Brescia antifascista respinge Casapound. Domani presidio

Brescia antifascista respinge Casapound. Domani presidio

Importante mobilitazione antifascista, a Brescia, contro il tentativo di “insediamento” di Casapound, che vorrebbe aprire un “covo” in zona.

Comunicato stampa della Rete Antifascista

Casa Pound: aggressioni e assassinii

I fascisti di sempre, dopo aver perpetrato aggressioni in tutta Italia (l’ultima delle quali, solo in ordine cronologico, il 14 luglio scorso a Viterbo, nei confronti di Filippo Rossi, stretto collaboratore di Gian Franco Fini, direttore del quotidiano on-line “Il futurista” e di un festival letterario denominato “Caffeina”) e assassinii (il 13 dicembre 2011 a Firenze, GianLuca Casseri, militante dell’organizzazione fascista, spara contro alcuni lavoratori senegalesi uccidendone due e ferendone altri tre) tentano di ricostituire anche in provincia di Brescia (dopo essere stati cacciati da via Apollonio) una base per organizzare simili iniziative.

Sabato 1 settembre, il capo-banda GianLuca Iannone (pluricondannato), vorrebbe inaugurare un ‘covo’ a S. Vigilio di Concesio.

Per impedire e chiudere subito questo avamposto di aggressioni antidemocratiche

PRESIDIO ANTIFASCISTA

sabato 1 settembre dalle ore 15.00

Piazza Garibaldi di S. Vigilio

ORA E SEMPRE RESISTENZA

via Brescia antifascista respinge Casapound. Domani presidio.

Intervista minatore Carbosulcis Nuraxi Figus

Intervista a Luciano, minatore Carbosulcis, al quinto giorno di occupazione del pozzo.

Anna Politkovskaja Il Coraggio della Verità

Una donna non rieducabile. Così si definisce Anna Politkovskaja, giornalista russa uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006. Giustiziata all’ingresso del palazzo in cui viveva, proprio nel giorno in cui compiva gli anni uno dei suoi principali bersagli polemici, Vladimir Putin.In questa vicenda, ancora avvolta da molte ombre, esiste però una verità inconfutabile che nessuno può mettere in dubbio: chi ha voluto mettere a tacere la voce di Anna è riuscito a farlo solo in parte. Il suo esempio e la sua memoria restano infatti intatti. Per la Russia, che ancora oggi trova il diritto alla libertà di espressione un boccone difficile da mandar giù, e per tutti coloro che svolgono, più o meno degnamente, il suo stesso mestiere.
“Sono considerata una nemica impossibile da rieducare – scriveva -. Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere ripulita da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me” (per leggere la versione integrale dell’articolo clicca qui).
Anna era perfettamente al corrente della taglia che pendeva sopra la sua testa. L’avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell’ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi gli articoli pubblicati da Novaja Gazeta, giornale di ispirazione liberale per il quale lavorava, erano stati più che un avvertimento. Che la morte per mano di chi la trovava scomoda sarebbe stata la sua fine era praticamente una certezza. Ma nonostante questo, nonostante l’isolamento che il suo modo estremo e coraggioso di lavorare le costava, Anna andava avanti. “I giornalisti non sfidano l’ordine costituito – affermava -. Descrivono soltanto ciò di cui sono testimoni […]. È molto semplice: la deontologia professionale ci vieta di abbellire la realtà”. E ancora “L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”. E ciò che i suoi occhi vedevano erano diritti umani e civili non rispettati, interessi politici in nome dei quali centinaia di migliaia di vite di civili venivano sacrificate, come nelle guerre cecene (mentre capi di stato come Silvio Berlusconi parlavano di Cecenia come di “un’invenzione dei giornalisti”).
Basta uno sguardo a ciò che Anna Politkovskaja ha scritto e fatto per capire che l’eredità che ci ha lasciato è più che mai attuale. Un modello irrinunciabile per tutte le donne non rieducabili, in Russia e nel resto del mondo.

#OCCUPYBIENNALE SUPPORT PUSSY RIOT VENEZIA

Questa mattina un centinaio di attiviste e attivisti di Occupy Biennale hanno messo in scena una protesta eclatante nei Giardini della mostra. Sfruttando un varco all’interno della recinzione, passamontagna colorati calati sul volto, hanno eluso l’imponente dispositivo securitario dispiegato per proteggere la cerimonia di premiazione e i ministri presenti. Un tratto di corsa lungo il viale d’ingresso, gli attivisti hanno bloccato l’accesso al Padiglione Russo e srotolato due striscioni. Tra i flash delle decine di fotografi presenti hanno scandito slogan in favore della liberazione delle Pussy Riot, le musiciste russe recentemente condannate a due anni di prigionia per avere intonato una canzone anti Putin all’interno di una cattedrale ortodossa di Mosca. Contemporaneamente il Padiglione Russo riceveva una menzione speciale dalla giuria.
Gli attivisti di Occupy Biennale hanno unito la solidarietà alle Pussy Riot alla critica del sistema dei grandi eventi artistici – spesso occasione di operazioni speculative – resi possibili, specie in periodo di crisi, dal lavoro precario di migliaia di lavoratori e artisti. Contro l’austerity, l’arte può costruire reddito e proporre modelli di autorganizzazione e cooperazione capaci di contrastare il saccheggio dell’intelligenza collettiva e attivare pratiche concrete di sottrazione dalla crisi.
A questa azione di Occupy Biennale hanno dato corpo le lavoratrici e i lavoratori dell’arte, della cultura e dello spettacolo, artisti e artiste, provenienti da S.a.L.E.-Docks, dal laboratorio Morion, dal Rivolta e dalle occupazioni del Teatro Valle e Cinema Palazzo (Roma) e di Macao (Milano).
GOD SAVE THE PUSSY

Casa originale dell’ articolo  http://www.globalproject.info/it/in_movimento/occupy-biennale-in-solidarieta-alle-pussy-riot/12160

Il tribunale di Haifa: «Corrie se l’è cercata»

Il tribunale di Haifa: «Corrie se l'è cercata»

La sentenza di Haifa è una minaccia diretta a tutti gli attivisti solidali con i palestinesi: “vi ammazzeremo senza problemi”. Uno stato confessionale votato al delirio omicida.

Michele Giorgio

È stato un incidente e, in ogni caso, quella ragazza americana se l’è cercata. La colpa è soltanto sua. Qualcuno la giudicherà una semplificazione, eppure è questo il succo della sentenza pronunciata ieri dal giudice Oded Gershon, della corte distrettuale di Haifa. Sentenza che reputa «uno spiacevole incidente» l’uccisione avvenuta a Rafah (Gaza) il 16 marzo 2003 della giovane attivista americana Rachel Corrie dell’International Solidarity Movement.

Schiacciata da una gigantesco bulldozer dell’esercito israeliano mentre, pacificamente, faceva da scudo ad un’abitazione palestinese sul punto di essere demolita. Gershon ha negato la negligenza dello Stato o dell’esercito israeliano. L’«incidente», ha detto, si è verificato «in tempo di guerra» e durante «un’attività di combattimento». Ha perciò ricordato un attacco che avrebbero subito i militari israeliani, nella stessa zona, nelle ore precedenti l’uccisione di Corrie. La giovane, ha affermato il giudice, ha ignorato il pericolo, e avrebbe potuto salvarsi allontanandosi dalla zona , «come ogni persona di buonsenso», quindi «si mise da sola in una situazione pericolosa» e la sua morte fu «il risultato di un incidente che lei stessa aveva attirato su di sé». Insomma, la colpa è solo della vittima. Il giudice israeliano invece ha dato pienamente ragione alle forze armate e all’autista del bulldozer che ha dichiarato di «non aver visto la ragazza».

Dopo la lettura del verdetto, Cindy Corrie, la madre della pacifista si è detta «profondamente dispiaciuta» per la sentenza della Corte di Haifa. «Siamo profondamente rattristati e dispiaciuti per quello che abbiamo sentito da parte del giudice Oded Gershon…Credo che sia stata una brutta giornata, non soltanto per la nostra famiglia ma anche per i diritti umani, lo stato di diritto e Israele», ha affermato. E’ intervento anche l’avvocato della famiglia, Abu Hussein, per sottolineare che i giudici israeliani ancora una volta hanno dato ragione ai militari. «Sapevamo dall’inizio che si trattava di una battaglia in salita per ricevere risposte sincere e giustizia, questo verdetto distorce le prove presentate alla corte», ha denunciato.

Ora i genitori di Rachel valuteranno un ricorso alla Corte suprema israeliana. Ma sono minime le possibilità che la loro azione legale abbia un risultato diverso dalla sentenza pronunciata dalla corte distrettuale di Haifa. I precedenti dicono che anche i massimi giudici israeliani, quando sul tavolo ci sono questioni di sicurezza e l’operato dell’esercito, danno sempre ragione alle forze armate. Le eccezioni sono state rarissime. In ogni caso la sentenza di ieri riafferma ancora una volta l’urgenza che i casi di possibili crimini di guerra commessi nei Territori occupati vengano giudicati in sede internazionale e non dai giudici delle parti in conflitto. La rabbia dei compagni e dei famigliari della giovane attivista dell’Ism è acuita da quella che denunciano come un’indagine «parziale e incompleta» svolta dalle Forze Armate israeliane, che non ha tenuto in alcun conto delle testimonianze offerte da vari volontari stranieri. Forti dubbi sull’inchiesta erano stati espressi qualche giorno fa anche dall’ambasciata americana a Tel.

Rachel Corrie, assieme ad altri internazionali cercavano di impedire, pacificamente e soltanto con la loro presenza, la distruzione di case palestinesi (ne furono abbattute 1.700 in quattro anni) nella zona di Rafah, a sud di Gaza. Un testimone dell’evento, Richard Purssell, ha raccontato che «Rachel era su una montagna di terra, proprio davanti al finestrino del conducente (del Caterpillar D9-R). Mentre la pala spingeva il cumolo, lei è scivolata. Forse è rimasta intrappolata con un piede. Il conducente non si è fermato: le è passato sopra, e poi è anche tornato indietro». Un altro testimone, Tom Dale, ha aggiunto: «Il bulldozer avanzava lentamente. Quando lei è scivolata tutti noi abbiamo urlato all’autista del bulldozer di fermarsi ma chi guidava ha proseguito». Secondo questi e altri testimoni l’autista del bulldozer era costantemente seguito da altri militari, possibile che nessun di loro abbia visto Rachel davanti alla ruspa?

La sentenza ha fatto il giro della rete, è stata commentata in ogni angolo del pianeta, ad eccezione di Israele. Giornali e siti hanno ripreso la notizia, in particolare il quotidiano Haaretz. Invece l’opinione pubblica israeliana si è disinteressata della giovane americana morta nove anni fa, peraltro messa in cattiva luce dal suo impegno a favore dei diritti dei palestinesi. Anzi Gerald Steinberg, un docente universitario di destra che passa il tempo a monitorare le attività di associazioni e Ong straniere nei Territori occupati, ha diffuso un comunicato di condanna dell’Ism, accusato di essere «l’unico responsabile» della morte di Rachel

via Il tribunale di Haifa: «Corrie se l’è cercata».

Libero Grassi imprenditore ucciso dalla Mafia

“Non sono pazzo, non mi piace pagare. Io non divido le mie scelte con i mafiosi”. È l’11 aprile 1991 e in diretta tv Libero Grassi, industriale tessile proprietario della Sigma di Palermo, racconta la sua vicenda d’imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo alla mafia. Il caso varca i confini della Sicilia e diventa di dominio nazionale.Il 29 agosto alle 7.30 muore in un agguato per mano di Salvo Madonia, figlio del boss del quartiere San Lorenzo. Lo ammazza perché può essere un “cattivo esempio” per gli altri commercianti. Potrebbero alzare la testa anche loro. Libero Grassi quella mattina di vent’anni fa viene ucciso due volte: da Cosa nostra e dall’indifferenza dei suoi colleghi imprenditori. Lo hanno lasciato solo e sopportato con fastidio.Poi arriva il 1992, con le stragi di Capaci e via D’Amelio. L’indignazione popolare divampa. Per un po’ la reazione sembra sopita ma gradualmente i commercianti palermitani escono dall’angolo, si alleano e seguendo l’esempio di Libero Grassi denunciano gli estortori. Nasce Addio Pizzo e poi l’associazione antiracket Libero Futuro. Ci sono i processi e le condanne. La strada è in salita, ma ormai non si può più tornare indietro.Il seme della ribellione di Libero Grassi è germogliato. Perché se “un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, un popolo che ritrova la sua dignità è più forte di qualsiasi mafia

Sad Day For Humanity, for Corries, Palestinians and People of Conscience Around The World

#RememberRachel

Welcome to Palestine

Image
It’s a sad day for humanity, for the Corries, for Palestinians, for all people of conscience around the world … 
 
Cindy and Craig, we share your hurt. We share your indignation at this Israeli mockery of justice which is typical of this unjust system.
This latest and widely expected Israeli court whitewash underlines what the UN Goldstone Report had proven after the Israeli massacre in Gaza in 2008-09. Referring to “structural flaws” in the so-called Israeli justice system, the report concluded that Israel cannot be trusted to administer justice according to international standards.[Goldstone Report, paragraph 1756]
Precisely! In too many cases to enumerate here, Israel’s courts have rarely sentenced Jewish-Israeli criminals for killing or injuring Palestinians or wantonly destroying their property. According to Israeli human rights organization Yesh Din,

“… 91% of investigations [by Israeli police in the OPT] into crimes committed by Israelis against Palestinians and…

View original post 670 altre parole

Israele si autoassolve: “la morte di Rachel Corrie fu un incidente” #RememberRachel

Israele si autoassolve: “la morte di Rachel Corrie fu un incidente”

Era scontato: un corte israeliana ha sentenziato che la giovane attivista Rachel Corrie, investita e uccisa da un bulldozer dell’esercito mentre cercava di proteggere delle case palestinesi, morì a causa della sua incoscienza.
L’uccisione di Rachel Corrie, l’attivista statunitense filo-palestinese uccisa il 16 marzo del 2003 a Rafah (striscia di Gaza) da un bulldozer militare israeliano, è stato “uno spiacevole incidente” che la vittima avrebbe potuto evitare perché consapevole dei rischi. E’ quanto ha deciso questa mattina la Corte distrettuale di Haifa. Il giudice Oded Gershon ha giustificato il comportamento dei militari israeliani dichiarando che in quel momento erano impegnati in “attività di combattimento” perché poche ore prima sarebbero stati attaccati nella stessa zona. Lo Stato, ha insistito il giudice, non può considerarsi responsabile per alcun “danno causato” in situazioni di combattimento: la morte dell’attivista americana può dunque considerarsi solo come “uno spiacevole incidente”.
Il giudice ha dichiarato quindi che l’esercito israeliano non ha violato il diritto alla vita di Corrie che, a sua volta, avrebbe invece ignorato il pericolo essendo da considerare quindi responsabile della propria morte. Il giudice ha stabilito che non c’e’ stata negligenza da parte del conducente della ruspa che, ha detto, si trovava esposto al fuoco palestinese.
Una ricostruzione, quella del giudice, che giustifica l’omicidio, dimenticando che Rachel, la giovane attivista statunitense dell’International Solidarity Movement, era intenta con altri compagni a cercare di impedire che i bulldozer dell’esercito israeliano demolissero illegalmente delle case palestinesi. Il braccio di ferro tra gli attivisti disarmati e i militari durò a lungo, con Rachel Corrie che decise di frapporsi tra un bulldozer e le case pensando che mai il militare che lo guidava l’avrebbe schiacciata. Ma così non fu. E il giudice Gershon, com’era prevedibile, ha dato ragione al militare zelante e assassino e all’ideologia che sostiene le azioni dell’esercito del cosiddetto ‘stato ebraico’.
In questi dieci lunghi anni l’esercito israeliano aveva già provato a negare le proprie responsabilità, affermando che il conducente del bulldozer non avrebbe visto Rachel, fatto smentito da quattro testimoni oculari che raccontarono, sostenuti dai video girati quel giorno, che i soldati che scortavano il bulldozer le intimarono più volte di spostarsi. Secondo i compagni di Rachel Corrie presenti il giorno della sua morte (tre statunitensi e tre britannici) il bulldozer dopo aver colpito la ragazza ventiquattrenne la prima volta avrebbe addirittura fatto marcia indietro per investirla di nuovo.
Craig e Cindy Corrie, i genitori dell’attivista statunitense assassinata, si sono così visti negare il risarcimento che avevano chiesto ad Israele, ma soprattutto la giustizia. In questi anni la figura di Rachel Corrie é divenuta, nei Territori palestinesi occupati e in tutto il pianeta, un simbolo della resistenza contro l’occupazione israeliana e gli abusi dell’esercito di Tel Aviv.
Ha commentato Cindy Corrie, la madre di Rachel, dopo la sentenza: “Oggi è una brutta giornata per i diritti umani. Ma sin dall’inizio era chiaro che ci fosse un sistema atto a garantire l’impunità dei militari e dei soldati israeliani”.

Israele si autoassolve: “la morte di Rachel Corrie fu un incidente”.

L’omicidio di Focene. Perizie e testi: «Aggressione non rissa» | Un giardino per Renato

Non fu una rissa ma un’aggressione a freddo quella che causò la morte di Renato Biagetti: sua madre Stefania e suo fratello Dario, gli avvocati, i suoi amici dell’Acrobax sono certi, a questo punto delle indagini preliminari, che gli atti di indagine sono più chiari della manipolazione mediatica che tentò di rubricare il fatto alle voci “rissa tra balordi”. Il punto è stato fatto ieri con una lunga conferenza stampa a Palazzo Valentini all’indomani dell’ultima udienza dell’incidente probatorio. Con loro Haidi Giuliani, Massimiliano Smeriglio, segretario romano del Prc; Pina Rozzo e Nando Simeone, vicepresidenti, rispettivamente, della giunta e del consiglio provinciale. Convinti, tutti, che ci sia bisogno di «un cono di luce sul processo» (Smeriglio) che si svolge mentre a Roma la cultura violenta e intollerante fa breccia «nelle aree di disagio e disgregazione» (Simeone).
Perché è in quella cultura che è maturata l’aggressione di stampo fascista. «La violenza è altro da noi – ripete Haidi Giuliani – e viene sempre dalla stessa parte, che vesta abiti civili o una divisa o ostenti gli stessi gagliardetti e le croci celtiche viste perfino nella folla della Cdl che ha sfilato a Roma».
Renato si beccò otto coltellate da due giovanissmi (18 e 17 anni) all’alba del 27 agosto mentre usciva da una dance-hall sulla spiaggia di Focene. Gridavano: «Che ci fate qui?! Tornatevene a Roma!». Le indagini, spiega un’avvocata, Luisa D’Addabbo, sono «a uno snodo delicato». Le perizie sono state effettuate: c’è il sangue di Renato sulla lama, sull’auto, sulla scena del crimine, perfino sui documenti di uno degli indagati per concorso in omicidio volontario. Finora, sono state fornite confessioni parziali, confuse e contraddittorie al punto che il pm ha disposto l’incidente probatorio. Ma il confronto all’americana è andato a vuoto visto che i due si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L’autopsia, continua un altro componente del collegio difensivo, Luca Mancini, «ha riscontrato un’elevata volontà omicida». Due i colpi che hanno raggiunto il cuore in profondità e gli altri avrebbero colpito altri organi se Renato non si fosse protetto col braccio. Perizie e testimonianze vanno tutte in un’unica direzione. E nulla, sul corpo di Renato, fa pensare a una sua attività aggressiva, non c’è nulla neppure sotto le unghie. Elementi, per i difensori di parte civile, «sufficienti a delineare lo svolgersi dei fatti».
Dagli indagati non giunge alcun segno di ripensamento. Prima s’è cercato di occultare le prove, poi è stato messo in atto un maldestro tentativo di espatrio. Sarebbero stati acquistati in contanti due biglietti per i Caraibi proprio all’indomani dell’aggressione. Le loro famiglie, intanto, ostentano un’assoluta indifferenza che sconvolge Stefania, la mamma di Renato. «Pensavo fossero come me», dice emozionata ripensando anche a cosa è successo la settimana scorsa durante la prima udienza alla quale è stata ammessa. Nel cortile del Tribunale dei minori, Stefania e Laura, la ragazza di Renato, hanno assistito al rumoroso comitato d’accoglienza che acclamava gli indagati al loro arrivo. Bene, a rischiare di essere allontanate sono state proprio Stefania e Laura. Quest’ultima stava per essere portata fuori dall’aula con la forza dai cc, senza l’ordine del pm, mentre chiedeva di rilasciare una dichiarazione: la foto del coltello, negli atti, le ha sbloccato la memoria. A preoccupare è la vicinanza tra indagati e investigatori su cui verrà presentata un’interrogazione parlamentare: le indagini sono state svolte dai colleghi del padre di uno degli indagati, maresciallo dei cc. «Conflitto di interessi che appanna la cultura della legalità» (Rozzo). Intanto, gli amici hanno fondato un’associazione (I sogni di Renato) e aperto un blog, raccolgono fondi per le spese processuali con le serate della Roma reggae coalition e coltivano un progetto, “Il silenzio dei colpevoli”, per un’etichetta indipendente, la Renoize, il nome che Renato usava nelle dance-hall.

casa originale dell’ articolo http://www.inventati.org/giardinoperrenato/lomicidio-di-focene-perizie-e-testi-aggressione-non-rissa/

Isernia: l’ordine pubblico protegge Casapound e condanna gli antifascisti

Isernia: l’ordine pubblico protegge Casapound e condanna gli antifascisti

Incredibilmente, il Tribunale di Isernia ha condannato a una settimana di carcere – poi tramutata in multa – sette attivisti che nel settembre dello scorso anno contestarono una iniziativa dei fascisti di Casapound intonando ‘Bella Ciao’.

Mentre partecipavano ad una manifestazione di protesta contro una iniziativa di Casapound – i ‘fascisti del terzo millennio’, per loro stessa ammissione – hanno deciso di intonare Bella Ciao. Venerdì il Tribunale del capoluogo molisano li ha voluti ‘omaggiare’ di una settimana di carcere, convertita poi in una multa di 1350 euro a testa, condannandoli per ‘manifestazione non autorizzata’. Le vittime dell’incredibile vicenda sono sette attivisti di diverse organizzazioni aderenti al Comitato Antifascista del Molise che il 29 settembre del 2011 avevano promosso un sit in per contestare la concessione di una Sala della Provincia ai fascisti da parte dell’amministrazione. Non è chiaro su cosa si sia basata la magistratura per punire i contestatori, visto che il sit in era stato autorizzato verbalmente dai responsabili dell’ordine pubblico.

I Pm Federico Scioli e il Gip Maria Luisa Messa hanno utilizzato contro i manifestanti un reato contemplato nel Regio Decreto 773/1931, in pieno regime fascista, contestando agli attivisti il fatto che il sit in fosse stato autorizzato a notevole distanza dalla sala della Provincia mentre i sette si sarebbero avvicinati troppo per intonare Bella Ciao.

Denuncia Italo di Sabato, Segretario regionale di Rifondazione Comunista del Molise e curatore del sito “Osservatorio contro la Repressione”, quella di Isernia è la “stessa Procura che ha archiviato gli esposti contro la riorganizzazione e l’apologia del fascismo” di un’organizzazione attiva sul territorio isernino dal nome “Fascismo e Libertà”.

Inoltre, raccontano al Comitato Antifascista, la locale Prefettura non solo non si era degnata di rispondere alle organizzazioni di sinistra che pretendevano l’annullamento della presentazione del libro da parte del gruppo di estrema destra, ma si era preoccupata di proteggerne lo svolgimento attraverso un imponente dispositivo di sicurezza che coinvolgeva decine di poliziotti, finanzieri e carabinieri in assetto antisommossa.


Di seguito la denuncia di Italo Di Sabato:

Succede a Isernia, città medaglia d’oro alla resistenza, che il 29 ottobre 2011 l’organizzazione neofascista Casapound organizza nella sala gialla della Provincia la presentazione di un libro….. Succede che Questore e Prefetto di Isernia, nonostante le proteste dell’Anpi e di organizzazioni politiche e sociali, e incuranti della legge 20 giugno 1952, n. 645 che sancisce il reato commesso da chiunque «faccia propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista», oppure da chiunque «pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche», concedano l’autorizzazione allo svolgimento della manifestazione dei “fascisti del III millennio” e militarizzano e blindano la città di Isernia con centinaia di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa…… Succede che cittadini democratici offesi dalla presenza dei neofascisti organizzino un presidio intonando “Bella Ciao”…. Succede che a distanza di 10 mesi dall’accaduto a sette antifascisti viene recapitata una condanna di decreto penale da parte della Procura di Isernia perché: “intonavano lungo via Graziani in prossimità del palazzo della provincia slogan del tipo <<il molise è antifascista>> ed intonando la canzone <<Bella Ciao>>”….. Quella stessa Procura che ha archiviato  gli esposti contro la riorganizzazione e l’apologia del fascismo (  un anno fa è stata archiviava una dettaglia denuncia presentata dal sottoscritto a danno di un organizzazione che opera sul territorio isernino e che si denomina “Fascismo e Libertà”) “ritrovi” un articolo del codice penale (artt. 110 c.p., 18 comma 5 Regio Decreto 773/1931) per avviare un procedimento penale… in poche parole “rispolverano” un vecchio articolo del codice penale approvato dal regime fascista nel 1931, per condannare gli antifascisti che cantavano un  inno di libertà come “Bella Ciao” e che difendevano con un presidio nonviolento le norme della Costituzione Repubblicana nata dai valori dell’Antifascismo…. Ora a fronte di tutto ciò non può che sollevarsi una forte e ferma indignazione contro questi “rappresentanti dello Stato Democratico” che con il loro comportamento hanno legittimato  ideologie e culture che sono al bando per legge nel nostro paese e che tali devono rimanere, L’autorizzazione alla manifestazione fascista e il decreto di condanna penale emessa dalla Procura della Repubblica di Isernia  rischiano di creare un pericoloso precedente in cui l’aggregazione fascista, nazista e razzista viene messa allo stesso piano della radicalità espressa da esperienze di autorganizzazione sociale e partecipazione democratica. La condanna agli antifascisti deve offrire una occasione di incontro e di discussione a tutti coloro che hanno colto la gravità del problema. C’è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara al rigurgito fascista e all’ulteriore tentativo di sdoganamento e legittimazione da parte delle autorità competenti. Mobilitiamoci allora! La più concreta e viva solidarietà agli antifascisti condannati. Diciamo basta all’indifferenza di chi ritiene che movimenti che, si ispirano chiaramente al ventennio più buio della nostra storia, possano avere legittima cittadinanza politica nel nostro paese, con la complicità delle Istituzioni. Svegliamoci! Per difendere tutti insieme le nostre idee, i nostri diritti, i nostri spazi.

 

 Casa dell articolo  Isernia: l’ordine pubblico protegge Casapound e condanna gli antifascisti.