto garantire una maggiore tranquillità, si è dovuto scontrare con i prezzi inaccessibili della cannabis importata. E non solo. L’iter burocratico per ottenere i trenta quaranta grammi necessari a soddisfare il suo fabbisogno è anch’esso proibitivo: «Per ottenere legalmente i trenta grammi di cui avrei bisogno ogni mese ci vuole circa un mese e mezzo. Quindi, sono stato costretto a ripiantare. E nonostante avessi ormai ottenuto l’autorizzazione per il Bedrocan, un medicinale derivato dalla canapa, nel 2008 sono stato arrestato ancora una volta. Sono stato dentro per un mese e due settimane ai domiciliari».

Anche escludendo i processi, oggi la situazione di Fabrizio è peggiorata: «La mia salute è rovinata. Non posso più suonare, ho perso il lavoro e passo le giornate a fare fisioterapia. Penso ai tre mesi che ho passato in carcere nel 2005. Se non fosse stata fatta un’interrogazione parlamentare sul mio caso e su quello di Giuseppe Ales, un ragazzo siciliano di ventitré anni morto suicida dopo essere stato arrestato per dei germogli di marijuana, non so quando e se sarei uscito. Ormai siamo al paradosso. Lo Stato non mi garantisce il diritto di curarmi, e per di più infierisce sui cittadini che come me non possono permettersi né i costi inaccessibili né i tempi troppo lunghi per ottenere cannabis importata legalmente. È una situazione drammatica. E siamo ancora in alto mare».

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Per la chiusura del Cara di Mineo e di tutte le galere etniche

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Giorno 16 Febbraio alle ore 10 manifestazione e presidio di fronte al Cara di Mineo

Promuovono: 

Rete Antirazzista Catanese, Comitato di base NoMuos/NoSigonella, LILA, Cobas Scuola-Ct, LavoroSocietà-Cgil-Ct, Osservatorio su Catania, Rifondazione Comunista fed.prov.Ct, Teatro Pinelli Occupato-Me, Arci-Sicilia, Borderline Sicilia,Open Mind glbt, I Siciliani giovani, Casablanca-periodico online, ANPI-Sicilia, Coordinamento antirazzista palermitano, Palagonia Bene Comune, Scordia Bene Comune, Coordinamento regionale dei Comitati NoMuos, ManiTese, Comitato Viva la Costituzione (Ct),La Ragna-Tela Ct (Koros, Associazione Penelope, Città Felice, Akkuaria, Città Futura, Olga Benario, Kerè) 

Aderiscono: 

Associazione GAPA (Ct), Comitato Arcigay QueeRevolution (Ct), Migralab A.Sayad (Me), Associazione Astra (Caltagirone), Azione Civile Catania, Pax Christi punto Pace (Ct) Libera ( Ct)… 

Dopo i tragici naufragi che nella prima metà di ottobre scorso hanno causato circa 600 vittime, il governo ha disposto, con l’operazione “Mare Nostrum”, nuove procedure di soccorso e identificazione sulle navi della marina militare. Su queste navi decidono chi è meritevole di protezione internazionale e chi no. Arrivati in Sicilia, i migranti considerati non “idonei” per l’avvio della domanda d’asilo , vengono o forzatamente rimpatriati nel loro paese d’origine (vedi tunisini ed egiziani), o rinchiusi in un CIE. 

Per gli altri, uomini, donne e bambini, minori non accompagnati, si aprono le porte del sistema di accoglienza italiano. Sono esseri umani che hanno rinunciato a tutto (case, famiglie, figli, lavoro e luoghi di origine) e attraversato per anni deserti e paesi insicuri pur di mettersi in salvo in Europa e avere un’altra chance di vita per sé e per i parenti che non sono riusciti a partire. 

Il mega-CARA di Mineo, operativo dal marzo 2011, è diventato il più grande centro di “ segregazioneumana” d’Europa. Migliaia di persone – oggi giunte ad oltre 4000, il doppio della capienza originaria –, appartenenti ad oltre 50 gruppi etnici differenti di provenienza africana e asiatica rimangono “posteggiati” in maniera umiliante , in attesa, lunghissima, anche oltre un anno e mezzo, per il riconoscimento del diritto d’asilo. 

E’ una vergogna che chi gestisce il Cara continui impunemente a costringere all’indigenza migliaia di richiedenti asilo pagando il pocket money (diaria di euro 2,50) in sigarette (anche per i bambini) e ricariche telefoniche, i migranti sono considerati oggetti da parcheggiare a tempo indeterminato per il loro mega-business. Chi gestisce il Cara pensa più ad ipocrite operazioni di facciata (la squadra di calcio, il nuovo film sulla “grande integrazione” dei migranti), anziché a garantire corsi d’italiano, vestiti invernali, cibo decente, assistenza sanitaria adeguata ed a impedire che si ripetano casi di sfruttamento sessuale di donne migranti richiedenti asilo, che aggravano di molto la loro angosciante e disagiata permanenza. 

E’ una vergogna che per il Cara di Mineo si dilapidino ingenti risorse pubbliche (circa 50 milioni di euro per la gestione nel 2013) non per l’accoglienza ma per la segregazione di persone che hanno urgente bisogno di ricongiungersi con i propri familiari e costruirsi un progetto di vita. La spa Pizzarotti di Parma oltre a lucrare con affitti multimilionari si è inserita anche nel business della gestione. 

Facciamo nostra in questo la Carta di Lampedusa, che si muove nel solco tracciato dai movimenti e dalle pratiche antirazziste di questi anni ( http://www.meltingpot.org/La-Carta-di-Lampedusa). 

Facciamo appello all’associazionismo solidale del catanese, calatino e siciliano affinché il mega-Cara della vergogna venga chiuso al più presto, moltiplicando in alternativa gli SPRAR in piccoli e medi centri, per favorire così un reale inserimento sociale, seguendo l’esempio di comuni come Riace nella Locride, a costi molto inferiori ed a condizioni più umane; così inoltre si eviterebbe la crescente militarizzazione della nostra isola, già avamposto di criminali ed anticostituzionali basi di guerra Usa e NATO (Sigonella, Muos a Niscemi…). A sostegno delle rivendicazioni dei richiedenti asilo del Cara di Mineo e delle mobilitazioni in corso a livello nazionale a metà febbraio per la chiusura di tutte le galere etniche (CIE, centri informali…) , facciamo appello all’associazionismo antirazzista ed a tutte le forze che si battono per la difesa dei diritti umani a condividere le seguenti richieste: 

* Riteniamo fondamentale l’immediato superamento a Mineo del “sistema” C.A.R.A., con il suo svuotamento, nel rispetto dei tempi previsti dalle normative per la permanenza (35 giorni), con la conseguente moltiplicazione delle apposite Commissioni. Questo mega-CARA, unico in tutta Europa è un esperimento fallito di contenimento forzato dei migranti che, tra l’altro, costruisce un conflitto razziale tra autoctoni e immigrati. 

* Apertura di un urgente e pubblico confronto con le strutture istituzionali preposte riguardo la qualità della vita dei migranti del CARA di Mineo e modalità realmente democratiche di elezione dei rappresentanti delle comunità . Il cibo – essenzialmente solo pasta o riso – è spesso scarso, scotto e freddo e sta causando malattie tipo la colite che queste persone prima non conoscevano. L’assistenza sanitaria anche per i casi più urgenti come donne incinte, malati di TBC o scabbia è quasi inesistente. Lo stesso dicasi per il vestiario fornitogli: ancora oggi vi sono persone che stanno in magliette e ciabatte! 

Noi non vogliamo essere complici con il nostro silenzio: 
• della creazione di moderni lager con la soppressione dei diritti umani 
• Dell’annullamento della personalità e della speranza di vita di una generazione 
• Dello mercificazione delle persone e dei corpi delle persone 
• Della violenza fisica e psicologica alle donne , ai bambini ed agli uomini 
• Della istigazione alla violenza ed alla vendetta 
Non vogliamo essere complici: 
• dell’utilizzo dei soldi pubblici a fini clientelari e di arricchimento personale, 
• delle ruberie e delle mistificazioni 
• Di ogni forma di militarizzazione e di controllo militare del nostro territorio. 

DOMENICA 16 Febbraio alle ore 10 manifestazione e presidio di fronte al Cara di Mineo 


la storia siciliana ce l’ha insegnato: emigrare non è reato!

Per la chiusura del Cara di Mineo e di tutte le galere etniche :: Il pane e le rose – classe capitale e partito.

 

SVUOTATE I GRANAI E RIEMPITE GLI ARSENALI: E’ RIPRESA IN PIENO LA CORSA AGLI ARMAMENTI

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Ricordate l’invocazione di Sandro Pertini, appena eletto Presidente della Repubblica: “Svuotate gli arsenali e riempite i granai” oppure il vecchio slogan socialista “più burro e meno cannoni”. 
La storia del capitalismo, nelle sue diverse fasi, ha sempre proceduto al contrario di queste affermazioni facendo del riarmo una delle leve fondamentali dello sviluppo delle proprie vocazioni imperiali ed esasperando nazionalismi: oggi, nell’epoca che si vorrebbe della globalizzazione, questi “imperativi categorici” del grande capitale appaiono quanto mai di stretta attualità: negli ultimi anni, a fronte della conclamata crisi economica e finanziaria avviatasi nel 2008 e delle condizioni di vera e propria tragedia nelle quali versano gran parte delle popolazioni del pianeta, in particolare nei due grandi continenti asiatico e africano, le spese militare appaiono in sicura ascesa. 
Verifichiamo, allora, la situazione nel dettaglio. 
Il rapporto sul budget della difesa compilato da “IHS jane’s”, la più autorevole rivista del settore, non lascia adito a dubbi. 
Il dossier sarà presentato ai clienti di “Jane’s” il prossimo 13 Febbraio e contiene dati del tutto impressionanti: l’anno che è appena iniziato vedrà la spesa per armi in tutto il mondo assestarsi sulla cifra di 1.547 miliardi di dollari, in crescita per la prima volta dal 2009. 
Attenzione, però: i budget di molti paesi della Nato continueranno a contrarsi nei prossimi 12 mesi e quindi le maggiori spese si concentreranno ancora di più a Sud e a Est, quindi nelle zone, dove sono peggiori le condizioni materiali di vita per gran parte delle popolazioni. 
Nel 2021, poi, la spesa dei paesi non –Nato supererà quella dell’intera Alleanza. 
La corsa agli armamenti si sta sviluppando fortemente nell’Africa sub-sahariana, dove nazioni poverissime sembrano aver deciso che la loro vera priorità sia quella delle armi, soprattutto nuovi aerei. 
In tutta la regione, gli investimenti sono cresciuti del 18% e l’Angola, da sola, ha aumentato le spese del 39%. 
La Russia ha installato nuovi missili Isklander nell’enclave di Kaliningrad , nel cuore dell’antica Prussia Orientale e spinge per il riarmo dell’Armenia e delle repubbliche dell’Asia Centrale: nonostante le grandi spese sostenute per le Olimpiadi di Sochi il regime di Putin incrementerà, in tre anni, le spese militari del 44% diventando, in questo campo, il terzo paese al mondo superando la Gran Bretagna. 
Mentre Israele mantiene quasi stabile il suo livello di spesa attorno ai 13 miliardi di dollari l’Arabia Saudita incrementerà il budget del 19% scavalcando così l’India. L’Oman ha raddoppiato passando da 4,7 a 9,2 miliardi annui e appaiono in grande crescita anche Bahrein, Emirati e Iraq. 
Tutti i principali paesi della Nato tagliano, invece, le spese militari o al massimo le mantengono stabili. Gli Stati Uniti restano comunque il paese al mondo che spende di più in questo campo: per il 2014 la spesa prevista è di 575 miliardi di dollari. 
L’Italia scenderà dal dodicesimo al tredicesimo posto superata dall’Australia. 
La crisi delle isole Senkaku (per i giapponesi) o Diaoyu (per i cinesi) sta facendo moltiplicare le spese belliche nei paesi dell’Estremo Oriente: nel 2014 la Cina con 159, 6 miliardi di dollari supererà la spesa di Gran Bretagna, Francia e Germania messe assieme, mentre salgono anche gli impegni militari del Giappone che è stabilmente al quinto posto al mondo e riarmano anche la Corea del Sud, l’Australia, l’Indonesia e l’india. Per non parlare, naturalmente, della Corea del Nord impegnate nelle ricerche sull’atomica e sui missili intercontinentali. 
Notizie decisamente sconfortanti, difficili da commentare: a volte riscoprendo l’antico linguaggio del pacifismo internazionalista e proletario dei primi’900 si scoprono sorprendenti punti di attualità. 
Questa è proprio una di quelle occasioni nelle quali non ci sentiamo superati e obsoleti nel riprendere l’antico motto di Sandro Pertini: svuotate gli arsenali e riempite i granai. 
Profeti inascoltati? Chissà, ma tanto ci sono tutte le ragioni per continuare e insistere.

 

SVUOTATE I GRANAI E RIEMPITE GLI ARSENALI: E’ RIPRESA IN PIENO LA CORSA AGLI ARMAMENTI :: Il pane e le rose – classe capitale e partito.

 

22 febbraio. Firenze solidale con il movimento No Tav

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22 febbraio, dalla Val di Susa a Firenze per estendere la solidarietà e rilanciare le lotte! La Firenze attiva e resistente che  si batte per la difesa del territorio, per il diritto alla casa, per la  dignità dei migranti, contro le privatizzazioni dei servizi e dei beni comuni, che lotta per un lavoro dignitoso e non vessato da ricatti e sfruttamento aderisce all’appello lanciato per il giorno 22 febbraio dal Coordinamento dei comitati del movimento NO TAV per una giornata di mobilitazione e di lotta ognuno nel proprio territorio.

Esprimiamo solidarietà ai quattro no tav Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò arrestati con l’accusa di ‘attentato con finalità di terrorismo’ per aver danneggiato un compressore.
Siamo  vicine/i alle altre donne e uomini imputati, sottoposti a restrizioni e  condannati a risarcire danni immaginari per oltre 200.000 euro a Ltf, per aver praticato il diritto di resistenza, il diritto alla difesa del proprio territorio dalle invasioni e dallo sventramento.L’intero Paese è animato da realtà che dissentono con il potere costituito per difendere i bisogni reali delle persone,  per rivendicare la fine dello sfruttamento sul proprio corpo, sulla propria aria, sulla propria terra e sulla propria acqua. In tutti questi  luoghi si interviene con la repressione per bloccare, intimidire e sedare in partenza ogni scintilla di disobbedienza.

Anche  a Firenze assistiamo alla volontà dell’Amministrazione di non dare risposte ai bisogni della collettività e bloccare ogni forma di lotta con l’autoritarismo.
Ricordiamo i 14 no tav che andranno a processo in questa città il 20 maggio e le 30 persone indagate per la
manifestazione del 21 dicembre scorso sui temi della crisi.
Sgomberi  violenti a danno di bambine/i, donne e uomini dalle occupazioni fatte da chi non ha una casa, multe salate, sospensioni e provvedimenti disciplinari verso le autiste e gli autisti ATAF colpevoli di lottare per salvaguardare un servizio pubblico essenziale come il trasporto e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

La nostra città subisce ogni giorno la negazione dei diritti essenziali dei soggetti più  deboli, la demolizione dei diritti nel mondo del lavoro, lo spreco di risorse pubbliche finalizzato a grandi opere come il sottoattraversamento Tav e l’inceneritore di Case Passerini che oltre ad  essere inutili sono dannose per il territorio e la salute degli abitanti che lo vivono.

Per  il diritto alla resistenza, per estendere la solidarietà, per rilanciare le lotte e contro il limite all’accesso nelle zone proibite della città invitiamo tutte le realtà e le singole persone ad attivarsi e  coordinarsi per dar vita ad un ricco calendario di iniziative di sensibilizzazione e avvicinamento al 22 febbraio.
Invitiamo  alla diffusione e alla partecipazione dell’appuntamento comune che a Firenze ci vedrà partire alle ore 15:00 da piazza Tasso per poi percorrere le strade del centro e arrivare alla stazione.
Assemblea cittadina di solidarietà al movimento No Tav

22 febbraio. Firenze solidale con il movimento No Tav – contropiano.org.

 

Non c’è più tempo!! Lavoratrici Aidas in sciopero della fame a Terni

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Da 13 mesi un gruppo di lavoratrici attende, con grande sofferenza personale, il riconoscimento degli stipendi non pagati e la riconferma del proprio posto di lavoro: stiamo parlando delle lavoratrici Aidas, che sono costrette a ricorrere allo sciopero della fame per avere risposte sulle semplici domande che stanno ponendo, purtroppo inascoltate: lavoro e retribuzione.

Il contenimento della spesa pubblica si è tradotto, anche sul territorio di Terni, che poteva vantare una forte tradizione sociale, con il taglio delle prestazioni e dei servizi nei confronti dei cittadini disabili ed anziani.

L’appalto, che è stato vinto da una cooperativa ternana, ha previsto, oltre ad una significativa “rimodulazione” del servizio, che tradotta in ternano, significa, come già detto, riduzione dei servizi ai cittadini, anche un significativo taglio occupazionale, cosicché un gruppetto di lavoratrici è rimasto senza posto di lavoro.

Nel frattempo, complice una dirigenza della cooperativa Aidas incapace, che ha portato economicamente la stessa sull’orlo del baratro ed il silenzio assordante della “politica”, si consuma il dramma – simile a molti altri purtroppo – di lavoratrici che non solo non hanno garanzia per una occupazione futura, ma non riescono neppure a recuperare gli stipendi arretrati che non sono mai stati liquidati.

In attesa che si definisca il nuovo corso della cooperativa, che gli ispettori ministeriali facciano le proprie verifiche, le lavoratrici non hanno di che vivere…

E’ possibile che la politica, quella che dovrebbe essere più vicina al territorio, faccia per una volta, il proprio compito ed assuma questa come priorità?

Non è possibile che si possano trovare soluzioni di sostegno a donne e uomini che hanno continuato a prestare il proprio lavoro a favore della collettività (perché così è stato in questi lunghi 13 mesi) senza percepire lo stipendio?

Questo rivendichiamo per queste lavoratrici e questi lavoratori.

Perché non è eticamente, prima ancora che politicamente, accettabile che si debba ricorrere sempre agli scioperi della fame od alle gru per non essere considerati “invisibili”.

USB sarà al fianco di queste lavoratrici e questi lavoratori in tutte le iniziative che intenderanno assumere.

Terni – domenica, 09 febbraio 2014

Non c’è più tempo!! Lavoratrici Aidas in sciopero della fame a Terni – contropiano.org.

 

Como Antifascista contro il “rovescismo” storico

Sembra diventata una moda di regime… Si prendono fatti storici di cui si sa tutto, manifesti che testimoniano bene come sono andate le cose… e si rovescia tutti. I carnefici cercano di passare per vittime, le vittime vengono caricate di colpe mostruose in modo che sia più facile rivendicare le stragi fasciste nella seconda guerra mondiale.

A Como, però, gli antifascisti si sono fatti sentire. Per fortuna qualcuno la memoria la conserva davvero!

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A conferma, si può vedere anche questo “editto” dei pretesi “italiani brava gente”:

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http://www.contropiano.org/in-breve/italia/item/22076-como-antifascista-contro-il-rovescismo-storico

Diego Fusaro, un bluff come filosofo, una realtà come rossobruno…

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Il mondo è pieno di imbecilli, è vero. Ma non è proprio necessario diventarlo anche noi. Ci sono molte cose – fatti, non parole – che permettono di capire cos’è giusto e cosa sbagliato, cos’è rivoluzionario e cosa il contrario.

Diciamo che i rapporti con i fascisti sono una discriminante senza ritorno. Come dicevano i partigiani, “con i fascisti non si parla, li si combatte”. Poi ci sono le considerazioni di opportunità, per cui il “combattimento” è più sul piano ideale che non militare (anche se qualche cazzotto, ogni tanto, può far bene alla salute). Ma, appunto, sul piano culturale non ci possono essere mai mediazioni, perché “è gratis”.

La notizia del giorno è la solita banalità: un convegno organizzato da Casapound per discutere di “ciò che è vivo e ciò che è morto in Marx”. Merda secca, per definizione. Come se un circolo comunista chiamasse la gente a discutere si “ciò che è vivo e ciò che è morto in Mussolini e dintorni”.

Lasciamo stare Marx (chi ne vuol discutere seriamente sa come trovarci, è noto). Parliamo dell'”ospite illustre” di questa serata che s’annuncia come apoteosi dell’inciucio rosso-bruno. Chi è che stavolta ha accettato di “parlare con i fascisti” nientepopodimeno che di Marx? Morto Costanzo Preve, l’unico nome dotato di risonanza mediatica era quello di Diego Fusaro…

Tana! Proprio lui… ‘Un ci si crede, direbbero in Toscana…

Diciamo che tracciamo a questo punto un fossato invalicabile, a futura memoria e per tutti gli anni che ci capiterà di vivere: chi accetta d’ora in poi di “parlare” con Diego Fusaro non parlerà mai più con noi, né nel movimento di classe, né col sindacalismo conflittuale.

Non è più tempo di giocare  à la Bertinotti o à la Vendola….

Per documentazione:

Diego Fusaro, un bluff come filosofo, una realtà come rossobruno… – contropiano.org.