La storia di Sabra e Chatila

il 15 settembre, le forze israeliane entrarono a Beirut Ovest, in piena violazione del negoziato promosso dagli Usa.
Il comandante israeliano Eytan concorda con il nuovo capo delle Forze Libanesi di affidare il comando dell’operazione “Pulizia etnica” a Sabra e Chatila, al responsabile dei servizi speciali libanesi.
Prima dell’azione delle forze libanesi, i soldati israeliani appartenenti al corpo speciale “Sayyeret Maktal”, setacciano i campi ed i quartieri di Beirut alla ricerca di 120 professionisti palestinesi, medici, avvocati, insegnanti, infermieri, che non sono partiti, credendosi al sicuro, in quanto non hanno partecipato ai combattimenti. I militari israeliani sfondano le porte delle abitazioni, interrogano gli abitanti terrorizzati e, quando identificano la persona ricercata, questa viene fatta uscire ed abbattuta all’istante. In questo modo vengono assassinate 63 persone.
“Dal mio appartamento all’ottavo piano, con un binocolo, li ho visti arrivare in fila indiana: un’unica fila. Li precedeva la loro ferocia” (dal libro”quattro ore a Shatila” di Jean Genet) L’avanzata dell’esercito israeliano fu lenta, metodica,spietata, condotta a colpi di cannone.

L’esercito non entrò subito nei campi, ma circondò gli ingressi di Sabra, dei campi di Shatila e Burj el Barajne ed il quartiere dell’ex sede dell’OLP, con uomini e carri armati.
Alle 5 di sera di giovedì 16 settembre, i miliziani libanesi penetrano nei campi ed iniziano la mattanza.
Dopo la prima “eliminazione mirata” effettuata dal corpo speciale israeliano, sui camion militari dell’esercito israeliano vengono trasportati i miliziani della seconda ondata di assassini, composta dai libanesi dell’Esercito del Sud del Libano.
Solo dopo il ritorno di questa squadra, nei vicoli e tra le case di Sabra e Chatila, per completare il massacro, scendono in campo gli assassini di Elias Hobeika, responsabile dei servizi speciali libanesi. Saranno essi a compiere le maggiori atrocità.
Il massacro è quindi il risultato dell’alleanza tra Israele ed i Falangisti libanesi. Alleanza dimostrata dal fatto che, nella notte tra giovedì e venerdì, la BBC diede la notizia che la tv israeliana aveva diffuso la voce che truppe falangiste avrebbero compiuto “epurazioni” nei campi palestinesi. Il quotidiano di Tel Aviv “Haaretz” scriveva che il ministro della Difesa aveva informato il Governo della sua decisione di autorizzare l’ingresso delle Falangi libanesi nei due campi. L‘esercito israeliano fornì ai suoi alleati tutto il supporto necessario, dai bulldozer, alle mappe, ai fari degli elicotteri che illuminavano a giorno i campi.
La caccia cominciò quindi nella notte tra il 16 ed il 17 settembre. Palestinesi, siriani, libanesi subirono lo stesso destino. Cumuli di carte d’identità libanesi accanto alle vittime fanno capire l’inutile tentativo di riuscire a sfuggire alla morte. I soldati all’interno dei campi iniziarono subito le esecuzioni di massa ed ebbero 36 ore di tempo per trucidare bambini, donne ed anziani.
All’inizio il massacro compiuto dai miliziani libanesi avviene nel silenzio, usando coltelli, accette,pugnali. Sventrando, sgozzando, decapitando, violentando i corpi vivi delle vittime.
Paralizzata dalla paura la gente dei campi resta chiusa in casa, nascondendosi.
Dopo i primi spari, il massacro prosegue ancora più feroce. Nelle vie del campo, distrutto dagli esplosivi, si accumulano i corpi dei bambini sgozzati o impalati, aggrovigliati ai ventri delle madri. Teste e gambe e braccia tagliate con l’accetta, cadaveri fatti a pezzi. Corpi di donne impudicamente discinte per le ripetute violenze e poi decapitate. Uomini abbattuti e poi castrati. File di uomini fucilati. Cumuli di cadaveri ammassati in discariche o in fosse comuni. Camion carichi di cadaveri e camion di uomini in procinto di divenire cadaveri. Il rastrellamento avviene casa per casa perché nessuno possa sfuggire. Il tutto sotto l’occhio vigile dei soldati e ufficiali israeliani che dall’alto della terrazza dell’ambasciata del Kuwait seguono, con i binocoli, le violenze disumane che non ebrei stanno compiendo su altri non ebrei.
Dal Gaza Hospital vengono fatti evacuare i medici ed il personale straniero.

Venerdì 17 settembre la notizia del massacro comincia a circolare e sconvolge il mondo intero. Giunge la condanna internazionale. Le Forze Libanesi ora hanno fretta, devono finire il lavoro commissionato dai vertici israeliani, per cui sparano su tutto ciò che si muove. Altri reparti rastrellano i quartieri di Sabra e di Fakhani, ammassando centinaia di prigionieri. Molti di questi ostaggi sono spariti nel nulla, solo più tardi vengono trovati nelle fosse comuni.
All’alba di sabato 18 settembre i miliziani falangisti si ritirano, lasciando dietro di sé un numero imprecisato di morti.
Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa entrarono nei campi il giorno dopo, provarono solo orrore. Sembrava di vivere in un incubo: donne che urlavano sui corpi dei loro cari, che vagavano tra i vicoli, bambini che piangevano in mezzo ai corpi mutilati, corpi che cominciavano a gonfiarsi sotto il sole. Molti di loro piansero, altri, semplicemente vomitarono.
Il numero totale delle vittime assassinate e di quelle scomparse nel nulla è di circa 3.000.
Secondo i testimoni il massacro è stato compiuto da 1.500 uomini che parlavano il dialetto di Beirut ed indossavano le uniformi delle Forze Libanesi.

Il 19 settembre parlando alla radio per il capodanno ebraico, Ariel Sharon dichiarò che i suoi uomini sarebbero restati a lungo a Beirut, almeno fino a quando l’esercito libanese sarebbe stato in grado di prendere il controllo, prima però, dovevano bonificare le aree in cui si trovavano i palestinesi.
Le testate giornalistiche internazionali trattarono l’argomento solo per pochi giorni. In breve tempo, i mezzi di comunicazione si impegnarono per riciclare l’immagine disonorata d’Israele, trasformandola in quella “pietosa” della vittima ingiustamente infangata!
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 25 settembre condanna i massacri israeliani, ma gli USA votano contro. Il parlamento israeliano il 22 settembre decise di non formare una commissione ufficiale d’inchiesta. Il contingente multinazionale di pace il 26 settembre tornò a Beirut, nuovamente sollecitato ad intervenire per svolgere la funzione di interposizione.
Ancora oggi, nessuno ha mai pagato per questo crimine.
Il 31 dicembre 1983, il Presidente Pertini dopo essere stato sui luoghi del massacro, rilasciò questa dichiarazione:
“Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società”

One thought on “La storia di Sabra e Chatila

  1. Le atroci vicende di quella guerra civile, poi divampata col coinvolgimento di Israele, non credo possano essere trattate con una visione che divide il bianco dal nero.
    Un insieme di sfumature, che vanno oltre una visione settaria, devono esser prese in considerazione. Tra queste, di sicuro, il conflitto interetnico, tra le diverse milizie in campo.
    Sabra e Chatila appartengono, per la loro crudezza (la cui sicura entità resta tuttora incerta), a quella serie di episodi che, a mio avviso, risultano di difficile spiegazione e non consentono la distinzione tra buoni e cattivi.
    Per semplificare direi che una guerra ha più cattivi che buoni. Anzi estremizzando si potrebbe affermare che sono tutti cattivi, dove il carattere dominante è la malvagità e l’efferatezza di tutti gli attori del conflitto.
    Non si può prescindere, credo, da quella che fu l’origine del conflitto, chi la scatenò e quali conseguenze seguirono in una escalation di atrocità dilagante, su ogni fronte.
    Il massacro di Sabra e Chatila, per esempio, non può trascurare le ragioni di un odio che risultò conseguente all’uccisione di Gemayel e inasprì la ferocia tra le milizie libanesi, i cristiano-maroniti, i drusi, i filo-siriani, insomma tutte le parti in conflitto.
    Resta, a mio modesto avviso, il dubbio su chi fu autore materiale della strage, che coinvolse cristiani e musulmani, e la complicità di chi nulla fece per evitarla.
    Tra il bianco e nero c’è il rosso sangue che rende, talvolta, tutti colpevoli.
    Gli unici innocenti sono, su qualsiasi versante, i morti.
    Il resto va ricollocato nel suo periodo storico e, sovente, è il riflesso di quel mondo diviso in due blocchi, di ideologie che allora – forse ancor oggi – vedevano la sola centralità della questione palestinese e ‘odiavano’ tutto il resto.
    Domande su domande, dubbi, interrogativi inquietanti, alla ricerca d’una possibile spiegazione. Anche se il sanguinario delirio può non avere ragioni.
    Anche sulla ‘quesione palestinese’ ci sarebbe da dire tanto: quando e perchè nasce, contro chi e a favore di cosa il conflitto arabo-israeliano viene ricondotto alla questione palestinese, perchè non si discetta, altrettanto analiticamente, del massacro dei palestinesi da parte del ‘solidale’ mondo arabo: in Giordania, in Libano e in Kuwait?
    Certo, anche di quel che riguarda i territori occupati, a seguito di guerre dichiarate e conclusesi con l’acquisizione di altra terra.
    La soluzione, se consideriamo l’origine della storia, doveva esserci sin dal riconoscimento dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che contemplava la coesistenza di uno Stato ebraico (figlio ed erede del sionismo di Theodor Herzl) e di uno arabo.
    Purtroppo non fu così.

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