Aldro: «Giusto che a pagare non siano i cittadini»

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I genitori di Federico sull’azione di regresso verso gli agenti. Per il corteo del 15 “silenzio e niente simboli” 

Per Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi l’azione di regresso nei confronti dei quattri poliziotti condannati per l’omicidio colposo del figlio Federico, che sono chiamati a risarcire il Ministero dell’Interno del milione e 800mila euro dato in risarcimento alla famiglia, è “un’ulteriore forma di giustizia al di là delle fasi processuali”. Normale, per la madre e il padre di Federico Aldrovandi, che a pagare non debbano essere i cittadini.

E alle obiezioni di Gabriele Bordoni, legale di Forlani, che eccepiva sul fatto che la scelta di risarcire la famiglia non venne condivisa all’epoca con gli imputati, rispondono che i quattro agenti avrebbero comunque dovuto rispondere in sede civile se i genitori non avessero ritirato la costituzione di parte civile. “I tre gradi di giudizio – dice papà Lino – hanno confermato la responsabilità dei quattro, anche se io penso non siano solo di loro quattro, nell’omicidio di mio figlio. All’epoca del risarcimento noi non abbiamo fatto altro che passare il testimone allo Stato, perché non potevamo andare avanti all’infinito. Ora trovo corretto che non debba essere il cittadino a pagare”.

Della stessa opinione anche Patrizia Moretti, che ricorda che “la responsabilità è individuale” e non può quindi gravare su tutta la comunità. “Normalmente – commenta Patrizia dopo aver appreso la notizia dalle pagine di Estense.com – quando qualcuno viene condannato è lo stesso condannato che viene chiamato al risarcimento. Spero comunque che il risarcimento che ci è stato riconosciuto dallo Stato si inserisca in una più ampia assunzione di responsabilità di fronte a episodi come questo, per far sì che non avvengano più”.

Intanto è confermata la manifestazione del 15 febbraio denominata “Via la divisa” promossa dall’Associazione “Federico Aldrovandi” per chiedere che i quattro agenti, condannati in via definitiva per omicidio colposo, vengano destituiti dal Corpo di Polizia. Sulla modalità di svolgimento è Lino Aldrovandi a precisare che dovrà essere una manifestazione corretta, senza striscioni e senza simboli politici. “Mi auguro – dice papà Lino – che il corteo si svolga nel più completo silenzio, un silenzio assordante. Al posto di bandiere, striscioni e simboli, vorrei solo il colore magnifico dei cuori dei partecipanti”.

Di Noia come Cucchi, troppe bugie e silenzi

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Le terribili condizioni del carcere di Lucera. I radicali: «Ogni detenuto che arriva viene pestato dai secondini», con la complicità dei medici. 

di Costanza Giannelli

Una cella d’isolamento e un lenzuolo intorno al collo. È finita così la vita di Alberico Di Noia, trovato morto il 15 gennaio in una delle celle di “osservazione” del penitenziario di Lucera. Un suicidio come tanti, o forse no. Tante, troppe cose nella morte del trentottenne di Zapponeta non tornano. Il 30 gennaio, a due settimane dal decesso, Rita Bernardini, segretario radicale, e alcuni militanti dell’Associazione “Mariateresa Di Lascia” di Foggia, tra i quali il segretario Norberto Guerriero, hanno deciso di entrare tra quelle mura per cercare di rispondere alle troppe domande che ancora rimangono aperte.

«Non siamo qui solo per la questione carceraria che portiamo avanti da anni. La scomparsa di un detenuto in circostanze da chiarire ha reso necessaria una visita». Il piccolo carcere di Lucera, secondo Rita Bernardini, «come il novanta per cento delle carceri italiane ha dei profili di illegalità, non per responsabilità del direttore, è proprio la struttura, l’organizzazione penitenziaria che non rispetta le leggi. Mi aspettavo di non trovare un carcere sovraffollato: sul sito del ministero della Giustizia è scritto che la capienza regolamentare è di centocinquanta detenuti, mentre qui ci sono centosessanta persone. Andando a vedere le celle, però, ci si rende conto che sedici metri quadri per quattro detenuti, con i letti a castello, i tavoli e gli armadietti sono uno spazio minuscolo. Il gabinetto, poi, non ha il tetto sopra, è ricavato nella cella senza copertura. Praticamente, dove mangiano c’è il gabinetto».

Sovraffollamento e mancanza d’igiene sono solo alcuni dei problemi del carcere. Le attività per i detenuti scarseggiano, nemmeno un terzo fra loro lavora e l’ora d’aria può essere trascorsa solo in un cortile di cemento. I detenuti, però, raccontano una realtà ancora peggiore: «Pressoché tutti i detenuti hanno detto che c’è una minoranza di agenti che usano i pestaggi, le botte. Non è un detenuto che l’ha detto, lo hanno detto in tanti. Io non so se Di Noia sia stato picchiato prima di entrare nella cella, ma a quel che mi hanno detto i detenuti, che è tutto da riscontrare, è che prima di entrare lì c’è un trattamento particolarmente violento. In ogni caso, l’isolamento come punizione è qualcosa di molto grave soprattutto se non è supportato da un conforto di tipo psicologico o psichiatrico. Su questo caso dovrà essere fatta verità attraverso la conoscenza degli elementi».

Una verità che i legali della famiglia Di Noia vogliono scoprire in ogni modo. «L’obiettivo non è cercare colpevoli a tutti i costi, ma la verità a tutti i costi. Gli interrogativi sono tanti, vogliamo partire dal presupposto che tutti siano innocenti, ma abbiamo bisogno di risposte», ha detto l’avvocato Vaira. «Abbiamo sentito tante voci, e siccome erano discordanti ci siamo insospettiti. Si vuole scongiurare a ogni costo un nuovo caso Aldrovandi o un nuovo caso Cucchi. Per trentasei ore è stato impedito alla famiglia di vedere il corpo esanime di Alberico. Ci sono due orari diversi scritti sull’ora della morte e tre versioni diverse della dinamica della morte, una delle quali è “morte naturale per un problema cardiaco”. C’è la storia abbastanza poco plausibile di un suicidio fatto al volo in dieci minuti. Abbiamo avuto qualche risposta in più, ma ne mancano altre».

Uno scandalo che, secondo l’avvocato Miccoli, delle responsabilità precise le ha: «Io la colpa non la cerco, io parto dal presupposto contrario, perdonatemi. Alberico di Noia muore perché le istituzioni sono sorde. Io cerco solo la gradazione di colpa. Il colpevole c’è, devo solo graduarlo».

http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=96796&typeb=0&Di-Noia-come-Cucchi-troppe-bugie-e-silenzi

CIE. Tutto cambia, tutto resta come prima

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Lo scorso 23 dicembre quotidiani ed agenzie hanno battuto la notizia che il governo avrebbe deciso di ridurre ad un mese il tempo di reclusione nei CIE prima dell’espulsione.
Il primo ministro Enrico Letta, nella conferenza stampa di fine anno, ha dichiarato che “la discussione della Bossi-Fini sarà uno dei temi di gennaio. Gennaio è passato ma il governo Letta non ha fatto seguire alle parole i fatti.
In questo mese l’unico segnale è arrivato dal Senato che ha abolito il reato di “immigrazione clandestina”, limitandolo alla recidiva. Un fiore all’occhiello senza nessuna conseguenza reale, poichè dopo l’adeguamento forzato alla direttiva europea sui rimpatri, non era più
previsto il carcere ma una multa che nessuno pagava.
Di un fatto siamo sicuri. Se davvero venissero cancellati i 18 mesi di CIE questo non sarebbe certo dovuto alla buona volontà del governo, ma alle lotte degli immigrati, che in questi anni li hanno fatti a pezzi, pagando un prezzo durissimo. Botte, umiliazioni, arresti, condanne.

Oggi rimangono aperte solo quattro galere per immigrati senza documenti (Torino, Roma, Pian Del Lago, Bari), le altre, una dopo l’altra, sono state fatte a pezzi e bruciate dai reclusi. Il governo ha dovuto chiudere i CIE di Gradisca, Trapani Vulpitta, Bologna, Modena, Crotone, Milano, Trapani Milo.
Di un mese fa l’annuncio che il CIE di Modena, usato per punire gli immigrati più ribelli, ha chiuso per sempre i battenti.
Gli altri ufficialmente sono tutti in attesa di ristrutturazione, ma non c’é nessuna notizia certa su una possibile riapertura. Si diceva che a gennaio avrebbe riaperto il Centro di Bologna ma il centro di via Mattei è ancora chiuso.
A Santa Maria Capua Vetere (Caserta) e Palazzo San Gervasio (Potenza) potrebbero sorgere due nuovi CIE, dopo l’avventura presto finita dell’emergenza Nordafrica. Il governo ha stanziato 13 milioni di euro ma non si sa se i lavori abbiano preso l’avvio e che punto siano.
Tutti i CIE ancora aperti sono stati a loro volta gravemente danneggiati dalle continue rivolte. In base ai dati, ormai calcolati per difetto, dello stesso Viminale, degli oltre 1800 posti dei CIE ne sarebbero ancora agibili meno della metà ed effettivamente riempiti nemmeno un terzo.
La macchina delle espulsioni è ormai al collasso.
Il governo è in bilico tra Renzi e Berlusconi, gli specialisti della guerra contro i poveri sono alle prese con la rovina dei loro leader, i poliziotti premono perché non vogliono più fare i secondini nei CIE, dove si rischia di incappare nella rabbia di chi, giorno dopo giorno, si vede sfilare via la vita.
Il CIE è un limbo che precede la deportazione, una sala d’aspetto con sbarre e filo spinato in attesa di un viaggio che nessuno vuol fare.
Che qualcosa bollisse nella pentola del governo sul tema immigrazione era chiaro sin dalla strage di Lampedusa del 3 ottobre.

Il modo in cui venne trattata la vicenda, le dichiarazioni di Letta sulla volontà di superare la Bossi-Fini, erano i primi segnali di un campagna politico mediatica che preparava il terreno ad un mutamento di rotta.
L’apparato mediatico messo in piedi la diceva lunga sulla volontà di fare leva sulla commozione suscitata dal racconto della strage per preparare il terreno a qualche dichiarazione ad affetto.
Per contrasto è interessante rilevare come da mesi le notizie sulla situazione al limite del collasso nei CIE fossero tenute in sordina, probabilmente perché il governo non sapeva che pesci prendere di fronte ad una questione che, come la pietra di Sisifo, continuava a rotolargli addosso.
In questo mese e mezzo non si è certo placato il fuoco delle rivolte nei CIE, come dimostra la breve cronologia in coda a quest’articolo.
Diificile dire ora se il governo metterà davvero mano alla normativa sui CIE riportanto la detenzione ad un mese, tuttavia numerosi segnali indicano che la ricetta individuata dal governo potrebbe essere decisamente più complessa del “semplice” riattamento dei CIE distrutti e dell’eventuale apertura di nuove strutture.
Vediamo come.

La decisione di spedire gli immigrati reclusi nelle patrie galere a scontare gli ultimi due anni nei paesi d’origine assunta con il decreto svuotacarceri prenderebbe due piccioni con la solita fava. Alleggerire il sovraffollamento carcerario e, nel contempo, evitare il trasferimento nei CIE e la trafila del riconoscimento/espulsione dell’immigrato. Difficile dire se funzionerà, perché molto dipende dalla disponibilità dei paesi di emigrazione ad accettare questo pacco/dono dall’Italia.

Al ministero stanno inoltre studiando la possibilità di introdurre dei secondini privati per le funzioni di sorveglianza a diretto contatto con i reclusi. Qualche solerte e sinistro esperto del business dell’umanitario, come il consorzio Connecting People, propone di trasformare i CIE in campi di lavoro.

L’ultimo accordo di cooperazione militare tra l’Italia e la Libia è stato sottoscritto a Roma il 28 novembre 2013 dai ministri della difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni. Il memorandum autorizza l’impiego di droni italiani in missioni a supporto delle autorità libiche per le “attività di controllo” del confine sud del Paese. Si tratta dei droni Predator del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola (Fg), rischierati in Sicilia a Sigonella e Trapani-Birgi nell’ambito dell’operazione “Mare Nostrum” di controllo e vigilanza del Mediterraneo. Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti saranno intercettati quanto attraversano il Sahara e i militari libici potranno intervenire tempestivamente per detenerli o deportarli prima che essi possano raggiungere le città costiere.
Secondo quanto dichiarato dal Ministero della difesa italiano a conclusione del vertice del 28 novembre, “nell’ottica di uno sviluppo delle capacità nel settore della sorveglianza e della sicurezza marittima, è emersa anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate nell’Operazione “Mare Nostrum”, nonché di avviare corsi di addestramento sull’impiego del V-RMTC (Virtual Maritime Traffic Centre)”.
Il governo Letta ha deciso di consentire ai militari libici, famosi nel mondo per “l’attenzione ai diritti umani”, di partecipare a bordo della “San Marco” e delle fregate lanciamissili italiane all’identificazione e agli interrogatori delle persone “salvate” nel Canale di Sicilia. Ferocia militare in salsa umanitaria: una specialità del Belpaese, confermata dall’operazione militare “Mare Nostrum”.

La storia di F. l’hanno raccontata tutti i principali quotidiani. Grandi emozioni per la testimonianza dell’unica superstite della strage di Lampedusa, una ragazza eritrea, che testimoniando contro uno degli mercanti di carne umana, ha raccontato le botte, gli stupri continui, i ricatti, gli omicidi che avevano segnato la sua vita di ragazza all’alba della vita. La sua storia era lo specchio di tante altre. Con lei erano centinaia di profughi incappati nel destino obbligato di chi fugge guerre e persecuzioni, attraversando il deserto ed il mare.
Le pagine dei giornali trasudavano commozione, sdegno, solidarietà umana.
Gli accordi italo/libici del 28 novembre hanno trovato ben poco spazio sui media.
In sordina anche la notizia che a gennaio è cominciato a Cassino l’addestramento dei militari libici che verranno impiegati nella repressione dell’immigrazione clandestina. Letta come Berlusconi, Alfano come Maroni nel 2009 decidono di esternalizzare la repressione, affidando ai libici il lavoro sporco di fermare, imprigionare, respingere profughi e migranti. Le storie come quella di F., la diciottenne eritrea, picchiata, stuprata, venduta, scampata per un pelo al Mare Nostrum, non le racconterà più nessuno. La sabbia sarà il sudario che coprirà ogni cosa.

Il quadro che ne emerge ci pare chiaro. Outsourcing della repressione alla frontiera sud, riduzione degli internati con il trasferimento anticipato dei carcerati nei paesi d’origine, accoglimento delle proteste dei poliziotti, in parte esonerati dal compito di secondini, probabilmente una maggiore attenzione alle prescrizioni della direttiva rimpatri. La riduzione del periodo di detenzione ed esplulsioni più veloci sembra essere la ricetta del governo per evitare di spendere altri soldi per la ristrutturazione di centri che, prima o dopo, gli immigrati danno alle fiamme. Per condire il tutto un pizzico di umanità in più (se trovano i soldi).
Una polpetta avvelenata e uno zuccherino.
Niente da eccepire: Letta dimostra un’abilità degna dei vecchi democristiani.
Maria Matteo
(quest’articolo è uscito sull’ultimo numero del settimanale Umanità Nova)

In merito ascolta anche l’intervista fatta dall’info di Blackout a Federico, un compagno in prima fila nella lotta contro i CIE

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40 normali giorni nei CIE. Fuoco, rivolte, bocche cucite

21 dicembre. Quattro immigrati si sono cuciti le bocche per protestare contro il prolungarsi della detenzione nel CIE di Ponte Galeria a Roma.
Immediatamente il quotidiano “La Stampa” ha pubblicato la notizia con il massimo del rilievo e il titolo “protesta choc”. Chi segue da anni le lotte degli immigrati nei CIE della penisola non può che constatare amaramente che si tratta di uno “choc” a scoppio ritardato, uno “choc” mediatico, studiato a tavolino per aprire la strada a qualche provvedimento sui CIE. Sono anni che gli immigrati si cuciono la bocca per protesta, sono anni che dai CIE filtrano le immagini che riprendono le bocche serrate da fili robusti, ferite dall’ago, simbolo di una resistenza che cerca di spezzare il silenzio. Inutilmente.
A Torino nel lontano 2009 alcuni compagni fecero iniziative perché si parlasse di quelle bocche cucite, di quelle bocche serrate perché anche le urla si schiantano sul muro dell’indifferenza. I media parlarono del dito e nascosero la luna. Quella vicenda, come le lotte di quegli anni, è approdata in due maxi processi al tribunale di Torino.
Oggi tutto sembra cambiato.
L’atteggiamento nei confronti dell’immigrazione clandestina si sta modificando. Sospettiamo tuttavia che probabilmente tutto debba cambiare, perché tutto resti come prima.

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22 dicembre. Un deputato del PD, Khalid Chaouki, dopo una visita al Centro di prima accoglienza di Lampedusa, ha deciso di non andarsene, facendosi rinchiudere con i profughi dimenticati lì da mesi. Tra loro i superstiti del naufragio del 3 ottobre, che suscitò commozione ed indignazione anche istituzionale, ma, al di là della pubblica esibizione di cordoglio, delle promesse di superamento della Bossi-Fini, nulla è cambiato.

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23 dicembre. Quotidiani ed agenzie battono la notizia che il governo avrebbe deciso di ridurre ad un mese il tempo di reclusione nei CIE.

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24 dicembre. Mentre il governo si esibisce in promesse la vita pressata dietro le sbarre urge.

Roma, dove i reclusi con la bocca cucita erano diventati dieci, cominciano le prime, veloci esplulsioni di chi lotta.

Lampedusa, dove continua la protesta del deputato PD autorecluso nel CIE, sono cominciati, dopo tre mesi, i trasferimenti sulla terraferma degli scampati al naufragio.
Il quotidiano “La Stampa” ci serve in prima pagina alcune storie di vite spezzate, di profughi scampati al mare.

Al CIE di Bari-Palese i reclusi danno vita ad una rivolta durissima.

Torino i reclusi sono in sciopero della fame dopo un feroce pestaggio fatto nel settore femminile del giorno prima. Per “punire” una donna nigeriana che aveva morso il dito di un agente, i poliziotti avevano pestato a sangue tutte le nigeriane recluse. La ragazza del morso è stata successivamente trasferita in isolamento.

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25 dicembre. Il principale quotidiano spagnolo“El Pais” pubblica in prima pagina la “notizia” della rivolta che sta squotendo il CIE italiani. I media francesi a loro volta danno ampio spazio alle vicende italiane. La lotta durissima degli immigrati senza carte che in tanti anni affogava nel silenzio, all’improvviso e non certo per caso travalica i confini nazionali.

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28 dicembre. Il CIE di Modena, chiuso da mesi in attesa di ristrutturazione, non riaprirà più. I lavori previsti non prenderanno avvio. Lo ha annunciato il Prefetto della città. Dopo 11 anni il CIE dove venivano spediti gli immigrati che più si erano distinti nelle lotte, chiude i battenti.

Milano invece la struttura di via Corelli è stata completamente vuotata in vista della ristrutturazione.

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13 gennaio. Notizie stampa riferiscono di una possibile chiusura del CIE di Trapani Milo per consentire l’avvio di lavori di ristrutturazione per per 600.000 euro. Lo scopo esplicito è aumentare i dispositivi di sicurezza per rendere più difficili rivolte e fughe.

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15 gennaio. Una rivolta scuote il CIE di Torino, dopo le espulsioni di una ventina di nigeriani il giorno precedente. Vanno a fuoco i materassi nell’area gialla e in quella viola. I reclusi trascorrono la notte nella saletta mensa.

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19 gennaio. Nel CIE di Torino vanno a fuoco i moduli abitativi dell’area rossa. I prigionieri delle due camerate sono stati spostati nella mensa dell’area gialla, che si era salvata dalla rivolta del 15 gennaio, quando sono bruciate le aree gialla e viola. In tutto il Centro non ci sono stanze libere. Tutte le aree maschili sono gravemente danneggiate: la viola è completamente distrutta, nella gialla resta in piedi solo la mensa, nella bianca e nella rossa c’è soltanto una stanza, nella blu ne restano due. Contando la quindicina di reclusi nelle celle di isolamento, nel CIE ci sono soltanto una sessantina di reclusi: meno di un terzo di quelli che la struttura potrebbe contenere se funzionasse a pieno regime.

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22 gennaio. Chiude per ristrutturazioni il CIE di Trapani Milo. Se ne parlava da qualche settimana, ma solo oggi arriva la conferma della decisione di chiudere per “rendere più sicura” la struttura. Muri più alti, centraline elettriche lontane dalle mani dei reclusi, ristrutturazione delle tante aree danneggiate da anni di rivolte.

Durante i lavori il prefetto, Leopoldo Falco, potrà cercare di risolvere la difficile questione della gestione della struttura, sino ad oggi saldamente in mano alla famigerata cooperativa “Oasi”, dopo la rinuncia della cooperativa “Glicine”, che aveva vinto l’appalto.

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24 gennaio. Riesplode la lotta al CIE di Ponte Galeria a Roma. 20 reclusi in sciopero della fame, nella speranza che, come per alcuni reclusi nel CIE di Pian del Lago, si aprano le porte della prigione. A Pian Del Lago, l’ultimo CIE siciliano rimasto aperto, il giorno prima alcuni immigrati erano stati liberati per far posto ai reduci della rivolta del 19 gennaio a Torino. Il giorno successivo si diffonde la notizia che 13 reclusi hanno deciso di cucirsi la bocca. I media, come già accaduto a dicembre, danno un discreto rilievo alla notizia.

CIE. Tutto cambia, tutto resta come prima – anarres-info.

Ferrara in piazza contro i poliziotti che uccisero Aldrovandi

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Una città offesa dallo Stato, ma che non torna indietro. E’ Ferrara, che pretende la destituzione dei quattro poliziotti condannati per “omicidio colposo” (di per sé una depenalizzazione) nella morte di Federico Aldrovandi, ma che negli ultimi giorni sono tornati in servizio. Ma on basta, se si vuola garantire la “sicurezza dei cittadini” che sfortunatamente cadono nelle mani delle “forze dell’ordine”. Si chiede perciò anche l’introduzione del numero identificativo e l’istituzione del reato di tortura.

Questa la piattaforma  dell’associazione “Federico Aldrovandi” che, insieme alla famiglia Aldrovandi, scenderà in piazza il 15 febbraio prossimo a Ferrara.Il corteo partirà alle 14 da via Ippodromo, la strada – a pochi metri da casa – in cui nel 2005 Federico Aldrovandi fu ucciso a calci, pugni  manganellate dai quattro agenti  che lo avevano fermato per un controllo di routine.

“Via la divisa” sarà la parola d’ordine della manifestazione.

Ferrara in piazza contro i poliziotti che uccisero Aldrovandi – contropiano.org.

 

3 febbraio 1998, la strage del Cermis, 20 vittime provocate da un aereo militare usa

In questa storia di vittime non ce n’è solo una. In tutto sono venti, tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un olandese. Nessun ferito o sopravvissuto. Muoiono il 3 febbraio 1998, il giorno in cui per una coincidenza “bizzarra” la corte di Cassazione pronunciava la sentenza definitiva sull’aereo militare caduto sull’istituto tecnico-commerciale Salvemini di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, il 6 dicembre 1990. Negli ultimi istanti di vita gli sciatori, gli escursionisti e coloro che stanno lavorando si trovano sospesi a circa 150 metri dal suolo perché sono all’interno della cabina di una funivia, quella del Cermis, in Val di Fiemme.

A ucciderli non è un incidente all’impianto, ma il passaggio di un aereo militare americano, un Grumman EA-6B Prowler, al cui comando c’è un ufficiale dei marines, il capitano Richard Ashby, che era decollato per un volo di addestramento dalla base di Aviano alle 14.36. Con il primo capitano ci sono a bordo altri tre parigrado: il navigatore Joseph Schweitzer, l’addetto ai sistemi di guerra elettronica William Rancy e l’addetto ai sistemi di guerra elettronica Chandler Seagraves.

Sul fatto che il mezzo stia volando troppo basso si è d’accordo fin dall’inizio, ma cosa sia effettivamente accaduto e in base a quale dinamica si sia arrivati a quella strage non è chiaro subito. E allora i magistrati ottengono l’immediato sequestro dell’aereo, che le autorità statunitensi stavano già smontando facendo temere di voler farlo sparire. A provocare tutti quei morti è stata la coda del Prowler che trancia il cavo della funivia e dunque a processo ci dovrebbe finire chi era ai comandi. Ma una prima doccia fredda giunge quando si ripesca una convenzione Nato del 1951 in base alla quale i militari americani non possono essere processati e giudicati in Italia, ma quella competente è una corte statunitense.

Inutile dire che le conseguenze penali per i quattro ufficiali furono molto meno pesanti rispetto al massacro compiuto. E anche i risarcimenti ai familiari, inizialmente fissati a 40 milioni di dollari da parte del governo di Washington, sono stati una pena infinita, ricaduta sulle spalle delle amministrazioni della provincia autonoma di Trento e dello Stato italiano e solo successivamente rimborsate in parte (per il 75%) da oltre oceano. Solo anni dopo, nel 2009, il pilota Joseph Schweitzer ha detto al National Geographic ciò che sarebbe effettivamente accaduto. Ed ecco in sostanza, secondo quanto riportatodall’Espresso:

Ridevano e filmavano le montagne, il «paesaggio splendido» del lago di Garda. Mentre il loro aereo violava le regole, volando troppo basso e troppo veloce, loro giravano un video ricordo delle Alpi: un souvenir per il pilota, all’ultima missione prima di tornare negli Stati Uniti. E poco dopo sono andati a tranciare la funivia del Cermis, uccidendo venti persone.

Ed ha aggiunto Schweitzer: «Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime». Vittime che avevano un nome, un cognome e una vita:

  • Hadewich Antonissen (24, Vechelderzande), belga;
  • Stefan Bekaert (28, Lovanio), belga;
  • Dieter Frank Blumenfeld (47, Burgstädt), tedesco;
  • Rose-Marie Eyskens (24, Kalmthout), belga;
  • Danielle Groenleer (20, Apeldoorn), olandese;
  • Michael Pötschke (28, Burgstädt), tedesco;
  • Egon Uwe Renkewitz (47, Burgstädt), tedesco;
  • Marina Mandy Renkewitz (24, Burgstädt), tedesca;
  • Maria Steiner-Stampfl (61, Bressanone), italiana;
  • Ewa Strzelczyk (37, Gliwice), polacca;
  • Philip Strzelczyk (14, Gliwice), polacco;
  • Annelie (Wessig) Urban (41, Burgstädt), tedesca;
  • Harald Urban (41, Burgstädt), tedesco;
  • Sebastian Van den Heede (27, Bruges), belga;
  • Marcello Vanzo (56, Cavalese), manovratore della Cabina in discesa, italiano;
  • Stefaan Vermander (27, Assebroek), belga;
  • Anton Voglsang (35, Vienna), austriaco;
  • Sonja Weinhofer (22, nata a Monaco, domiciliata a Vienna), austriaca;
  • Jürgen Wunderlich (44, Burgstädt), tedesco;
  • Edeltraud Zanon-Werth (56, nata ad Innsbruck, residente a Bressanone), italiana.

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