15 dicembre 1969 Omicidio di Giuseppe Pinelli

E’ circa la mezzanotte di lunedi’ 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di milano. Giunto nell’ atrio dell’ ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. E’ indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimenere ancora qualche minuto, fare un’attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno li’ di fronte a lui, dall’altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa gia’ che nella mattina e’ stato arrestato un’anarchico di nome Valpreda; c’entrera’ davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell’ ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdi’ delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori.

L’uomo, Aldo Palumbo, cronista dell’Unita’ di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed e’ un corpo che cade dall’alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per meta’ sul selciato del cortile, per meta’ sulla terra soffice dell’ aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l’allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui e’ uscito.

La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al momento dell’incidente avevano il loro cronista in questura scrivono che il suicidio e’ avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti, stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a “circa mezzanotte”, poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare ad un tempo ufficiale: “Pinelli e’ morto alle ore undici e 57 minuti del lunedi’ notte 15 dicembre”.

Ai primi di Febbraio, dal’inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dala questura di Milano al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l’intervento di una autoambulanza, e’ stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si puo’ stabilire con certezza l’attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come a dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella notte. Si e’ trattato di una svista collettiva, e abbastanza clamorosa per gente abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare per prima cosa l’orologio quando avviene un incidente del genere? E’ n fatto pero’ che nel frattempo sono successe due cose strane.

Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti della squadra politica della questura si sono presentati al centralino telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che e’ la magistratuta, e non la polizia, che si occupa del’inchiesta sulla morte di Pinelli? Perche’ preoccuparsi tanto dell’orario di chiamata dell’ambulanza se le cose si sono svolte cosi’ come sono state raccontate? La risposta potrebbe essere questa: la chiamata e stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra.

Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la prima persona che si e’ avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno e’ entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto cassetti, rovesciato mobili, frugato armadi. Ladri? Sarebbero ladri ben strani considerato che non hanno rubato ne le tredicimilalire che erano in una borsa, er che pure devono aver visto poiche’ la borsa e’ stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un’altra borsa, pure essa trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato agli ultimi istanti in qui il giornalista fu ficino, e da solo, a Giuseppe Pinelli morente; oppure si e’ trattato di un’avvertimento, un monito a tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere sospettato di sapere qualcosa, forse di aver sentito mormorare da Pinelli un nome, una frase.

Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell’ anarchico morto suicida. In realta’ ce ne sono molti altri, e sono questi.

Pinelli cade letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni sottostanti la finestra dell’ufficio politico; non si e’ dato quindi nessuno slancio.

Cade senza un grido e i medici stabiliranno che le sue mani non presentano segni di escoriazione, non ha avuto cioe’ nessuna reazione a livello istintivo, incontrollabile, nemeno quella di portare le mani a proteggersi durante la “scivolata”.

La polizia fornisce nell’arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima : quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma sensa riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parsialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo fermato lo slancio: come dire, ecco perche’ e’ scivolato lungo il muro. Ma questa versione e’ stata resa a posteriori, dopo cioe’ che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta. Infine l’ultima, la piu’ credibile, fornita in “esclusiva” il 17 gennaio 1970 al Corriere della sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ed uno dei sottouffuciali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo “cerco’ di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase una scarpa del suicida” I giornalisti che sono accorsi nel cortile, subito dopo l’allarme lanciato da Aldo Palumbo, ricordavano benissimo che l’anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi.

Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul movente anche sul movente del suicidio. Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato, e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando “E’ la fine dell’anarchia”. Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l’alibi era risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno riesce a capacitarsi del suo gesto.

Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia e’ esposa nel corso di un’interrogatorio che si svolgeva in una atmosfera del tutto legittima, civile e tranquilla, con scambio di sigarette ed altre delicatezze del genere. L’anarchico Paquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdi’ delle bombe ed il lunedi’ successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha fornito invece questa testimonianza: “Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficolta’ per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si e’ arrabbiato perche’ parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che e’ adiacente all’ufficio di Pagnozzi (un’altro commissario, come Calabresi, dell’ufficio politico: n.d.r.); ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli e’ stato portato in un’altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso, mi e’ parso molto amareggiato. siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffe’, ed abiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto “Pino, perche’ ce l’hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “si, ce l’hanno con me”. Sempre nella stessa serata del lunedi’ gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. verso le otto e’ stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse , mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l’interrogatorio, certamente piu’ pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.. dopo un po’, verso le 11, 30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa ed ho pensato che Pinelli fosse ancora li e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c’e’ stato il cambio della guardia, cioe’ la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l’uscita, gridando “si e’ gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trrattenerlo ma che non vi sono riusciti. Calabresi mi ha dettto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli casco’. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto (cioe’ la stessa caduta di Pinelli n.d.r) Calabresi non e’ assolutamente passato per quel pezzo di corridoio”.

Dunque l’ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non e’ stato cosi’ tranquillo come si e’ cercato di far credere, ed e’ falso anche che al mom,ento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse presente nella stanza. Ma perche’ queste menzogne? La risposta puo’ essere trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle settimane seguenti.

“Quando l’anarchico fu trasportato nella sala di rianimazione del’ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza, aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva essere provocato da ragioni organiche (cioe’ il gran colpo del’impatto con il terreno o qualcosato) oppure psicologiche (cioe’ lo stato di tensione precedente alla caduta, ma questa sembra un’eventualita’ meno valida.) Il particolare che stupi’ i medici fu che il corpo, almeno da un esame superficiale, non presentava nessuna lesione esterna ne perdeva sangue dalle orechie e dal naso, come avrebe dovuto essere se Pinelli avesse battuto violentemente la testa. Una constatazione, questa, che fa sorgere subito un’altra domanda in chi non ha mai voluto credere nella versione del suicidio: se e’ vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare all’altezza del collo, qale si sarebbe pututa produrre battendo al suolo il capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano ne volto e testa non presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi ad una seconda domanda: non e’ possibile che quella lesione al collo fosse stata provocate prima della caduta? Come e da cosa non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia quella antica arte giapponese di colpire col taglio della mano, nota come Karate’. Fossero stati interrogati, quei due medici (che hanno prestato cure a Pinelli morenten.d.r.) avrebbero pututo raccontare un’altro episodio. Quella notte del 16 dicebre, nell’ atrio del Fatebenefratelli regnava una grande confusione. Si era trasferito tutto lo stato maggiore della polizia milanese, il questore Marcello Guida compreso. Ma la polizia era presente anche all’interno della sala di rianimazione dove i due medici tentavano invano di tenere in vita Giuseppe Pinelli, tranquillo, silenziose, non molto turbato dalla vista dell’operazione di intubazione orotracheale e di ventilazione con il pallone di Ambu’ alla quale l’anarchico veniva sottoposto, un poliziotto inborghese, camicia e cravatta, baffetti neri e un distintivo all’occhiello della giacca, non si allontano’ neanche per un attimo dal lettino dove Pinelli stava morendo, attento a raccogliere ogni suo rantolo(…) Chi gli ha dato l’ordine di entrare nella stanza compiendo un abuso di autorita’ che non e’ tollerato negli ospedali? E perche’ e’ entrato, cosa pensava o temeva che Pinelli potesse dire prima di morire?”

I risultati del’autopsia, dalla quale sono stati esclusi i periti di parte, non vengono resi noti. I due medici – Gilberto Bontani e Nazareno Fiorenzano- che hanno tentato di salvare Pinelli, solo il secondo, e solo molte settimane piu’ tardi, e dietro istanza della moglie dell’anarchico, viene interrrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi, il magistrato cui e’ affidata che nel mese di maggio 1970 si concludera’ con un sibillino verdetto di “morte accidentale” (non suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha mentito…).

Subito dopo che il dottor Nazareno Fiorenzano e’ stato interrogato, nel palazzo di giustizia circola una voce secondo cui la polizia lo ha pesantemente “avvertito” che il caso Pinelli e’ un caso da archiviare, e percio’ e’ meglio che non si ponga troppi interrogativi. Ma cosa puo’ aver notato o capito il medico di guardia davanti al corpo di Pinelli morente?

La testimonianza che egli rilascia a un collega prima di essere interrogato dal magistrato e questa:

“1) Gli infermieri che raccolsero Pinelli ebbero l’impresione che fosse gia’ morto.

2) il massagio cardiaco esterno fu praticato da un infermiere di nome Luciano.

3) solo eccezionalmente – e per lo piu’ in vecchi dallo scheletro rigido – il massagio cardiaco puo’ produrre incrinature alle costole.

4) da quando fu raccolto, e fino alla morte Pinelli non emise ne un lamento ne una parola.

5) quando Pinelli arrivo’ al prontosoccorso del Fatebenefratelli, non aveva piu’ polso, pressione e respirazione. Appariva decelebrato; ma il dottor Fiorenzano non ebbe l’impressione che la teca cranica fosse fratturata. Non perdeva sangue dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Presentava anche abrasioni alle gambe. Lesione bulbare? Mani intatte.

7) Pinelli fu intubato, sottoposto a ventilazione artificiale ed altre pratiche di rianimazione. Riebbe polso polso e pressione. Respiro che confermerebbe lesione bulbare. Mancanza di riflessi ecc. confermano che (parole testuali) “si trattava di un morto cui avevano dato un po’ di vita vegetativa” Rianimazione sospesa dopo 90′

8) Il dottor Guida arrivo tre minuti dolo Pinelli. Disse al dottor Fiorenzano che non poteva fare nulla contro l’irreparabile, ebbe l’aria di scusarsi e se ne ando’.

9) Il dottor Fiorenzano ignorava l’identita’ del ferito, che non gli fu detta dai poliziotti. La sua insistenza per conoscerla irrito’ molto i poliziotti.

10) I poliziotti ripetevano, tutti con le stesse parole, che si era buttato dalla finestra. Sembra ripetessero una formula.”

Ma per Giuseppe Pinelli l’operazione di stravolgimento della memoria è stata particolarmente odiosa e particolarmente riuscita, tanto da dover parlare più correttamente di “cancellazione” più che di “stravolgimento” della memoria. Ogni volta che si cerca di riprendere in mano il filo degli avvenimenti che parte dal 12 dicembre 1969 (attentato in Piazza Fontana) ai giorni nostri (“caso Sofri”), passando per l’omicidio del commissario Calabresi, si tende a sorvolare sulla morte di Pinelli, quasi si trattasse di un “incidente di percorso”, un episodio da dimenticare, ininfluente per la comprensione degli eventi… Invece la storia di Pinelli è fondamentale per capire l’evoluzione e la stretta connessione di quei fatti.

Credo che questa frase di Licia Pinelli, estratta dal libro-intervista che Licia rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982, sintetizzi meglio di ogni altra la vicenda. “Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…”..

Sempre nei giorni immediatamente seguenti la morte di Pinelli, “Lotta Continua” comincia ad accusare esplicitamente il Commissario Calabresi di essere il diretto responsabile della morte dell’anarchico.

Nel 1970 Calabresi querela per diffamazione il periodico; il processo denominato “Calabresi/Lotta Continua” comincia nell’ottobre dello stesso anno. Questo processo, nel quale il Commissario si presenta come parte lesa, diviene ben presto il palcoscenico sul quale ridiscutere il caso Pinelli.

Nel giugno del 71 la vedova Pinelli denuncia Calabresi e tutti gli agenti presenti ai vari interrogatori cui fu sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre 69 per omicidio volontario: il giudice istruttore è Gerardo D’Ambrosio, che manda avvisi di reato a tutti i denunciati.

Il 17 maggio 1972 il Commissario Calabresi viene ucciso a Milano. Proprio quel giorno era prevista la presentazione al Palazzo Reale di Milano de “I funerali dell’anarchico Pinelli”, quadro di Enrico Baj. Questa presentazione fu annullata in seguito alla notizia dell’omicidio di Calabresi e non fu più riproposta.

Il 27 ottobre 1975 D’Ambrosio chiude definitivamente la sua inchiesta, lasciando l’amaro in bocca a molti: leggendo per esteso la sentenza si ha l’impressione che il giudice abbia trovato una matassa troppo intricata da dipanare. Le sue ricerche chiudono con poche certezze; esclude categoricamente che Pinelli si sia suicidato (e quindi conferma che tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne); esclude l’omicidio non trovandone le prove (e lo esclude con un vero bizantinismo: “la mancanza assoluta di prove che un fatto è avvenuto equivale alla prova che un fatto non è avvenuto”) e ritiene “verosimile” l’ipotesi di un malore.

Scartata l’ipotesi del suicidio e pure quella dell’omicidio “volontario”; scartato pure il volo di fantasia di D’Ambrosio del 1975 (che salomonicamente parlò di un “malore attivo”, per districarsi fra le scomode ipotesi di suicidio ed omicidio), fra le altre ipotesi che furono fatte restano le seguenti. Un interrogatorio “forzato” e svoltosi fuori dalle procedure legali, in cui a qualcuno saltarono i nervi giungendo a picchiare Giuseppe Pinelli fino a temere di averlo ucciso; da qui la repentina decisione di sbarazzarsi del corpo inscenando un suicidio più o meno verosimile. A favore di questa ipotesi ci sarebbero l’ora di chiamata dell’ambulanza (uno dei punti più controversi dell’intera vicenda e che anche la sentenza D’Ambrosio spiega poco e male: sembrerebbe che l’ambulanza sia stata chiamata pochi minuti PRIMA della caduta dal balcone) e la famosa “macchia ovalare” trovata sul collo del Pinelli (che i sostenitori di questa ipotesi addebitarono ad una percossa particolarmente violenta o ad un colpo di Karate). Una colluttazione finita tragicamente per pura fatalità, al termine dell’interrogatorio. O ancora: Pinelli aveva sentito o visto qualcosa che non doveva sentire e/o vedere (teoria questa che Pietro Valpreda, un altro degli anarchici accusati in un primo tempo per la strage, scomparso per malattia nel luglio 2002, confidò in un’intervista a Mauro Bottarelli).

Nel 1988 Leonardo Marino, ex componente di Lotta Continua, raccontò che pochi giorni prima dell’omicidio del commissario Calabresi incontrò Adriano Sofri a Pisa, il quale gli comunicò la decisione di uccidere il commissario. Secondo questa ricostruzione l’omicidio sarebbe stato materialmente compiuto da un commando composto da militanti di L.C.: Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e lo stesso Marino (con ruolo di autista). Non è questa la sede per affrontare il “caso Sofri”, o per parlare delle tante contraddizioni che si possono trovare nel racconto di Marino. Basti dire che la vicenda processuale si è per ora chiusa, e che la Magistratura ha ritenuto credibile la versione del “pentito” Leonardo Marino, condannando per omicidio gli ex esponenti di Lotta Continua.

Nel maggio 2002 si è tornati a parlare (seppure indirettamente) del “caso Pinelli”. Pochi giorni prima del trentesimo anniversario dell’omicidio Calabresi, il Corriere della Sera, sul proprio settimanale “Sette”, pubblicò un’intervista con Gerardo D’Ambrosio. Il Magistrato in quell’occasione ribadì di essere assolutamente sicuro dell’estraneità di Calabresi (a qualsiasi livello) nella morte di Giuseppe Pinelli. Ma al di là dei giudizi che si possono esprimere sul convincimento di D’Ambrosio, è certo che il Magistrato commette un grave errore; ad un certo punto afferma: “Poi ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi. La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pinelli cadesse”.

Il punto è che Valitutti all’epoca dell’inchiesta disse ESATTAMENTE IL CONTRARIO (confermando sempre, successivamente, la stessa versione): NON SOLO Valitutti non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz’altro notato se il commissario fosse uscito. Dunque anche l’intervista a D’Ambrosio si rivelò un’occasione persa nell’ottica di ristabilire la verità sulla vicenda, diventando invece un altro elemento che va a confonderne la memoria.

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