24 gennaio 1966 avviene a Trento la prima occupazione

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La seconda metà degli anni Sessanta rappresentò per il Trentino una stagione di modernizzazione non solo dal punto di vista economico. L’istituzione della Facoltà di Sociologia, la generale maturazione del tessuto culturale locale e il progressivo sviluppo del movimento operaio concorsero infatti a stimolare il processo d’innovazione sociale e intellettuale del territorio. Fu un percorso per molti versi conflittuale, segnato da tensioni e contrapposizioni che fecero di Trento uno dei luoghi emblematici dei movimenti di protesta dei tardi anni Sessanta.

Il battesimo della contestazione trentina si ebbe il 24 gennaio 1966 con la prima occupazione della Facoltà di Sociologia da parte degli studenti, i quali protestavano – appoggiati da parte della città e della stessa classe politica – in nome del riconoscimento della laurea in Sociologia conferita dall’Istituto Superiore di Scienze Sociali. Nei mesi seguenti il movimento studentesco trentino – animato tra gli altri da Marco Boato, Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol e Marianella Pirzio Biroli – condusse un’accesa battaglia per lo sviluppo della scienza sociologica e del sistema di insegnamento universitario, del quale venivano contestati forme e contenuti.

Nel 1967 le rivendicazioni studentesche abbandonarono le aule universitarie e assunsero i contorni della contrapposizione ideologica e della lotta politica. Accanto alla riflessione sul ruolo sociale del sociologo iniziarono a trovare posto nel movimento studentesco trentino discussioni politiche sempre più accese, che condussero a dimostrazioni pubbliche contro la guerra del Vietnam e a scontri con le forze politiche di destra. Manifestazioni, sit-in e occupazioni concorsero a ridefinire i contorni ideologici della contestazione studentesca, turbando l’equilibrio sociale di una città di provincia assai poco abituata al clamore dei cortei e degli slogan. A difendere pubblicamente le manifestazioni studentesche sarà lo stesso Bruno Kessler, promotore dell’Università trentina e allora presidente della Provincia, il quale nel gennaio 1968 intervenne in Consiglio provinciale con il chiaro intento di ammorbidire i toni della protesta.

Nell’autunno 1967 aveva preso forma, su iniziativa di Renato Curcio e Mauro Rostagno, la cosiddetta «Università critica», una sorta di contestazione radicale del sapere accademico ufficiale che guardava con interesse all’esperienza della «Kritische Universität» berlinese e del «Free Speech Moovement» di Berkeley promuovendo forme alternative di organizzazione della didattica. Al movimento studentesco non mancò l’appoggio di qualche religioso: tra gli animatori delle occupazioni di Sociologia ci furono anche alcuni preti-studenti iscritti alla Facoltà.

Nel febbraio 1968 la Facoltà di Sociologia fu nuovamente occupata, proprio mentre il movimento di contestazione si andava diffondendo anche nelle fabbriche. Per tentare di normalizzare la realtà universitaria trentina fu istituito dal ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gini un comitato ordinatore – di cui fecero parte Marcello Boldrini, Norberto Bobbio e Beniamino Andreatta – con lo scopo di mediare tra il movimento studentesco e l’istituzione. La tensione in città salì ulteriormente a fine marzo quando in Duomo, al cinquantacinquesimo giorno di occupazione e in piena settimana santa, lo studente cattolico Paolo Sorbi interruppe l’omelia di padre Igino Sbalchiero, colpevole di aver attaccato i metodi persecutori della politica sovietica. Nei giorni successivi, in un clima di forte tensione, studenti e cittadini cattolici diedero vita sul sagrato del Duomo cittadino al «controquaresimale», una forma di contestazione orientata a polemizzare con il conservatorismo sociale e religioso del cattolicesimo trentino.

Nei giorni seguenti un’adunanza spontanea di cittadini trentini accerchiò gli studenti. Ne nacquero tafferugli che proseguirono fino a tarda sera e costrinsero i giovani contestatori ad asserragliarsi nella Facoltà occupata. Dopo due giorni di tensioni scanditi dal frequente lancio di pietre e mele, il movimento studentesco trattò con il comitato ordinatore dell’Università trentina ottenendo il riconoscimento come ‘controparte’ dell’autorità accademica. Pochi giorni dopo la Facoltà fu sgomberata e l’occupazione, durata 67 giorni, ebbe fine.

A guidare la Facoltà fu chiamato Francesco Alberoni, ordinario di Sociologia alla Cattolica di Milano, il quale adottò un registro anticonformista e scelse la via del dialogo con il movimento studentesco. Il clima di tensione nella città non andava però scemando, complici le frequenti contestazioni, gli scontri con la polizia, gli scioperi generali, le nuove occupazioni dell’Università. La lotta studentesca si abbandonava a una prospettiva politica radicale con obiettivi di stampo rivoluzionario.

Nel 1968 maturò una peculiare convergenza tra il movimento studentesco e le parti più avanzate del sindacalismo operaio trentino. I lavoratori organizzarono – primo caso in Italia – manifestazioni comuni con gli studenti, i quali contribuirono attivamente – non senza energici confronti con le forze sindacali – a diffondere all’interno delle fabbriche i modelli della democrazia diretta e le pratiche rivendicative della contestazione. Tra i momenti di maggior collaborazione vi furono le lotte operaie del maggio 1968 presso la Michelin, stabilimento per la produzione di ritorti e tele di cotone, allora la più grande fabbrica trentina, i cui cancelli furono presidiati grazie alla collaborazione tra lavoratori e universitari. Le vertenze operaie che interessarono, oltre alla Michelin, le principali fabbriche presenti sul territorio locale (Ignis, Sloi, Laverda, Clevite) trovarono sostegno anche da parte del movimento cristiano dei lavoratori. Le Acli trentine manifestarono la piena comprensione per le lotte operaie e rideterminarono la propria linea politica fino a giungere all’autonomizzazione dagli indirizzi democristiani; sul principio del 1969 venne infatti sancita la fine del «collateralismo » con la Dc.

Al movimento di protesta cresciuto nelle aule universitarie si aggiunse dunque quello di operai e sindacati, i quali diedero vita tra il settembre e il dicembre del 1969 a un «autunno caldo» segnato da mobilitazioni di massa, scioperi generali e imponenti manifestazioni organizzate per rivendicare aumenti salariali, riduzioni dell’orario di lavoro, miglioramenti delle condizioni di fabbrica e, in generale, una più decisa politica delle riforme. Per il mondo operaio furono mesi di profonde trasformazioni: nacquero i consigli di fabbrica formati dai delegati eletti nei vari reparti, fu varato a livello nazionale lo Statuto dei lavoratori, s’intensificò l’azione rivendicativa e organizzativa degli operai metalmeccanici. Complice la forte presenza in Trentino delle esperienze della ‘nuova sinistra’ e in particolare della neonata Lotta Continua, si ebbe un generale inasprimento della protesta.

I conflitti crebbero di intensità nel corso del 1970. In febbraio Francesco Alberoni, fattosi difensore della protesta studentesca, si dimise da direttore in seguito a uno scontro con Bruno Kessler, chiudendo di fatto l’esperienza dell’«Università critica» a Trento. In marzo si costituì il gruppo neofascista di Avanguardia Nazionale, la cui propaganda anticomunista sarà all’origine di violentissimi scontri con le componenti più radicali della sinistra studentesca. Si videro le prime bombe molotov, si moltiplicarono gli episodi di guerriglia urbana, gli scontri con polizia e carabinieri si fecero più violenti. Tra gli episodi più duri si ricordano i tafferugli tra studenti e neofascisti dell’11 aprile, seguiti all’azione di volantinaggio di Avanguardia Nazionale al liceo Giovanni Prati, e la guerriglia urbana scatenata tra il 17 e il 18 aprile a margine del processo contro uno studente e un operaio accusati di offese alla polizia. Tra lacrimogeni, sassaiole, cariche dei reparti speciali di polizia e scoppi di ordigni rudimentali, la città attraversò mesi di forte tensione. A fine luglio si verificarono durissimi scontri tra gruppi neofascisti e operai: al di fuori dello stabilimento Ignis di Spini di Gardolo si ebbe un’aggressione da parte di militanti del Movimento Sociale Italiano e di Avanguardia Nazionale, che portò all’accoltellamento di due lavoratori. Gli operai reagirono e sequestrarono due esponenti missini, costringendoli a sfilare in corteo tra le vie del capoluogo. I pestaggi, gli attentati dinamitardi e le rappresaglie scandirono ancora per lunghi mesi la vita della città. La contestazione studentesca lasciò progressivamente il posto alla violenza politica, la quale peraltro non raggiunse in sede locale gli estremismi del terrorismo, segno che il Sessantotto trentino ebbe con la società rapporti più complessi e mediati.

34. La contestazione a Trento | Il territorio trentino nella storia europea.

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