4 febbraio 2014 il centounesimo anniversario della nascita di Rosa Parks

Ricorre il 4 febbraio 2014 il centounesimo anniversario della nascita di Rosa Parks, la coraggiosa donna afroamericana militante antirazzista che il primo dicembre 1955 rifiutò di sottostare alla segregazione razziale sugli autobus di Montgomery, in Alabama, e col suo gesto originò la lotta per i diritti civili guidata da Martin Luther King.

Nel suo ricordo rivolgiamo ancora un appello al governo e al parlamento italiano affinché nel nostro paese siano immediatamente abrogate le scellerate ed infami misure razziste imposte negli ultimi decenni da barbari governi golpisti; cessi finalmente la persecuzione dei migranti; si torni al rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana e della Dichiarazione universale dei diritti umani; siano aboliti i campi di concentramento, le deportazioni, le vessazioni, il favoreggiamento della schiavitù; siano rispettati la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani.
Il razzismo è un crimine contro l’umanità.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, al rispetto e all’aiuto da parte degli altri esseri umani.

Il “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Viterbo, 4 febbraio 2014

Rosa Parks (Tuskegee, Alabama, 4 febbraio 1913 – Detroit, Michigan, 24 ottobre 2005) è la donna che a Montgomery, Alabama, nel 1955 diede inizio al grande movimento nonviolento contro la segregazione razziale negli Stati Uniti d’America. Subì per questo la perdita del lavoro e ripetute minacce di morte e fu costretta a trasferirsi in un altro stato. Continuò a svolgere un’intensa attività per i diritti civili e promosse importanti iniziative educative. Opere di Rosa Parks: (con James Haskins), Rosa Parks. My Story, 1992, 1999 (autobiografia). Opere su Rosa Parks: Douglas Brinkley, Rosa Parks. A Life, 2000, 2005 (biografia). Segnaliamo alcuni articoli sulla sua figura disponibili nella rete telematica: Maria G. Di Rienzo: Rosa Parks, ne “La nonviolenza è in cammino” n. 1096; Alessandro Portelli ricorda Rosa Parks, ne “La nonviolenza è in cammino” n. 1099; Gianfranco Accattino: Rosa Parks, e Paul Rogat Loeb: Rosa Parks, ne “La domenica della nonviolenza” n. 46.

Spagna: un anno di carcere per dei tweet

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Non è successo in Ucraina, e neanche in Turchia. E’ successo in Spagna. Alba González Camacho – alias “@albacorazonegro” – una ragazza di 21 anni, è stata condannata ieri ad una pena di un anno di reclusione da parte del tribunale speciale antiterrorismo di Madrid, l’Audiencia Nacional.

La sua colpa? Aver scritto alcuni ‘tweet’ giudicati di natura eversiva dai giudici dell’istituzione ereditata direttamente dai tempi della persecuzione dei dissidenti politici durante la dittatura franchista. “Prometto di tatuarmi la faccia di chiunque spari un colpo alla nuca a Rajoy e un altro a De Guindos” aveva scritto la ragazza su twitter in riferimento al primo ministro e al ministro dell’Economia spagnoli. Incriminati anche altri suoi messaggi che di fronte alla oscena situazione economica e sociale che la Spagna sta vivendo negli ultimi anni, elogiavano i Grapo – Gruppi di Resistenza Antifascista Primo Ottobre – un gruppo armato sorto durante la dittatura fascista come ala militare del Partito Comunista Spagnolo Ricostituito e negli ultimi anni divenuto inattivo dopo la decapitazione della sua direzione.

 

 

Tra i messaggi incriminati i seguenti: “Per quanto Carrero è potuto volare in alto non sarà nulla in confronto a come finirà Rajoy quando scoppierà la rivoluzione”; “Che tornino i Grapo, abbiamo bisogno di una pulizia urgente dai fascisti”; “Qualcuno chiami i Grapo che Gallardòn (ministro della giustizia, ndr) sta diventando nazi”. Inoltre il 3 ottobre del 2012 Alba González Camacho incollò sul suo profilo di Twitter una foto di 44 prigionieri politici dei Grapo “con lo scopo di esaltare la loro attività come membri della suddetta organizzazione”. In altri casi ha espresso solidarietà al leader basco Arnaldo Otegi, rinchiuso da anni nelle carceri spagnole per reati d’opinione, ed ha difeso l’uso della ghigliottina sui membri della famiglia reale e del governo.

 

 

L’avvocato della giovane ha coinvinto Alba a patteggiare la pena – un anno di reclusione e sette anni di inabilitazione assoluta dai pubblici uffici – con il pubblico ministero, che chiedeva due anni di carcere e otto di inabilitazione, e alla fine il processo non si è celebrato. Per ora la ragazza non sconterà la condanna, ma verrà rinchiusa in una cella se dovesse “ricadere nell’errore”, cioè nel reato di ‘incitamento al terrorismo”.

La ragazza ha circa 7000 followers ed è molto attiva sui social network, forse troppo. Da oggi dovrà stare molto attenta a ciò che scrive… mentre migliaia di fascisti potranno continuare a pubblicare impunemente sui social network slogan a favore della dittatura, di Franco, di Mussolini, di Hitler, delle camere a gas e della fucilazione dei partigiani.

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Reggio Emilia L’Anpi insorge contro forza nuova

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Dall’estrema destra annunciano una lista. Il presidente dell’associazione partigiani: li combatteremo finchè avremo fiato

di Evaristo Sparvieri

«Li combatteremo fino a che avremo fiato. Speriamo che anche gli altri partiti si muovano al nostro fianco». Mostra indignazione. Ma non si dice preoccupato, certo più che mai del fatto che la nostra città, medaglia d’oro per la Resistenza, abbia tutti gli anticorpi necessari. È con questa profonda convinzione che Giacomo Notari, presidente dell’Anpi, commenta la discesa in campo di forza nuova alle prossime elezioni amministrative di maggio. Un annuncio inatteso da parte del movimento di estrema destra, che dà il via a quella che viene definita «una stagione di iniziative». Tra queste, anche la partecipazione alla prossima tornata elettorale, dove forza nuova intende presentarsi con una propria lista e un proprio programma, nella speranza di trovare una sponda alleandosi con qualche partito all’interno del frammentario panorama politico della destra. «forza nuova lancia un appello a tutta l’area di quella destra delusa e che ancora crede che anche qui, in una terra così rossa, si possa avanzare insieme per un cambiamento reale – fanno sapere dal movimento – Ma non solo, l’appello è rivolto a tutti i cittadini che hanno serie intenzioni di portare rinnovamento, sapendo che il cammino sarà duro, ma sapendo anche che forza nuova non è capace di arretrare di un passo, ma solo di avanzare».

Appelli che Notari rispedisce prontamente al mittente: «A Reggio non abbiamo paura – afferma il presidente dell’associazione nazionale partigiani – siamo una città con radici profondamente democratiche e antifasciste. Certo, è una brutta cosa che decidano di presentarsi alle elezioni in una città medaglia d’oro alla Resistenza. Abbiamo già tante difficoltà, ci mancano solo i rigurgiti del fascismo». Nella memoria storica di Notari, oggi 87enne, è ancora viva una dettagliata conoscenza del periodo mussoliniano e delle violenze vissute nel periodo fascista. «Il primo sindaco eletto a Reggio dalla gente fu un socialista, ucciso proprio dai fascisti negli anni Venti. Nella Reggio antifascista, liste del genere non avranno alcuna chance. Certo, quando si pensa che i fascisti di Reggio andavano a prendere i pochi ebrei presenti in città per portarli ai campi di concentramento, oggi dimostrano davvero un bel coraggio a voler presentare una loro candidatura. Per fortuna abbiamo migliaia di giovani iscritti all’Anpi che rappresentano la vera speranza per la democrazia del nostro Paese».

http://www.ecn.org/antifa/article/4202/reggio-emilia-l8217anpi-insorge-contro-forza-nuova

Un corteo contro gli assassini di Aldrovandi

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La manifestazione a Ferrara sabato 15 febbraio: «Via la divisa»

«Quei poliziotti devono perdere la divisa». L’appello della famiglia di Federico Aldrovandi è lo stesso da anni ormai. I quattro agenti condannati per «eccesso colposo in omicidio colposo» sono ormai in procinto di tornare in servizio. Così, l’associazione «Federico Aldrovandi», insieme alla famiglia del giovane, ha deciso di scendere in piazza, sabato 15 febbraio a Ferrara. Tra le richieste anche l’introduzione di un numero identificativo sulle divise e l’istituzione del reato di tortura, non contemplato dai codici italiani. Il corteo «Via la divisa» si concentrarà alle 14 da via Ippodromo, la stessa strada in cui nove anni fa un ragazzo di nome Federico morì per le botte prese da quattro poliziotti, che lo avevano fermato per un controllo.
Alle 15 la partenza dei manifestanti, che passeranno per il centro per concludere l’iniziativa davanti alla prefettura cittadina.

Pochi giorni fa Lino Aldrovandi, il padre della vittima, aveva scritto una lettera sul ritorno in servizio dei quattro agenti condannati per l’omicidio del figlio. La pubblichiamo qui di seguito.

Se secondo le parole dei giudici dei tre gradi di giudizio e del tribunale di sorveglianza chi uccise Federico, definito scheggia impazzita da un P.G. della Cassazione, non è attendibile, affidabile e tantomeno recuperabile perché allora reintegrarlo nel Corpo di Polizia, o all’interno di esso anche con ruoli di impiegato?

Da chi dipende questo?

Dallo Stato?

Dalle commissioni di Polizia?

Dai sindacati?

Sia ben chiaro che quattro persone con una divisa addosso hanno ucciso senza una ragione un ragazzino di 18 anni che non stava commettendo alcun reato rompendogli addosso due manganelli fino a soffocarlo ed in seguito, sempre secondo i giudici che le hanno condannate fino alla cassazione, senza mai dire la verità, coperte inspiegabilmente da colleghi depositari delle indagini, condannati anche questi ultimi per omissioni e depistaggi.

Si tratta di Colposo?

Certo, ma secondo i giudici dei tre gradi di giudizio., probabilmente grazie proprio alle indagini svolte, o meglio nate con depistaggi ed omissioni che limitarono irrimediabilmente l’impianto accusatorio.

Ma quando comunque le ricostruzioni processuali, nelle motivazioni di condanna, portano gli stessi giudici a scrivere nel senso e nelle parole che quel “colposo”, rileva mancanza del senso dell’onore e del senso morale, in grave contrasto con i doveri assunti con il giuramento assunto, il passo della destituzione dovrebbe essere breve, e l’art. 7 del reg.to del comportamento di disciplina della polizia di stato ciò statuisce.

Federico chiedeva aiuto quella maledetta mattina con implorazioni di basta, non sentite soltanto da chi in quel momento di follia lo stava premendo al suolo con l’effetto devastante ed inaccettabile di ucciderlo, calciandolo addirittura. Così dirà Anne Marie la testimone camerunense (Federico aveva due buchi in testa.), mentre era contenuto a terra e non era certo un delinquente e i delinquenti comunque non si calciano, non si soffocano, non si uccidono, ma se il caso si arrestano.

“Era l’intervento più semplice del mondo..” dirà Nicola Solito in una lettera toccante e umana, scritta a Federico, e consegnataci il giorno della sentenza di I° grado.

“Il lavoro che dovevamo fare l’abbiamo fatto, e mi sembra bene.” disse Pontani Enzo durante l’udienza del processo in cui fu ascoltato come imputato.

Ora sappiamo sig. Pontani cosa lei fece in cooperazione con tre suoi colleghi a Federico. Restano nella mia testa varie domande che se le posero anche i giudici della corte d’appello di Bologna, scritte nero su bianco nelle motivazioni di condanna (pag. 217), che probabilmente, salvo esami di coscienza, rimarranno prive di risposta, ovvero perché l’equipaggio di Alpha 3, presente nel parchetto dell’Ippodromo quando i primi cittadini residenti della zona udirono i rumori e le urla generando la richiesta di intervento, si trovasse già lì (la signora Chiarelli, la persona che si impressiona delle urla e dei rumori, telefona alla Polizia perché vada lì, ma la polizia è già lì, e le urla sono da loro provocate con i manganelli), a fari spenti, in una strada a fondo chiuso della prima periferia della città e perché, di conseguenza, l’intera ricostruzione degli imputati e dei responsabili della Questura di Ferrara, sin dal primo momento, sia stata indirizzata a creare ed avvalorare apparenze tali da contrastare tale dato (v. la redazione congiunta con l’aiuto del Dossi delle relazioni di servizio; le testimonianze di favore di Casoni, Bulgarelli e altri) ed anche, a cosa, in particolare, fossero intenti i componenti di Alpha 3 per scatenare la reazione di Federico e la loro contrapposta.

Mi permetta di dirle sig. Pontani che sia a lei, che ai suoi tre colleghi, non vorrei mai più vedere una divisa così importante e preziosa addosso, per quello che dovrebbe rappresentare per tutti i cittadini di questo Stato: la legge. Vorrei testardamente continuare ad avere fiducia nelle istituzioni, e vedere uno stato cominciare a mostrarsi di essere forte con chi abbia ad infangare una qualunque divisa, di una cosa che dovrebbe essere quasi normale di tanti maledetti fatti. Come? Allontanando da subito, o almeno cautelativamente chi non sia in grado nei suoi ruoli di adempiervi correttamente, magari senza premiarlo invece come troppe volte incredibilmente accade. Riconoscere gli orrori e gli errori, vorrebbe dire anche crescere democraticamente. Vorrebbe dire acquisire credibilità, rispetto e dignità di fronte alla sacralità della vita violata di vittime inermi e innocenti e del dolore lancinante e assurdo dei loro cari costretti a sopravvivere e sempre alla ricerca di una normale verità e di una normale giustizia. Mi auguro che quel tuo cuore strappato, che rimarrà eternamente giovane, illumini finalmente la strada agli uomini di buona volontà affinchè ciò che è accaduto a te ed altri figli. non accada mai più a nessuno, per un futuro che solo uno stato con la S maiuscola dovrebbe saper garantire ai suoi figli. Direi. “quasi normale”.

Che ogni mia lacrima versata, sia amore e guida per altri genitori e non solo., ma soprattutto per altri figli che ci guardano negli occhi e aspettano risposte.

Io non ne ho più.

http://www.contropiano.org/malapolizia/item/21906-un-corteo-contro-gli-assassini-di-aldrovandi

Da marchionne all’electrolux: l’arroganza padronale avanza

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La vicenda Electrolux è da considerare come l’ennesimo episodio, di una lunga lista, da inserire all’interno della crisi che da anni sta colpendo il mondo del lavoro. Crisi che però sta sul crinale di un doppio attacco e che in se racchiude lo stato attuale del soggetto lavoratore: crisi sociale e crisi di quelle che una volta erano chiamate “lotte operaie”.

Dal nostro punto di vista se da una parte sono da elogiare le resistenze agli attacchi del padrone, il caso Electrolux è da considerare al pari dell’attacco portato avanti, e riuscito, da Marchionne. Vi è qui racchiuso un chiaro tentativo di creare un altro precedente importante all’interno della galassia lavoro. Già da diverso tempo il capitalismo globale ha individuato nel Sud Europa un bacino da deprimere sistematicamente per calmierare il costo del lavoro, tentando quindi di portare avanti modelli di lavoro e di legislazione che vogliono permettere ai padroni di produrre in uno Stato al costo e con i modelli organizzativi di un altro, sostanzialmente bypassando le norme «inadeguate» dettate dalle vittorie (sempre più residuali) delle lotte operaie del passato. Electrolux va oltre: produrre in Italia con legislazioni e relazioni industriali italiane, ma con costi di lavoro polacchi. Un evoluzione creativa del sistema lavoro, basata sul ricatto con i soliti fini di fare profitto sulle spalle dei lavoratori.

Oltre a seguire i focolai di lotta e le resistenze operaie vogliamo ripartire da questa domanda, cercando di dare anche risposte e spunti per il dibattito: perché le aziende e multinazionali possono permettersi queste manovre pienamente politiche eclatanti?

E’ evidente in primo luogo che i rapporti di forza in questa fase vedono i padroni in grado di determinare sostanzialmente l’organizzazione della produzione di fronte a una risposta operaia tenue, frammentata e spesso inefficace. Se andiamo a fare un attenta analisi del mondo del lavoro, nessuno si è sollevato o ha creato tensione nel tentativo di contrastare la feroce ristrutturazione in corso; nessuno, una volta vinta o persa una battaglia ha avuto la capacità, salvo rare eccezioni, di dare continuità alle lotte, rilanciare e creare reazioni a catena in altri luoghi e posti di lavoro. Inoltre bisogna considerare il sostanziale cambiamento strutturale degli assetti del lavoro e la difficoltà dei pochi soggetti conflittuali, o per lo meno non allineati, a costruire una strategia di lotta che si ponga su un piano innovativo, che cerchi la generalizzazione e l’uscita dalle forme corporative.

Questa complessa situazione determinata dalle trasformazioni strutturali del mondo della produzione e dall’incapacità (o non-volontà) da parte delle organizzazioni che si muovono su questo fronte di costruire resistenze e attacchi, ha consentito a padroni e sindacati confederali, con il beneplacito dello Stato, di portare avanti in maniera indisturbata il percorso di ristrutturazione totale del mondo del lavoro a colpi di accordi. Il tutto sotto gli occhi di quelle organizzazioni sindacali che hanno fatto e fanno tuttora leva sulle lotte operaie. Un fallimento di strategia palese, incapace di creare nel tempo la soggettività in grado di contrapporsi agli attacchi padronali. Un fallimento in parte determinato dalla riproduzione di modelli organizzativi del passato non consoni con i tempi attuali e le trasformazioni in corso.

L’altra domanda che ci poniamo è il «che fare» di fronte a questa situazione. I lavoratori Electrolux sono ora sotto le luci della ribalta, ma è necessario che le lotte si diffondano e pongano un terreno conflittuale più generalizzato su cui i sindacati siano costretti almeno a confrontarsi, facendo in modo di non commettere un altro errore come quello fatto dalla Fiom-Cgil nella lotta contro il modello Marchionne. Una lotta che, incapace di costruire una rigidità che travalicasse i confini della fabbrica e di ipotizzare nuove strategie di conflitto, di fatto ha portato alla sconfitta e al consolidarsi di quel modello. Le vittorie di Pirro ottenute attraverso la magistratura non hanno tracciato una messa in discussione dei rapporti di forza all’interno dei luoghi di lavoro, non si può pensare che un tribunale possa sostituirsi alla lotta operaia.

Qualche indicazione può venire dalle lotte nel mondo della logistica, coscienti però di una composizione radicalmente diversa e dell’importanza strategica che risiede in questo aspetto della produzione per il capitale. Lì dove la battaglia si pone su un livello di conflitto che esce dalle classiche forme dello sciopero sindacale e blocca sistematicamente in maniera reale i meccanismi di produzione si da un’efficacia reale. L’altra indicazione da raccogliere è quella di dare un profilo di consenso sociale alla battaglia cercando di uscire dalla vertenza in sé e provando a mettersi in comunicazione con altre lotte. L’attacco padronale di questi giorni alla lotta dei facchini infatti, si muove su questi fronti: da un lato l’erosione del consenso delle forme di lotta, da l’altro la repressione giudiziaria e poliziesca verso i blocchi e le iniziative. Ciò non toglie che il ruolo della fabbrica classica all’interno del sistema di produzione italiano è sempre più residuale e non ci si può aspettare che una ripresa della lotta di classe parta solo da lì.

E’ necessaria una visione d’insieme, consapevoli che le trasformazioni determinate negli ultimi anni nell’organizzazione del lavoro classico e quindi nella composizione operaia. Smettere di pensare in maniera corporativistica all’interno delle lotte quotidiane è ormai centrale per vincere queste battaglie. E’ inevitabile quindi porsi su una visione che sia capace di uscire dal mondo della fabbrica e del posto di lavoro e rapportarsi con le lotte esistenti e quelle da inventare, da quella per la casa al mondo della formazione, a quella contro la devastazione dei territori, ripartendo da quelle piccole indicazioni che ci hanno lasciato le giornate romane del 19 e 20 ottobre dove la dimensione del lavoro classico in lotta ha potuto amalgamarsi alle altre lotte sociali e politiche che attraversano la nostra società, cercando di impensierire chi abita i palazzi del potere.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/10525-da-marchionne-allelectrolux-larroganza-padronale-avanza