Piazza Fontana, 12 dicembre `69, Strage fascista Strage di Stato

È di nuovo 12 dicembre, una data che a Milano pesa, o meglio dovrebbe pesare, anche 46 anni dopo. Già, perché quella bomba che nel 1969 devastò la Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana e rubò la vita a 17 persone, alle quali si sarebbe aggiunto tre giorni più tardi l’anarchico Giuseppe Pinelli, fatto precipitare da una finestra della Questura, non fu soltanto un infame delitto, ma anche un atto costituente e rappresentativo di un’intera periodo e, soprattutto, di una precisa modalità scelta dal potere costituito, o da parti fondamentali di esso, per tentare di ostacolare ed impedire il cambiamento sociale e politico, reclamato allora da uno straordinario movimento di studenti ed operai.
Non è un caso, infatti, che la vera matrice della strage, nonostante i depistaggi ufficiali, fosse evidente da subito e in quanto tale denunciata dal movimento: fu strage di Stato e fascista. E non è nemmeno un caso che ancora oggi manchino una verità ufficiale, dei colpevoli da punire e quindi anche degli atti degni di essere chiamati giustizia, sia per la strage di Piazza Fontana, o per quella di Piazza della Loggia di Brescia, che per l’intera stagione della strategia della tensione.
Basterebbe questo, in fondo, per spingerci a vivere il 12 dicembre come un anniversario “pesante”, come un’occasione di mobilitazione o, almeno, di indignazione. Sì, lo so, ora qualcuno dirà che dopo tanti anni continuare a chiedere verità e giustizia è tempo perso, che tanto hanno insabbiato e depistato tutto, che ormai i protagonisti sono molto anziani o già morti e che in fondo possiamo accontentarci della cosiddetta verità storica, che riconosce che la mano era fascista e che la mente si trovava in qualche pezzo dello Stato.
Ebbene, io non sono d’accordo, perché ragionamenti di questo tipo sanno un po’ troppo di rassegnazione, di accettazione dell’inaccettabile, cioè che l’omertà di Stato vale più della vita dei cittadini. E non sono d’accordo perché sono ragionamenti ingenui, poiché ignorano, o fingono di ignorare, che le verità storiche hanno bisogno di cura e di memoria attiva per poter vivere o semplicemente sopravvivere. E questo vale in particolare per la verità storica sulle stragi, che a un certo punto è senz’altro diventata memoria culturalmente egemone, ma mai è stata memoria condivisa e, anzi, in questi ultimi tempi inizia persino ad essere messa in discussione.
Certo, non siamo di fronte a una contestazione radicale e non parliamo neanche di coloro i quali da sempre hanno osteggiato da destra questa verità storica, ma ci riferiamo piuttosto ad un lavorio che toglie un pezzo di qui e ne aggiunge un altro di là, che insinua dubbi, che si fa forte dei tanti anni passati e della voglia di chiudere una vicenda durata fin troppo e di produrre riappacificazione.
Hanno iniziato con il 40° anniversario della strage, che come tutti i numeri belli tondi aveva una notevole forza di suggestione, e hanno usato lo stesso ricevimento al Quirinale di Licia Pinelli, la vedova di Giuseppe, da parte del Presidente della Repubblica, per dire che ormai tutto era a posto, che si poteva chiudere anche l’ultima pratica rimasta aperta. Dopo quella sorta di teoria del pareggio tra Pinelli e Calabresi, sono poi arrivate una produzione cinematografica e qualche nuovo libro “d’inchiesta”, che con indubbia presunzione e con rigore alquanto discutibile, appunto, tolgono un pezzo di qui e ne aggiungono un altro di là. Alla fine, comunque, la memoria risulta modificata e la “verità storica” inizia ad essere riscritta.
Ecco, dunque, un secondo motivo per non lasciar passare sotto silenzio il 12 dicembre, cioè per non permettere a nessuno di riscrivere la verità storica, dopo aver negato quella giudiziaria.
Infine, c’è anche un terzo motivo. Disperdere la nostra memoria, far riscrivere le verità storiche e far trionfare l’oblio non produce riappacificazione e convivenza, ma soltanto nuovi mostri e nuovi violenze. Viviamo in un tempo di crisi, non solo economica, ma anche sociale, politica e culturale, e in molte parti dell’Europa si riaffacciano, a volte prepotentemente, movimenti di ispirazione fascista o addirittura nazista, portatori di ideologie violente, autoritarie, antisemite, razziste. Dimenticare ciò che erano queste forze nel nostro paese, non solo nel Ventennio, ma anche negli anni delle stragi, quando misero a disposizione del potere costituito la loro manovalanza assassina per tentare di spezzare ogni speranza di cambiamento, significa privarci degli anticorpi necessari per poter far fronte alle sfide di oggi.
Non è certo nelle nostre intenzioni fare paragoni fuori luogo. L’accoltellamento dell’attivista antifascista del 2 dicembre scorso è vicenda ben diversa dalla strage di Piazza Fontana e il rapporto di complicità e cooperazione tra apparati di Stato e gruppi neofascisti nella strategia della tensione è altra cosa rispetto alla concessione di sedi politiche e di reclutamento a gruppi militanti neofascisti. Tuttavia, sarebbe imperdonabile e irresponsabile sottovalutare la situazione, non cogliere i segnali che ci sono nel nostro paese e anche nella nostra città. E sarebbe peggio ancora non intervenire per stroncare subito ogni elemento di complicità tra istituzioni e gruppi nazifascisti, a partire da quella vergogna della concessione di uno spazio nelle case popolari di viale Brianza ad opera dell’Aler (vedi anche Appello per chiudere le sedi nazifasciste a Milano).
Eccovi dunque tanti motivi validi per dare questo 12 dicembre un contributo perché non si dimentichi, non si consideri accettabile l’impunità per gli stragisti, non si permetta a nessuno di riscrivere la storia e, infine, non si consenta alcuna complicità istituzionale con i gruppi nazifascisti e razzisti.

A Milano il 12 dicembre 1969, 17 morti e 89 feriti:

1. Giovanni ARNOLDI, anni 42
2. Giulio CHINA, anni 57
3. Eugenio CORSINI
4. Pietro DENDENA, anni 45
5. Carlo GAIANI, anni 37
6. Calogero GALATIOTO, anni 37
7. Carlo GARAVAGLIA, anni 71
8. Paolo GERLI, anni 45
9. Luigi MELONI, anni 57
10. Vittorio MOCCHI
11. Gerolamo PAPETTI, anni 78
12. Mario PASI, anni 48
13. Carlo PEREGO, anni 74
14. Oreste SANGALLI, anni 49
15. Angelo SCAGLIA, anni 61
16. Carlo SILVA, anni 71
17. Attilio VALÈ, anni 52

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