Sabra e Shatila, il racconto di una sopravvissuta

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“Hanno ucciso mio padre con un colpo alla testa”: intervista con una ragazza scampata al massacro di Sabra e Shatila.

La domenica del trentesimo anniversario del massacro di Sabra e Shatila è stata celebrata da molte persone in ogni parte del mondo. In Libano, alla commemorazione hanno partecipato solo i palestinesi dei campi profughi: ai libanesi non interessava.

Il massacro perpetrato dalle Falangi libanesi, la milizia cristiana maronita che ha agito in cooperazione totale con Israele, è tra gli episodi più atroci della nostra storia recente. Ma è ancora assente dalla memoria collettiva libanese.

Sabra e Shatila è uno di quei tabù in Libano di cui è necessario parlare pubblicamente e a mente lucida. Forse ammettere questo crimine potrebbe impedirci di soggiogare ancora i rifugiati palestinesi che risiedono temporaneamente qui fino al ritorno nella loro patria occupata.

Gli esecutori del massacro sono ancora vivi e potrebbero essere trovati in Libano o all’estero. Così anche molti dei sopravvissuti al massacro che hanno perso i loro cari. E che aspettano ancora che giustizia sia fatta.

Il 16 settembre 1982 Jameela Khalifeh era un’adolescente. I tre lunghi giorni della mattanza perseguitano ancora i suoi ricordi. Questa settimana, Jameela ci ha accolti con un sorriso nel suo buio appartamento sulla trafficata via principale di Sabra. Fuori, un’esplosione di vita: la gente si ferma a comprare verdura alle bancarelle o dvd contraffatti nei negozietti.

“Avevo 16 anni – racconta Jameela -e mi ero appena fidanzata. Vivevo nella casa dei miei genitori con mio fratello e le mie tre sorelle”.

NON DIMENTICHEREMO

Prende una foto: “Questo è mio padre, Mohammed Khalifeh. La foto è stata scattata dopo che gli avevano sparato in testa e gettato il suo corpo sul lato della strada”. Dietro la foto c’è il certificato rilasciato dall’OLP: contiene il nome di Mohammed e la frase “Così non dimenticheremo”.

“Il 16 settembre, durante l’invasione, gli israeliani erano scesi nel campo dallo stadio cittadino situato sulla collina che sovrasta il campo. Sapevamo che gli Israeliani erano di stanza allo stadio e loro sapevano che i fedayin [i combattenti dell’OLP] avevano lasciato il campo. Quindi eravamo tranquilli: non avrebbero ucciso delle famiglie disarmate.

“Accanto ai soldati israeliani c’erano i miliziani falangisti che parlavano in dialetto libanese; ogni miliziano portava un cappello da cowboy e una fascia da braccio bianca con un cedro verde stilizzato sopra [il logo del partito falangista]. Ricordo che gli israeliani parlavano un arabo stentato con i miliziani libanesi, ma per la maggior parte del tempo parlavano in ebraico. Mia madre ricordava l’ebraico dal tempo in cui viveva in Palestina prima del 1948”.

“Mentre camminavamo, fummo fermati da un falangista. Teneva puntato il suo fucile contro la pancia di mia madre. Un soldato israeliano disse al miliziano: ‘Non uccidere Madam e i bambini. Siamo qui solo per uccidere gli uomini’. Cominciammo a uscire tutti per strada; mio padre era con noi nel rifugio sotto il nostro edificio, e gli israeliani – assieme ai falangisti – iniziarono a chiamarci con gli altoparlanti per farci uscire dai rifugi. Dissero: ‘Se vi arrendete, sarete salvi'”.

UN FETORE AVVOLGENTE

“Uscimmo dal rifugio e ci riversammo per strada; ricordo il fetore avvolgente, camminavo agitando un pezzo di stoffa bianco. Alla fine mio padre decise di venire con noi. Io mi assicurai che stesse al mio fianco: ero davvero attaccata a mio padre, e tenevo stretta la sua mano nella mia”.

“Appena emersi, fummo presi dai soldati israeliani e dai miliziani libanesi. A quel punto mio padre si innervosì. Mi guardò e sussurrò: ‘Vado a casa’. Nel momento in cui riunimmo con le altre famiglie che erano state condotte lì dai miliziani, mio padre fu preso dal panico, lasciò la mia mano e corse verso casa. Quando arrivò nell’appartamento, vi trovò i miliziani, così tornò indietro correndo verso di noi”.

“Mentre correva, gli spararono in testa. Mia madre vide quel momento, io no”.

“Mentre venivamo condotti a mano armata, trovammo un vicolo che conduceva al campo: così ci sfilammo dalla marcia e raggiungemmo la moschea principale di Sabra. Era piena di gente di Shatila. Dicemmo alla gente che loro [le Falangi] stavano massacrando le famiglie, ma gli anziani del campo ci dissero che stavamo mentendo; non era successo niente e dovevamo calmarci. Dietro le nostre insistenze, gli anziani decisero alla fine di andare a vedere cosa stava succedendo. Non tornarono mai più alla moschea. Dopo aver aspettato per ore il loro ritorno, con alcune famiglie ci dirigemmo verso il Gaza hospital all’ingresso di Sabra”.

“Vivevamo nella via Hay al-Gharbi, accanto all’alimentari Doukhi. Nel mio quartiere sopravvivemmo solo noi e il nostro vicino, tutti gli altri furono uccisi. Ricordo sette, otto cadaveri impilati uno sull’altro, nella strada sotto al nostro edificio: abbiamo dovuto camminarci sopra”.

“Gli israeliani e i falangisti ci facevano marciare per eliminarci tutti insieme. Per fortuna siamo riusciti a scappare. Gli israeliani portavano la divisa completa con elmetti di ferro. I falangisti avevano cappelli da cowboy, blue jeans e pugnali che penzolavano dalle cinture. Alcuni di loro portavano dei passamontagna neri. Tutti impugnavano un kalashnikov”.

METTERE SHARON ALL’ANGOLO

“Qualche anno fa 300 di noi assunsero l’avvocato Shibli Mallat per fare causa ad Ariel Sharon [ministro della Difesa israeliano nel 1982 e in seguito primo ministro] per il massacro e portarlo al tribunale internazionale. Avevamo visto le foto di Sharon in posa davanti allo stadio accanto ai carri armati che sovrastavano il campo, e sapevamo che lui stava guardando il massacro dei palestinesi. Io voglio comunque che Sharon sia processato anche se, ironia della sorte, è in coma da anni ed è clinicamente morto”.

“A 30 anni dal massacro, dai un’occhiata a come viviamo. Siamo in sette a dividerci due stanzette. La nostra vita è peggiorata costantemente da 30 anni a questa parte: non possiamo ancora lavorare né spostarci fuori dal campo per vivere in una casa più dignitosa. Compriamo acqua potabile e per lavarci giorno per giorno. Ci procuriamo l’elettricità con un generatore: il governo libanese ci concede solo due ore di corrente al giorno. I miei due figli lavorano in una fabbrica d’alluminio: vengono pagati meno dei loro colleghi libanesi perché sono palestinesi. Mia figlia di 23 anni lavora in un bar”.

“Mia figlia vorrebbe ottenere un prestito dalla banca proprio come i suoi colleghi. Ma quando è andata in banca e ha mostrato i suoi documenti le hanno detto: ‘Mi dispiace, niente prestito perché sei palestinese’. Essere un palestinese in Libano è una continua lotta per la sopravvivenza. E’ per questo che, quando una donna da’ alla luce un figlio, ci assicuriamo che egli cresca credendo nel diritto al ritorno in Palestina e sottolineiamo che qui siamo solo ospiti“.

“Vogliamo tornare in Palestina. Ma finché ciò non avverrà, qualsiasi altro posto fuori da questo Paese andrà bene se verremo trattati come esseri umani. Non ci arrendiamo. La Palestina è nostra e torneremo, ma siamo stanchi di non poter vivere una vita decente e onorevole”.

“Siamo di Jaffa. Mia madre non smette un momento di parlare dei tempi in cui viveva a Jaffa e del modo in cui gli israeliani sono cominciati ad arrivare: da rifugiati. Prima cercando rifugio nelle case, poi sbattendo i palestinesi fuori dalle loro case”.

ATROCITA’ IGNORATA

Il 16 settembre 2012, papa Benedetto XVI ha visitato Beirut, dove ha fatto appello ai libanesi – sia cristiani che musulmani – perché convivessero in pace. Il papa ha predicato su varie questioni che interessano la regione, ma ha dimenticato.

Nena News Agency | Sabra e Shatila, il racconto di una sopravvissuta.

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