19J Madrid arde de nuevo: cargas en el centro #siamotuttispagnoli

Durante la celebración de la manifestación en la que se llamaba a la protesta ciudadana contra los recortes muchas personas se acercaron por la Carrera de San Jerónimo con la intención de demostrar su descontento. Mientras protestaban varias personas fueron hechas presas lo que hizo que una gran cantidad de gente se agolpase en la zona, entre ellos gran parte de los bomberos de la manifestación. La policía aceptó negociar con ellos y liberar al bombero por la mañana sin cargos si ellos se retiraban. los bomberos aceptaron abandonando la cabecera de la manifestación. Poco tiempo después los antidisturbios, sin mediar el aviso reglamentario, cargaron contra la multitud agrupada en Cedaceros, en este punto comienza la crónica de lo sucedido

Champion l’azienda sotto accusa

Cgil Firenze smentisce l’annuncio dei giorni scorsi: hanno accettato solo 27 addetti su 56. Polemiche sui benefit

Lavoratrici costrette a dimettersi, benefit economici promessi e non erogati, trasferimento per meno della metà dei dipendenti. Gli ingredienti della vertenza Champion sono decisamente più amari di quanto l’azienda aveva in un primo tempo fatto credere, parlando di accordo con i dipendenti. Le cose sono andate diversamente e il malanimo diffuso tra le lavoratrici del noto marchio lo testimonia. Procediamo per ordine: i trasferimenti da Scandicci (Firenze) a Carpi sono stati attuati in tre fasi. A dicembre l’azienda ha chiesto il trasferimento per sei persone, di queste solo un uomo ha accettato, 4 donne si sono dimesse e una ha usufruito di un periodo di malattia. Le 4 dimissionarie non hanno potuto usufruire di alcuna copertura economica, come disoccupazione, mobilità o cassa integrazione. Nella seconda fase, a marzo, il trasferimento era rivolto a sette lavoratori, due dirigenti e un “quadro”: 5 su 10 hanno accettato il trasferimento (fra questi il “quadro” e i due dirigenti). A luglio, invece, l’annuncio dell’azienda della chiusura della sede di Scandicci, con conseguente trasferimento nella sede carpigiana, dove si sono trasferite altre 21 persone. Ricapitolando, dunque, tra gennaio (1 persona), marzo (5 persone) e luglio (21 persone), a Carpi sono arrivate 27 persone (di cui 3 dirigenti) su un totale di 56 dipendenti. Ergo: quasi la metà ha accettato il trasferimento e 29 persone si sono dovute dimettere, rimanendo scoperte dal punto di vista reddituale. Numeri decisamente diversi da quelli dichiarati dalla direttrice del personale, Caterina De Rossi, che all’indomani dell’ultimo trasferimento aveva parlato di 33 persone trasferite su 41, come dire una maggioranza significativa. A difettare è anche il capitolo benefit. Se per i trasferiti di luglio, infatti, è stato garantito il bonus di 50 euro giornalieri in attesa dell’appartamento che l’azienda metterà a disposizione in affitto, per quelli delle fasi precedenti sembra non essere così. Lo confermano le due lavoratrici trasferite a marzo, da allora in quel di Modena a spese loro. «Peraltro – spiegano – siamo state trasferite a Campogalliano, perché il reparto in cui lavoriamo noi non è ancora agibile. Non abbiamo ancora ricevuto l’erogazione dei bonus. Abbiamo mandato due lettere per chiedere chiarimenti, ma non c’è stata risposta». «Una vicenda anomala – spiega Chiara Liberati, Filcams/Cgil Firenze – tutte le istituzioni hanno invitato l’azienda a ragionare, dal sindaco all’assessore regionale, persino interrogazioni parlamentari e l’interessamento di Susanna Camusso. Le istituzioni avevano prospettato di ricorrere alla cassa in deroga per coloro che non potevano trasferirsi (per l’azienda sarebbe stato a costo zero) ma niente e così le lavoratrici si sono dovute dimettere e la Champion ha pensato bene di sostituirle con apprendisti e stagisti». Tra le persone lasciate al loro destino anche lavoratori appartenenti alle categorie protette, o part- time per 4 ore al giorno.

«Quanto messo a disposizione dall’azienda – afferma una lavoratrice, costretta a dimettersi – non soddisfa le nostre esigenze. Tanto è vero che chi ha accettato o era uomo o era single. Ci siamo dovute dimettere senza poter usufruire di alcuna copertura. Senza contare la difficoltà di ricollocazione». Ripetutamente cercata, ieri Caterina De Rossi non è stata disponibile a parlare. Da questo atteggiamento possiamo desumere che non voglia o non sia in grado di fornire chiarimenti sui dati errati che ci aveva trasmesso nei giorni scorsi.

Felicia Buonomo

Casa originale del articolo Champion l’azienda sotto accusa – Cronaca – Gazzetta di Modena.

20 luglio 2001: Carlo fino all’ultimo è rimasto davanti

Per Venerdi 20 luglio, il secondo giorno di mobilitazione contro il G8 a Genova, il corteo più grosso e più atteso, è quello dei disobbedienti , con partenza allo stadio Carlini.
Le tute bianche, hanno l’obiettivo di raggiungere la zona rossa per assediarla pacificamente.
Il corteo, composto da almeno diecimila persone si muove intorno alle 2, con i manifestanti alla testa, vestiti di gomma piuma, caschi e bottiglie di plastica legate alla meglio intorno agli arti, che sorreggono scudi per proteggere il resto dei manifestanti.
Intanto la violenza inaudita delle forze dell’ordine, incapaci di gestire l’ordine e mandate evidentemente allo sbaraglio inizia a manifestarsi contro il sit-in delle associazioni presente in Piazza Manin, caricato e gasato dai lacrimogeni all’improvviso.
Stessa sorte tocca al corteo delle tute bianche quando in via Tolemaide un plotone di carabinieri, (che poi si scoprirà trovarsi li per sbaglio), carica e riempie di lacrimogeni la testa del corteo che rimane imbottigliato senza via di fuga. A quel punto i manifestanti reagiscono iniziando violenti scontri con i carabinieri.
L’errore più grande però lo commette un gruppo di carabinieri che intorno alle 17.20 si sposta insieme a due jeep verso Piazza Alimonda per caricare i manifestanti ritrovandosi imbottigliato nella piazza. A quel punto i carabinieri provano ad arretrare ma le due camionette faticano ad invertire la marcia, tant’è che una delle due si incastra tra il muro ed un cassonetto. Da quel defender spunta fuori un braccio che punta una pistola ad altezza d’uomo. Un ragazzo, raccoglie un estintore nel tentativo di scagliarlo contro quella mano assassina, ma viene colpito in faccia da due colpi di pistola.

” ma Carlo fino all’ultimo è rimasto davanti fino ad alzarsi con un estintore in primo piano ci ha insegnato a vedere cos’è un essere umano”

Il ragazzo, è Carlo Giuliani, 23 anni residente a Genova. Quella mattina aveva in programma di andarsene al in spiaggia, ma il clima che si respirava in città gli fece cambiare idea e partecipare al corteo.

“E ora nella dignita’ mi specchio, nella dignita’ del fratello che era insieme a noi nel mucchio, lui ha lottato,quando ha avuto l’ occasione non ha voltato gli occhi e questa é la lezione da insegnare nelle scuole,nei racconti che disegnano le sere cosa sparava in faccia quel carabiniere, io porto con me il nome di Carlo Giuliani, noi facciamo la storia mentre quelli fanno i piani”

La famiglia di Carlo e tutte le vittime dei pestaggi di Genova cercano ancora di avere giustizia a dieci anni di distanza.
Mentre gli sbirri responsabili di ciò tutto ciò che è accaduto a Genova in quei giorni se la cavano con condanne fasulle e continue promozioni.

” e non spegni il sole se gli spari addosso, non spegni il sole se gli spari addosso!”

Casa originale del articolo http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2154-20-luglio-2001-carlo-fino-allultimo-%C3%A8-rimasto-davanti

Il caldo le uccise: media, stereotipi e il femminicidio che non c’è

 

 

Tre foto di donne, uccise rispettivamente a coltellate, martellate e forbiciate da ex mariti, ex fidanzati o familiari. Sotto il titolone: “Caldo criminale”. Ecco la recente copertina di un noto settimanale italiano di cronaca nera e gossip. Che stavolta, per spiegare i moventi delle sempre più numerose storie di uomini che uccidono le donne, ha dato la colpa al caldo. Un salto di qualità rispetto ai soliti raptus, agli attacchi di follia o alla cieca gelosia, che sono tra i più gettonati dai nostri media quando si occupano di questo tipo di notizie.

Nel darle, ci sono poi delle differenze: o, come abbiamo visto, si gioca sul “delitto passionale”, sul sangue che ribolle sotto la calura estiva, oppure si ingigantisce la notizia se a commettere questi crimini sono stranieri, rom, immigrati africani o dell’est. Dimenticando o, peggio, facendo dimenticare che il più delle volte il “mostro” è vicino a noi, nascosto dentro le quattro mura della nostra casa: è il marito, il compagno, o l’ex incapace di capire che la storia è finita; è l’amico, il vicino che va fuori di testa perchè qualcosa con lei non è andata secondo i suoi piani; è soprattutto l’uomo, di qualunque estrazione sociale, che non sopporta di non poter più disporre della donna come “oggetto proprio”, o valvola di sfogo da sfruttare a piacimento. La “colpa” delle donne in tutto questo? Quella di essere fuoriuscite dal ruolo che tutt’oggi la società (sì, anche la nostra) spesso impone loro: mogli e madri pazienti, fedeli e premurose, o al contrario sensuali tentatrici, donne facili e scostumate, quelle insomma che “se la cercano” e dalle quali un rifiuto non è nemmeno ipotizzabile.

Si comprende così come l’atto criminale definitivo, oltre che squisitamente nostrano, non è più frutto di un momento, di un “raptus” di follia, ma di una vita intera che si alimenta di atteggiamenti discriminatori ben radicati, di violenze psicologiche e vessazioni continue, in una cultura patriarcale e maschilista che ancora ci riguarda molto da vicino.

In merito a questo, la società civile, le associazioni di donne e perfino le istituzioni internazionali non hanno dubbi. “Si chiama femminicidio – affermano le donne del blog collettivo ‘Femminismo a sud‘, da sempre impegnate nella questione – per l’Onu è uncrimine di Stato, a commetterlo è un uomo, un uomo che uccide: strangolando, martellando, dando fuoco, facendo a pezzi, precipitando da un balcone, una donna”. Espresso dall’antropologa e parlamentare messicana Marcela Lagarde, femminicidio sta a indicare la matrice comune di ogni forma di violenza di genere, che annulla la donna non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in quella psicologica e sociale. Più generale, invece, la definizione di “femmicidio”, che descrive l’uccisione compiuta da un uomo con movente di genere, ovvero della donna in quanto tale. Entrambi sono in ogni caso inesistenti nel vocabolario dell’informazione italiana.

Eppure per le associazioni e le attiviste che si occupano di discriminazione di genere, parlare di delitti “passionali” è il più delle volte fuorviante: quasi che l’uomo sia stato spinto alla violenza e all’assassinio dal troppo amore, crollato nella sua fragilità di uomo lasciato o tradito, e che per questo non ci ha visto più. Certo, che indicare il movente sia essenziale per capire un fatto di cronaca lo capiscono anche loro. Ma quello che alle associazioni non va giù è che così, oltre a percepire una certa “attenuazione” delle responsabilità, il lettore perde di vista il problema fondamentale: ovvero che si tratta di femmicidi e femminicidi, e che come tali bisognerebbe trattarli, sia a livello mediatico, ma anche giuridico e culturale.

Molti non sanno, infatti, che proprio nella nostra “civilissima” Italia questi omicidi di genere stanno diventando una vera piaga sociale, tanto da destare l’allarme dell’Onu e del comitato Cedaw (Convenzione per l’eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne), che quest’anno hanno presentato un rapporto proprio sul nostro Paesee dato indicazioni molto severe all’Italia su come affrontare la questione. Secondo il rapporto Cedaw, in Italia solo nel 2010 le donne uccise in quanto donne sono state 127, il 6,7% in più rispetto all’anno precedente. Nel 2011 sono state 120, e il trend pare destinato ad aumentare, con oltre 80 donne ammazzate fino ad oggi, nel solo 2012. Di queste, la stragrande maggioranza è stata uccisa per mano di famigliari. Sempre secondo il Rapporto, la maggior parte delle vittime è italiana (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%). Altro dato significativo è che la maggior parte di questi omicidi di genere si compie nella casa della vittima e che, su dieci uccisioni di donne, 7.5 sono precedute da maltrattamenti o da altre forme di violenza fisica o psicologica nei confronti della donna (ecco che qui entriamo nel vero e proprio ambito del femminicidio). Il Cedaw aggiunge che in molti di questi casi la donna aveva già chiesto aiuto, era seguita dai servizi sociali o aveva presentato delle denunce per le violenze subite. Evidentemente, tutto ciò non è bastato a salvarla.

Tra le varie raccomandazioni, indirizzate soprattutto alla politica italiana perchè si faccia finalmente carico del problema, spicca anche quella agli organi di informazione, affinché cessino di farsi portavoce di “una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata, che oscura l’intersezionalità dei fattori politici, economici, sociali, culturali, e di genere che riguardano tutte le donne del mondo”. Critica rimarcata anche dall’associazione ‘Casa delle donne per non subire violenza‘ di Bologna, la prima che ha provato a sopperire alla mancanza di dati ufficiali, stilando dal 2006 un proprio rapporto annuale sui femminicidi in Italia. In questo frangente, già da tempo le associazioni e i movimenti stanno intraprendendo importanti battaglie collettive e di civiltà, a partire dai blog e dai . “Troppo spesso si tende a minimizzare gli episodi e le colpe – spiega ad esempio Marta, portavoce del blog collettivo Donne Viola – Non sono raptus o colpi di testa, in realtà questo tipo di violenza nasce da molto lontano, dall’educazione sentimentale, che negli ultimi anni si è fatta sempre più carente”.Educazione, cultura, formazione, dunque. “E’ più che mai necessario introdurre l’educazione sessuale nelle scuole, un vero e proprio percorso formativo sui sentimenti e la sessualità – termina Marta –Il governo dovrebbe prendere contatto con le associazioni che ogni giorno lavorano con le donne maltrattate. Le loro sono esperienze concrete e possono fornire le strade giuste per affrontare questa che sta diventando una vera e propria emergenza sociale”.

Anna Toro

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