La festa di Camin si trasforma e diventa «Ora Emilia»

Ora, Emilia

Ora, Emilia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Cinque giorni per l’Emilia. Cinque giorni in un’area, in zona industriale, su Via Lisbona a Camin. Cinque giorni – dal 12 al 16 luglio – per incontrare e far incontrare Padova e l’Emlia. E anche per tenere insieme tutte le esperienze di impegno, di civismo, di gratuità, che in queste settimane stanno donando tempo e risorse agli amici emiliani, in uno straordinario moltiplicarsi di slanci». Inizia così l’appello di «Ora, Emilia», l’iniziativa aperta a tutti i padovani per raccogliere energie, disponibilità, creatività della «Padova migliore» per aiutare le aree colpite dal sisma dello scorso 20 maggio e dalle successive forti scosse di assestamenteo.

Lo spunto è arrivato dal Pd di Padova, con Piero Ruzzante e Massimo Bettin che spiegano perché hanno deciso di trasformare un’iniziativa di partito in un evento comune con altre forze politiche: «Nessuna bandiera di partito, a Camin era prevista una festa democratica, ma abbiamo pensato che ci fosse una priorità. La solidarietà è il principio dal quale partiamo, e non è un’idea di parte. Ci interessa mettere insieme le tante espressioni della Padova attenta, solidale, comunitaria, per rendere bella un’area di 2500 metri quadrati ed accogliere migliaia di persone che vorranno dare il loro contributo».
«Per ora c’è solo del verde, in mezzo ai capannoni. Sta a noi dare un senso a questi giorni e a questi spazi. Con musica, arte, teatro, creatività. Sta a noi dare vita, quella vita che sgorga dalla solidarietà», aggiungono Paolo Tognon e Valentina Campagnaro, dei giovani democratici. “Abbiamo portato 5 quintali di materiale alle popolazioni terremotate a Modena. Ieri abbiamo accompagnato dei volontari dell’Alta Padovana che hanno promosso una grigliata della solidarietà in un accampamento di sfollati», aggiungono.
A Camin, dal 12 al 16 luglio, cosa accadrà? «Per ora c’è qualche idea – osservano i promotori – ma vogliamo costruire tutto insieme. Un bar, un ristorante, affidandosi per le forniture a ditte messe in difficoltà dal terremoto; allestimenti, bancarelle; associazioni, movimenti, partiti; musica e concerti, gemellaggi artistici con l’Emilia; testimonianze, racconti, pensieri, immagini, video; parole e colori». La riflessione di fondo: «Viviamo un tempo di crisi. Se ne esce insieme, cooperando, ricostruendo, facendo ciascuno la propria parte. È il tempo per l’Emilia, tutto quello che raccoglieremo andrà alle popolazioni colpite dal terremoto». Padova può fare la sua parte: «È il tempo perché la Padova più bella, generosa, calda, unisca le forze e crei un centro di gravità. Un centro, vero, di grande umanità e speranza». Il cantiere della 5 giorni è aperto, un cantiere metafora di una “grande voglia di ricostruzione”. I fondi raccolti andranno interamente al sindaco di Cavezzo (nel Modenese) per gli interventi di ricostruzione. Per dare una mano e portare nuove idee sono stati attivati un numero di telefono (348.5278151) e un indirizzo e-mail: oraemilia@gmail.com

Asturie: scontri tra minatori e polizia, un lavoratore gravemente ferito

La Polizia carica violentemente i lavoratori che cercano di installare una barricata su una autostrada, e poi pesta tre minatori. Uno è stato ricoverato in ospedale in prognosi riservata. Ancora blocchi in tutte le Asturie.

Ancora scontri e repressione nella lotta dei minatori spagnoli contro i tagli del governo Rajoy. Uno dei minatori arrestati oggi stato picchiato così selvaggiamente dai corpi speciali della Guardia Civil che è stato ricoverato in gravi condizioni all’Ospedale Universitario Centrale delle Asturie. Il lavoratore è stato ferito nella località di Olloniego, quando la Polizia in assetto antisommossa è intervenuta contro i lavoratori che intorno alle sette del mattino bloccavano con una barricata incendiata l’autostrada A-66 all’altezza dei tunnel di El Padrun. Dopo averli picchiati i poliziotti hanno arrestato tre minatori. Ma poi uno di loro è stato nuovamente pestato dai poliziotti, dopo l’arresto, ed è stato poi ricoverato in ospedale in prognosi riservata.

I minatori oggi hanno anche interrotto la circolazione sull’autostrada ‘Y’ all’altezza di Lugo de Llanera causando code chilometriche anche se per solo un quarto d’ora.

Blocchi e barricate anche sulla AS-15 all’altezz de La Doriga e sulla N-634 all’altezza di Cornellana.

Intanto i cinque manifestanti arrestati durante gli scontri di venerdì vicino alla miniera di Santiago (ad Aller) sono stati rimessi in libertà oggi dal tribunale di Pola de Lena. Contro di loro il giudice ha emesso una denuncia per disordini e attentato all’autorità (resistenza). I cinque hanno ammesso di aver partecipato alla manifestazione ma affermano di non aver preso parte ai duri scontri tra minatori e agenti in tenuta antisommossa. Solo uno di loro è un minatore, gli altri sono un pensionato, uno studente, un operaio metalmeccanico e un dipendente pubblico. Uno degli accusati ha denunciato di essere stato arrestato dalla Guardia Civil mentre ritornava a casa, lontano da dove si erano svolti i fatti.

Centinaia di altri lavoratori e familiari e attivisti sindacali sono arrivati questa mattina nella località asturiana di Pola per sostenere gli accusati, e per tutta la mattinata la tensione è stata alta.

Gli scontri di venerdì alla miniera di Santiago sono stati tra i più violenti delle ultime settimane di lotta contro le decurtazioni del governo all’industria mineraria spagnola. Un testimone ha raccontato che uno dei responsabili della miniera è stato aggredito dai lavoratori che stavano realizzando i picchetti davanti all’ingresso. E che ad un certo punto i minatori si erano impossessati dei pozzi fino all’inizio delle violentissime cariche degli agenti che hanno obbligato molti manifestanti a rifugiarsi nei tunnel. Molti di loro sono riusciti poi a sfuggire all’arresto scappando dal pozzo ‘San Antonio’, che comunica direttamente con il centro abitato di Santiago.

71 donne uccise da uomini violenti nell’indifferenza

Decine di altre vittime “collaterali” dall’inizio dell’anno

E’ ancora Femminicidio vite spezzate vite cancellate ancora quante? Avevamo parlato di escalation. Quattro donne in tre giorni. Ogni giorno a orrore si aggiunge orrore. Uomini e donne capiscono e rispondono ma non risponde il governo. Perchè? Non possiamo più aspettare. E’ un grave allarme sociale ma chi nelle istituzioni è davvero deciso a fermare il massacro?

stopfemm

La donna uccisa nel Trapanese, Maria Anastasi, di 39 anni, madre di altri tre figli (di 16, 15 e 13 anni) e prossima a partorire il quarto, era scomparsa ieri pomeriggio e l’hanno trovata morta, parzialmente carbonizzata, nelle campagne di Trapani.
Si era allontanato dall’auto in cui viaggiavano insieme e al suo ritorno “non l’ha trovata più” così racconta il marito agli inquirenti, i quali dichiarano di non credergli.
Si parla di ennesima lite per la presenza dell’amante che l’uomo aveva imposto alla famiglia. Ma se fosse vero che cosa autorizza un uomo in questo paese a pensare che ha il diritto e la forza di comportarsi come vuole, come un talebano con il suo arbitrio totale e tollerato dalla sua comunità e dallo Stato?

Forse il fatto che assiste da sempre a comportamenti simili al suo senza che nessuno faccia niente e quindi a essere “strano” sia il comportamento di una donna che non sopporta queste violenze e prevaricazioni quotidiane e che per questo debba essere punita fino alla morte insieme al figlio che sta per nascere?

E’ questo che produce l’escalation a cui assistiamo annichilite tutti i giorni? Perché “non c’è dubbio, è una escalation”, così dicevamo all’inizio di questo terribile anno e ancora dicevamo “è allarme sociale”.
Come sempre, non ci siamo limitate a denunciare.

Abbiamo scritto, già dall’inizio del 2012, alla Ministra Fornero, manifestando la nostra forte preoccupazione e richiedendo un incontro urgente per esporre le nostre proposte per contrastare e prevenire il massacro a cui assistiamo da tempo. Perché si possono fare molte cose per fermarlo.

La ministra Fornero che è anche ministra delle pari opportunità e ha la delega per coordinare le politiche contro la violenza maschile non ha mai risposto. Come non ha mai detto nulla. L’assoluta indifferenza di questo ministro (e per la verità di tutto il Governo, anche di chi firma Appelli contro il femminicidio) a intervenire sul massacro quotidiano di donne a cui stiamo assistendo da mesi non può che lasciarci esterrefatte.

Cosa ha a che vedere un simile atteggiamento da parte di “tecnici europei” con tutte le politiche e le raccomandazioni europee contro la violenza alle donne? L’Europa serve solo per le pensioni e la “riforma del mercato del lavoro”. Sempre per togliere e mai per dare? Dobbiamo prendere atto che ignorare il femminicidio sia sintomo di incapacità ad assolvere il proprio ruolo istituzionale?

Abbiamo proposto a donne di altre associazioni che condividono l’importanza di contrastare e prevenire la violenza e il femminicidio di lavorare insieme per convincere forze politiche e istituzionali a difendere il diritto alla vita e all’integrità delle donne. Ricordiamo che siamo cittadine di questo stato, ma questo stato mostra livelli di complicità con uomini violenti inaccettabili come ha denunciato anche la rapporteur dell’ONU Rashida Manjoo.

Non ci siamo accontentate di aspettare una risposta che non arriva, in molte regioni d’Italia le nostre sedi promuovono azioni forti “Stop Femminicidio”, come a Roma per quattro mesi, ogni lunedì, siamo state anche, con le “Donne sul Ponte”, promotrici e partecipi di azioni-lampo di sensibilizzazione delle cittadine e dei cittadini romani.

Uomini e donne capiscono e rispondono ma non risponde il governo. Perchè? Non possiamo più aspettare. E’ un grave allarme sociale ma chi nelle istituzioni è davvero deciso a fermare il massacro?

Casa originale  dell’ articolo 71 donne uccise da uomini violenti nell’indifferenza :: Il pane e le rose – classe capitale e partito.

Diaz. 29 “agenti violenti” in servizio #GiustiziaG8‬

Diaz. 29 "agenti violenti" in servizio

G8 2001 Diaz e non solo. Negli altri processi mai rimossi i condannati in via definitiva. Pare che nella polizia italiana essere “pregiudicati” per violenza sia un titolo di merito…

Le dichiarazioni del ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri, le scuse undici anni dopo i fatti del capo della polizia Antonio Manganelli, il pensionamento del capo del dipartimento analisi dell’Aisi Giovanni Luperi e la sostituzione di Francesco Gratteri alla direzione centrale anti-crimine e del capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, l’imminente rimozione degli altri dirigenti firmatari dei verbali falsi dopo l’operazione alla scuola, fra cui il capo della squadra mobile de l’Aquila Fabio Ciccimarra (almeno stando alle dichiarazioni che ha rilasciato al Tirreno), potrebbero far pensare a un’immediata applicazione delle pene previste dopo la condanna in Cassazione dei poliziotti presenti alla Diaz nel 2001. Guardando però al passato c’è da dubitare che le sospensioni dagli incarichi pubblici vengano effettivamente applicate a tutti i condannati e che siano irrevocabili. Che cosa succederà di preciso non lo sanno gli avvocati delle parti offese e neppure quelli dei poliziotti. Ad esempio Silvio Romanelli, legale di Canterini e degli uomini del VII nucleo, spiega di non aver idea delle sospensioni o di quanto contribuiranno ai risarcimenti i suoi assistiti, «perché sono questioni disciplinari che riguardano il Viminale».

All’indomani del G8 si ripetè da più parti che solo a condanne definitive si poteva pensare a un ritiro definitivo di determinati poliziotti. Ma questo della Diaz non è l’unico processo terminato con la Cassazione. Per gli arresti dei manifestanti in piazza Manin che, come venne provato a processo, erano stati fatti accusando falsamente di resistenza dei manifestanti spagnoli, furono condannati a quattro anni di carcere quattro poliziotti il 19 dicembre 2011. Sono stati sospesi dal servizio per sei mesi e sono ancora affidati ai servizi sociali, ma non risulta si siano dimessi. Un altro processo, quello per il calcio al ragazzo minorenne di Ostia, avvenuto non lontano dalla questura ad opera di un gruppo di funzionari della polizia genovese, fra cui l’allora vicecapo della Digos Alessandro Perugini, finì con altre cinque condanne definitive, con pene tra un anno e mezzo e otto mesi (sospese) per falso, calunnia e arresto illegale. Gli imputati non fecero ricorso in Cassazione, forse perché il Viminale voleva evitare una pericolosa condanna in ultimo grado per falso, con la Diaz ancora in ballo. Perciò divenne definitiva la condanna in appello. In quel caso non c’era la pena accessoria della sospensione dagli incarichi, i poliziotti pagarono una piccola pena pecuniaria e sono rimasti ai loro posti visto che Perugini continua ad essere vicequestore ad Alessandria.
Il processo per le violenze avvenute a Bolzaneto deve ancora andare in Cassazione e così inizierà in autunno il processo di primo grado per le dichiarazioni false dell’allora questore di Genova Francesco Colucci, che durante il processo Diaz disse di aver nominato responsabile dell’operazione Murgolo, oltre a dichiarare di avere mandato lui stesso il portavoce del Viminale Sgalla alla scuola Diaz, correggendo la dichiarazione resa prima che Sgalla era stato mandato dal capo della polizia De Gennaro. Questione non di lana caprina, visto che nelle intercettazioni con più interlocutori Colucci dice di aver cambiato la versione come diceva «il capo». Ma, come sappiamo, in Cassazione De Gennaro e l’allora capo della Digos genovese Spartaco Mortola sono usciti innocenti. Poi ci sono altri piccoli strascichi: un dirigente della mobile di Bologna, Luca Cinti, è accusato di falsa testimonianza al processo per i fatti di Manin e perciò è stato rinviato a giudizio. A ottobre si aprirà il processo. Poi ci sono Ledoti e Stranieri, i due dei reparti mobile alla Diaz accusati di falsa testimonianza per le accuse mosse a un manifestante arrestato venerdì 20 luglio 2001: anche in questo caso il primo grado si apre con l’autunno. Infine deve andare in Cassazione un processo contro l’allora capo del VII nucleo Vincenzo Canterini, condannato per falso in Cassazione al processo Diaz per una violenza privata: il gas cs spruzzato in faccio a un paio di manifestanti in corso Torino. «In undici anni abbiamo assistito a sedici condannati per falso e calunnia per i fatti della Diaz (le calunnie erano già prescritte in appello) – dice uno dei legali delle parti offese al processo Diaz, Emanuele Tambuscio – per falso e calunnia ci sono altri quattro poliziotti condannati in via definitiva a Manin, più altri cinque compreso Perugini in via Barabino, altri quattro poliziotti denunciati per falsa testimonianza al processo dei 25. Mi pare un numero preoccupante».
Tra i processi ancora pendenti c’è anche quello contro i dieci manifestanti accusati di devastazione e saccheggio: la sentenza di Cassazione è attesa per venerdì prossimo. «Premesso che con la sentenza Diaz la magistratura ha dimostrato tra tanti problemi di essere l’ unico pezzo di stato che funziona, c’è un’evidente sproporzione fra le pene – commenta ancora Tambuscio – Alla Diaz nessuno paga col carcere e dall’altra prendono dai dieci ai quindici anni per danneggiamenti. Quindi in Italia c’è da concludere che se spacco le teste prendo tre anni, se spacco una vetrina ne prendo quindici».