poliziotto denunciato per lesioni gravi: Ruppe i denti ad una studentessa

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I pm sono convinti di aver finalmente identificato il poliziotto che il 12 ottobre dell’anno scorso sferrò una manganellata sul volto della studentessa di Lettere Martina rompendole quattro incisivi, e nei giorni scorsi hanno chiuso le indagini a suo carico. Si tratta di P. B., 29 anni, agente scelto in servizio al VII Reparto mobile fino a pochi giorni fa. Fino a quando, cioè, ricevuto l’avviso di fine indagine, i suoi superiori non hanno ritenuto di trasferirlo all’ufficio di gabinetto. Lontano dalle piazze e dai manifestanti.

I fatti risalgono dunque a un anno fa. Manifestazione davanti alla Banca d’Italia in piazza Cavour contro banche, crisi e debito. Un centinaio di antagonisti (Tpo e Crash in testa e dietro vari collettivi universitari) «armati» di scudi di cartone premono sul cordone di polizia schierato a proteggere l’ingresso della banca. Parte una prima carica. Poi un’altra, che raggiunge i manifestanti sul fianco. È la più dura e colpisce soprattutto le retrovie. È in questa fase che Martina, oggi 24enne, militante del collettivo Sadyr (legato al Tpo) viene colpita alla spalla e alla bocca da uno sfollagente. La ragazza è una maschera di sangue: la manganellata sferrata da un agente del Reparto mobile le ha rotto ben quattro denti, gli incisivi inferiori, e spaccato le labbra. Martina finisce in ospedale e, come riportato anche nell’avviso di fine indagine, la manganellata le causerà «l’indebolimento permanente dell’organo di masticazione». Assistita dall’avvocato Simone Sabattini la studentessa fa querela. Il legale chiede che chi l’ha ridotta in quello stato venga identificato e produce una serie di fotografie che risulteranno preziose.

Le pm Morena Plazzi e Antonella Scandellari chiedono la collaborazione della polizia, che a dire il vero non è delle migliori. Ed ecco allora le foto, che mostrano come l’agente che quella mattina ha colpito Martina fosse l’unico a indossare sotto il casco occhiali da sole. E mostrano anche che aveva uno scudo tondo. Viene identificato un poliziotto che, però, sentito ad agosto da indagato con il suo avvocato, Libero Mancuso, nega tutto. Proclamandosi innocente e incalzato dai pm spiega che quella mattina non indossava occhiali da sole e, soprattutto, che aveva ceduto il suo scudo (tondo) a un collega, il cui scudo si era rotto poco prima. Il poliziotto non ricorda, o non vuol ricordare, il nome del collega. Vengono fatte delle ipotesi e alla fine resta un solo nominativo: P. B. La conferma la daranno le foto, da cui si evince che prima che venga inferto il colpo a Martina il primo poliziotto è già senza scudo. Per quest’ultimo Plazzi e Scandellari chiederanno l’archiviazione. P. B., invece, deve rispondere di lesioni gravi.

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il ministero degli Interni ha ottenuto le chiavi per entrare nei profili di Facebook

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Senza dirlo a nessuno il ministero degli Interni italiano ha ottenuto dai vertici di Facebook le chiavi per entrare nei profili degli utenti anche senza mandato della magistratura. Una violazione della privacy che farà molto discutere.
Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sara approvato dal Congresso, permettera alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati.
In Italia senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari pei una rogatoria internazionale.
Questo perchè, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocita di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perche alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui a molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.
A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine.
E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad a ltri ragazzi sudamericani, permettendo cosi agli agenti di conoscere il loro organigramma. Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici.
Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.
«Il nostro obiettivo è quello di prevenire i rave party prima che abbiano inizio», spiegano, «e per questo ci inseriamo nelle comunicazioni tra organizzatori e partecipanti, nei social network, nei forum e nei biog». Così può capitare che anche chi ha semplicemente partecipato ad una chat per commentare un gruppo musicale finisca per essere radiografato a sua insaputa.
In teoria queste attività sono coordinate dalle procure che conducono le indagini su singoli fatti o su fenomeni più ampi. I responsabili dei social network non ci tengono a farlo sapere e parlano di una generica offerta di collaborazione con le forze dell’ordine per impedire che le loro piattaforme favoriscano alcuni delitti.
Un investigatore milanese rivela a “L’espresso” che, grazie alle autorizzazioni della magistratura, da tempo ottiene dai responsabili di Facebook Italia di visualizzare centinaia di profili riservati di altrettanti utenti, riuscendo persino ad avere accesso ai contenuti delle chat andando indietro nel tempo fino ad un anno. Chi crede di aver impostato le funzioni di riservatezza in modo da non permettere a nessuno di vedere le foto, i post e gli scambi di messaggi con altri amici, in realtà, se nel suo gruppo c’e un sospetto, viene messo a nudo e di queste intrusioni non verrà mai a conoscenza.
E non sempre l’autorità giudiziaria viene messa al corrente delle modalità con cui vengono condotte alcune indagini telematiche. Un ufficiale dei Carabinieri, che chiede di rimanere anonimo, ammette che certe violazioni della legge sulla riservatezza delle comunicazioni vengono praticate con disinvoltura: «Talvolta», spiega l’ufficiale. «creiamo una falsa identità femminile su Fb, su Msn o su altre chat, inseriamo nel profilo la foto di un carabiniere donna, meglio se giovane e carina, e lanciamo l’esca. II nostro carabiniere virtuale tenta un approccio con la persona su cui vogliamo raccogliere informazioni, magari complimentandosi per un tatuaggio. E in men che non si dica facciamo parte del suo gruppo, riuscendo a diventare “amici” di tutti i soggetti che ci interessano».
Di tutta questa attività, spiega ancora l’ufficiale, «non sempre facciamo un resoconto alla procura e nei verbali ci limitiamo a citare una fantomatica fonte confidenziale». Da oggi, in virtù dell’accordo di collaborazione con Mark Zuckerberg siglato dalla Polizia, chi conduce queste indagini potrà fare a meno di avvisare un magistrato perchè «la fantasia investigativa può spaziare», prevede un funzionario della Polposta, «e le osservazioni virtuali potranno essere impiegate anche in indagini preventive».

OSSERVATORIO sulla REPRESSIONE: Facebook: il ministero degli Interni ha ottenuto le chiavi per entrare nei profili.

Tunisia. La rivoluzione continua, intervista a Lina Ben Mhenni

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Nei giorni della rivoluzione tunisina il suo blog, “A Tunisinian Girl”, è stato un punto di riferimento. Oggi, con la nuova Costituzione alle porte, Lina Ben Mhenni torna a parlare. Per dire che il governo eletto “non è più legale”. Perché non difende i diritti umani e attacca le donne.

Martedì 9 ottobre, la blogger e attivista tunisina, Lina Ben Mhenni, si è aggiudicata il “Premio alsaziano per l’impegno democratico” per le sue attività e il coinvolgimento durante la Rivoluzione Tunisina. Lina scrive sul blog ‘A Tunisian Girl‘ e dà il suo contributo a Global Voices.

Samia Errazzouki:  Riguardo l’elaborazione della nuova Costituzione, come donna tunisina, come risponde alla proposta riguardo l’articolo 28 che definisce le donne ‘complementari agli uomini’?

Lina Ben Mhenni: Gli attacchi contro le donne, la libertà, e i diritti umani continuano a moltiplicarsi in Tunisia. E sfortunatamente, questi attacchi arrivano principalmente dal governo tunisino. L’articolo 28, che tratta le donne in termini di complementarità invece che di uguaglianza, è rivoltante.  Ho protestato contro questo articolo per le strade, durante una manifestazione non autorizzata, e dieci poliziotti mi hanno picchiata. Se potessi farlo di nuovo lo rifarei, perché tutti gli statuti internazionalmente riconosciuti che parlano di diritti umani hanno sempre affrontato il rapporto tra uomini e donne in termini di parità. La parola ‘complementarità’ ha un significato ampio, fluido, e ogni individuo può interpretarlo in modo diverso. Cosa cerca di ottenere o di prevenire il governo utilizzando il concetto di complementarità per definire la relazione tra uomini e donne, invece della parità di sessi? Perché girarci intorno ed evitare di essere onesti?

Dopo l’episodio della violenza contro una donna tunisina che in seguito è stata accusata di indecenze, quale è stata la sua reazione alla risposta del governo?

Ogni volta che si parla di questo episodio mi viene la pelle d’oca. Sono veramente scioccata e disgustata dalla reazione del governo. Qui c’è una donna che è stata violentata da agenti di polizia. Agenti che dovrebbero garantire la sicurezza e proteggere i cittadini. Invece di prendersene cura, fornendo sia aiuto fisico che psicologico, l’hanno accusata di aver commesso un crimine. Hanno raccontato di averla trovata in una ‘stato indecente’.  Ma anche se fosse vero, questo non giustificherebbe un atto di stupro. Non è una scusa. Sono stata davvero scioccata nell’ascoltare la reazione del portavoce del ministero degli Interni.

Quali misure sono state adottate dagli attivisti e dai movimenti per continuare a far pressione sul nuovo governo, e spingere per un cambiamento in Tunisia?

Come ho già detto possiamo dedurre che nonostante questo sia un governo eletto, niente è stato fatto per costruire una reale democrazia in Tunisia. Un governo che giustifica lo stupro è vergognoso. E, per me, non è più legale. Anche se è stato democraticamente eletto, non è più legale. E’ la dimostrazione che il governo è incompetente e che non sono state messe in atto misure per affrontare, ad esempio, le condizioni socio-economiche in Tunisia, che continuano a peggiorare. Sono incompetenti: attaccano le libertà individuali e i diritti umani. Recentemente, si sono anche rifiutati di includere la questione dei diritti umani nella Costituzione.

Cosa ha fatto lei per continuare a impegnarsi per le cause iniziali della rivolta? 

Come blogger, è importante per me che prima di tutto si parli e si discuta di questi temi. Poi, si marcia nelle strade per manifestare e continuare a far pressione. Ogni volta che viene sollevata una questione importante cerco di scendere in strada, parlare con le persone, scriverne. Cerco di essere obbiettiva, e quando è il momento di manifestare io ci sono.

*La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su Jadaliyya.

Tunisia. La rivoluzione continua, intervista a Lina Ben Mhenni.