30 giugno 1927: le mondine in sciopero

“Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorar, e proverete la differenza tra lavorare e comandar.”
Questo canto di lotta di fine ottocento e inizio novecento, che ancora oggi rimane famoso e anima la cultura popolare e militante, è stato composto dalle mondine del nord-ovest italiano, per chiedere la diminuzione della giornata lavorativa da dodici a otto ore.

Il 30 giugno 1927, 10.000 mondine scioperano nel vercellese, novarese e biellese, per difendere il proprio salario dalla riduzione del trenta percento, che agrari e dittatura fascista vogliono apportare.

Le mondine, sono le donne che nelle risaie lavorano per otto- dodici ore al giorno per “modare” il riso, con i piedi e le braccia totalmente immersi nell’acqua e martoriate dal sole e dagli insetti. Il lavoro della mondina inizia a giugno e finisce a metà luglio, ed è pagato una miseria, anche perchè essendo un lavoro “per donne” è sottinteso che sia pagato ancora meno di quello dei braccianti.

Il lavoro in risaia è duro, anzi durissimo, e costringe spesso le donne, molte giovanissime, a vivere nei casolari delle cascine vicine ai campi di riso. Questa situazione di miseria e sfruttamento offre però alle donne la possibilità di vivere un periodo dell’anno libere dal maschilismo domestico e quotidiano, offrendo reali possibilità di vivere momenti socialità femminile altra rispetto a quella vissuta dalle donne costrette a tornare in famiglia dopo il lavoro.

I primi scioperi delle mondine risalgono alla metà dell’ottocento, ma quello del 30 giugno del ’27 è fra i più significativi del ciclo di lotte contadine sotto la dittatura fascista.

Da febbraio, a causa di una diminuzione dei prezzi del riso, il padronato agrario, in accordo con i rappresentanti dei sindacati fascisti, decide di diminuire i salari delle mondine del trenta percento.
Fra le mondine, le organizzazioni clandestine dei lavoratori e il PCI clandestino, si iniziano a tenere assemblee e riunioni in molti cascinali delle campagne di Vercelli, Novara e Biella.
La parola d’ordine è: difendere il salario!
Viene stampato il giornale clandesitino dei contadini poveri e delle mondine: “La Risaia”. Viene chiesto a tutte le mondine di iniziare a scioperare, e da aprile iniziano i primi blocchi del lavoro in risaia, sempre seguiti da una durissima repressione poliziesca.

Il 30 giugno sono 10.000 le mondine che scioperano e che manifestano nelle campagne. La repressione fascista porta 100 di loro, fra cui anche molti contadini , ad essere arrestate, e una decina a essere condannate ad alcuni mesi di carcere.
La mobilitazione delle mondine spaventa talmente tanto il fascismo che le riduzioni del salario vengono ridimensionate notevolmente.
Anche se questa lotta ottiene solo una vittoria parziale, ha il merito di radicare l’organizzazione comunista nelle campagne della bassa piemontese e aiuta il movimento antifascista di resistere e crescere

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Pestano anziano e poi lo denunciano. Arrestati due poliziotti

Pestano anziano e poi lo denunciano. Arrestati due poliziotti

Pestano anziano e poi lo denunciano. Arrestati due poliziotti

Incontrano un anziano di notte in una strada di Milano e lo massacrano di botte. Poi lo denunciano per resistenza a pubblico ufficiale. Smascherati dalle immagini riprese da alcune telecamere, finiscono in manette.

Sarà che siamo sensibili al tema, ma ci sembra proprio che gli episodi di ‘Malapolizia’ in questo paese stiano diventando sempre più numerosi e inquietanti. Altro che mele marce.

L’ultimo episodio è accaduto a Milano, dove due agenti di Polizia in borghese hanno prima riempito di botte un anziano e poi lo hanno denunciato con l’intento di farlo arrestare per “resistenza a pubblico ufficiale”. Ma sono stati scoperti grazie alle immagini registrate da alcune telecamere presenti sul luogo del pestaggio e arrestati. Violenti e sbadati. I poliziotti arrestati hanno circa 24 anni e sarebbero in servizio da appena un anno.

Le accuse nei loro confronti sono lesioni gravissime, falso ideologico (perché hanno dichiarato il falso dicendo che l’anziano era caduto a seguito di una spinta), e calunnia (per aver denunciato di essere stati aggrediti dall’uomo).

I due appartenenti agli apparati di sicurezza, Federico Spallino e Davide Sunseri, hanno aggredito il 64enne Luigi Vittorino Morneghini verso le tre di notte del 21 maggio scorso, e lo hanno pestato così forte da rompergli numerose ossa della faccia (le fratture procurate in totale sono una quarantina) tanto da deformargli il volto in maniera permanente. Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza – che hanno corroborato la versione di una donna di 50 anni che si trovava in quel momento in compagnia del malcapitato – mostrano i due che incontrano casualmente l’uomo per strada, cominciano a parlarci e poi cominciano a picchiarlo selvaggiamente con pugni e calci in pieno volto prima in mezzo ad una strada nella zona della Darsena, in Viale Gorizia, poi in un luogo più appartato a poca distanza dove avevano trascinato la vittima.

L’arresto è stato disposto dal Gip Alessandra Clemente che ha accolto la richiesta di custodia cautelare avanzata dal secondo dipartimento della procura di Milano. Ha scritto la Pm Tiziana Siciliano chiedendo l’arresto dei due agenti: «Nemmeno un pubblico ministero con anni di esperienza quale chi scrive avrebbe mai potuto immaginare la reazione fredda ma bestiale dei due» che dovrebbero essere «rappresentanti dell’ordine». Anche in questo caso, come in quello del romano Stefano Gugliotta, delle riprese hanno permesso di stabilire la verità dei fatti. Ma in quanti altri casi non ci sono telecamere a testimoniare gli abusi e le vere e proprie torture inflitte dagli uomini in divisa al malcapitato di turno? Quanti di questi abusi non vengono neanche denunciati dalle vittime per paura di ritorsioni?

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Massacri di San Polo e Civitella in Val di Chiana (Arezzo, Italy) – 29 June/14 July 1944

Il 18 giugno del 1944 è una giornata in cui il caldo è già notevole, quattro giovani soldati della della Wehrmacht si recano nel circolo ricreativo di Civitella in Val di Chiana un comune in provincia di Arezzo, per dissetarsi, fra i clienti del locale ci sono alcuni partigiani, che imbracciano i loro fucili e fanno fuoco sui soldati tedeschi, uccidendone due sul colpo e ferendone gravemente un terzo che muore poco dopo. Il comando tedesco della divisione Hermann Göring che è a Civitella lancia un ultimatum alla popolazione del comune, entro 24 ore vogliono sapere il nome dei partigiani che hanno ucciso i loro commilitoni altrimenti ci sarebbe stata una rappresaglia. Contemporaneamente i tedeschi iniziano a fare delle perquisizioni e degli interrogatori alla popolazione sia di Civitella che di due località nelle vicinanze Cornia e San Pancrazio. Gli ufficiali della Wehrmacht non ottengono niente ne con la perquisizioni ne con gli interrogatori delle persone che sono rimaste, difatti in molti per il timore della rappresaglia sono già fuggite nelle zone montuose e boschive che ci sono nel luogo. Allo scadere dell’ultimatum scatta la trappola organizzata dai tedeschi, che subito non fanno nulla e tranquillizzano la popolazione che non ci sarebbe stata nessuna rappresaglia, passano alcuni giorni in cui la situazione sembra tornata alla normalità e purtroppo molti degli abitanti che erano fuggiti vista la calma rientrano nelle loro case. Il 29 giugno è la festa dei SS. Pietro e Paolo, la maggior parte delle persone è in paese, in pochi si sono recati al lavoro nelle campagne o nei boschi. La Chiesa di Santa Maria Assunta è piena di fedeli che si accingono a seguire la Santa Messa, quando uno dei tre plotoni di tedeschi che erano partiti dai loro appostamenti fa irruzione nella chiesa, dividono i presenti in gruppi di poche persone e li uccidono sparandogli alla nuca, finito il massacro il plotone tedesco incendia le case di Civitella, e così uccidono anche quelle persone che avevano cercato rifugio nelle loro case. Gli altri due plotoni di tedeschi imperversano sugli abitanti di Cornia e San Pancrazio. Durante quella tragica giornata muoiono 244 civili di tutte le età e sesso, 115 a Civitella, 58 a Cornia e 71 a San Pancrazio.

Strage di Viareggio, 3 anni dopo

Il 29 giugno deve essere, per tutti, la giornata del dolore, della commozione, del silenzio. La strage di Via Ponchielli, tre anni fa, non ha lasciato soltanto trentadue vittime, decine di feriti, intere famiglie straziate dal lutto e e la distruzione di un intero quartiere. Su quel tragico episodio, che ha lasciato una ferita profonda nella città, ci sono ancora troppe domande in attesa di risposta.

A distanza di tre anni dal disastro ferroviario della Stazione di Viareggio, vogliamo far sentire la nostra vicinanza e il nostro sostegno ai familiari delle vittime della strage e a quelle coraggiose associazioni che ogni giorno continuano a battersi per ottenere verità e giustizia. Ci uniamo a loro in questo momento di commozione e ricordo. Dopo tre anni, infatti, non possiamo e non dobbiamo smettere di pretendere l’accertamento delle responsabilità che hanno causato questa tragedia.

Nell’inchiesta aperta dalla Procura di Lucca gli indagati sono 38: manager, dipendenti di Ferrovie dello Stato, di Rfi, di Trenitalia, di Fs Logistica, di Cima Riparazioni, della tedesca GATX Rail Germania e dell’austriaca GATX Rail. Per tutti gli indagati la Procura formula le seguenti ipotesi di reato: incendio e disastro ferroviario colposo, omicidio e lesioni colpose plurime. Inoltre, per alcuni, vengono ipotizzate una serie di violazioni al Testo unico in materia di tutela della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro.

Il nostro Paese è ancora in attesa di conoscere chi e in che modo avrebbe potuto evitare quel tragico incidente e se le imprese coinvolte, tra cui Fs Spa, Trenitalia spa, Rfi spa, Fs Logistica spa, aziende di proprietà dello Stato, abbiano proprie responsabilità in questa tragica vicenda.

Oggi tutti ci stringiamo a Viareggio nel ricordo e nella commozione. Ma questo non è sufficiente e non può bastare. Giustizia non è ancora stata fatta e la ricerca della verità non deve esaurirsi. Senza giustizia, infatti, superstiti e familiari non avranno mai pace. E al rancore per il grave torto subìto, non si sostituirà mai quel ricordo, doloroso ma sereno, necessario alla diffusione di una nuova cultura della sicurezza e della prevenzione.

Riccardo Rasman, l’altro Aldrovandi. Schiacciato a terra per alcuni minuti durante l’arresto, il ragazzo schizofrenico è morto sull’uscio di casa

Il 27 ottobre 2006, passate da poco le ore 20, Riccardo Rasman si trovava nel suo appartamento di Via Grego 38, un immobile di proprietà dell’ATER di Trieste. Secondo la ricostruzione degli agenti e le contraddittorie testimonianze dei vicini, Rasman ascoltava musica ad alto volume e uscì nudo sul balcone di casa lanciando due petardi nella corte interna dello stabile, di cui uno scoppiò a poca distanza da una ragazza senza causarle lesioni.

Rasman, affetto da una sindrome schizofrenica paranoide, dovuta a episodi di nonnismo subìti durante il servizio militare, era probabilmente in uno stato di felicità e di agitazione psico-fisica dovuta al fatto che il giorno seguente avrebbe iniziato un lavoro come operatore ecologico.

In seguito a una segnalazione arrivata al 113, sul posto giunsero due volanti. La prima alle 20:21, che alle 20:34 chiese una seconda volante di rinforzo e l’intervento dei Vigili del Fuoco per sfondare la porta dell’appartamento.Rasman, che nel frattempo si era rivestito e steso a letto con la luce spenta, rifiutò di aprire, forse intimorito anche in seguito ad un’altra colluttazione con le forze dell’ordine risalente al 1999 a cui era seguita una denuncia nei confronti di due agenti da parte di Rasman stesso. Intervenuti i Vigili del Fuoco, gli agenti entrarono trovando Rasman seduto sul letto. Ne sortì un’accesa colluttazione tra i quattro agenti e Rasman, che infine fu immobilizzato dal gruppo a terra, ammanettato dietro la schiena e legato alle caviglie con del filo di ferro.

Dopo l’immobilizzazione, «esercitavano sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un’eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie», e «nonostante fosse ammanettato, continuavano a tenerlo in posizione prona per diversi minuti».Tenuto in tale posizione per diversi minuti, l’uomo iniziò a respirare affannosamente e a rantolare, fino a divenire cianotico e a subire un arresto respiratorio. All’arrivo di un mezzo di soccorso, ne venne constatato il decesso.La morte avvenne tra le 20:43 e le 21:04.

All’arrivo dei sanitari Rasman venne trovato ammanettato dietro la schiena, con le caviglie immobilizzate da fil di ferro, e mostrava gravi ferite e segni di imbavagliamento. Venne chiarito che nonostante l’uomo fosse immobilizzato, gli agenti esercitarono «sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un’eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie», causando la morte per asfissia. Le ferite, gli schizzi di sangue sui muri ed i segni di violenza vennero correlati all’uso di oggetti contundenti, come un manico d’ascia trovato nell’appartamento, e lo stesso piede di porco usato dai Vigili del Fuoco per forzare la porta d’ingresso.

Secondo dichiarazioni della sorella Giuliana, il corpo di Riccardo «era martoriato di botte sul viso, gli avevano rotto lo zigomo, poi c’era il segno di imbavagliamento, sangue dalle orecchie, dal naso, dalla bocca, si vede proprio molto bene.. noi siamo entrati in quell’appartamento soltanto in marzo, era un disastro, c’era sangue dappertutto, una chiazza di sangue verso la cucina. Poi dalle fotografie mi sono resa conto che l’hanno spostato con la testa verso l’entrata così da nascondere la chiazza di sangue che c’era lì, c’era una frattura, i capelli erano tutti pieni di sangue, c’era una frattura anche dietro il collo, c’era sangue sul tavolo, sui muri, sulle lenzuola, dietro il letto per terra, c’erano chiazze di sangue sul tappeto sotto il quale abbiamo trovato persino dei pezzi di carne, nascosti».

LA STORIA – Tutta la storia, raccontata su Wikipedia:

Strage di Ustica, 32 anni dopo nessuna verità

Il 27 giugno di trentadue anni fa l’aereo di Linea Douglas DC9 Bologna-Palermo, della compagnia aerea Itavia, esplose nei cieli di Ustica. 81 persone persero la vita. L’aereo si sarebbe trovato, del tutto casualmente, in un triangolo di cielo interessato da operazioni di guerra e sarebbe stato raggiunto e colpito da un missile. Dopo 20 anni di indagini, migliaia di cartelle di atti e quasi 300 udienze processuali, la verità sul caso Ustica non è ancora venuta pienamente alla luce.

Alla vigilia del 32° anniversario della strage l’associazione ‘Parenti delle vittime’ ha presentato un’istanza alla procura di Roma affinché si interroghi Abdel Salam Jalloud, ex primo ministro libico e numero due del regime libico che l’estate scorsa si sarebbe rifugiato in Italia e ora potrebbe fornire elementi importanti per chiarire la strage di Ustica del 27 giugno 1980.
I familiari, sostengono di non sapere se effettivamente Jalloud al momento si trovi in Italia e per questa ragione chiedono ai magistrati di attivarsi, interessando i Servizi tramite la presidenza del Consiglio. Ma c’è anche un’altra richiesta che l’Associazione dei familiari delle vittime guidata da Daria Bonfietti rivolge alla procura romana: “Tentare, attraverso il ministero degli affari esteri, di attivare una rogatoria per conoscere se l’attuale governo provvisorio della Libia sia venuto a conoscenza di documenti e di fatti utili per conoscere la verità su quanto accaduto il 27 giugno 1980″.

Oggi la strage sarà ricordata a Bologna con una cerimonia nella sala del consiglio comunale di Palazzo D’Accursio, dove i familiari delle vittime incontreranno il sindaco di Bologna Virginio Merola. Presente anche il primo cittadino di Pelermo Leoluca Orlando “A 32 anni di distanza da una delle più buie pagine della storia repubblicana – ha detto
Orlando- ci sono ancora troppe ombre e poche luci. Ci auguriamo che si arrivi al piu’ presto alla piena verità perché ci sono stati troppi depistaggi e troppe offese nei confronti dei parenti delle vittime e verso tutti coloro che hanno sete di giustizia. E’ un dovere morale e istituzionale per il primo cittadino di Palermo essere domani a Bologna”, ha concluso.

per non dimenticare Federico Aldrovandi

Gli assassini di Federico Aldrovandi : Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani, Monica Segatto sono colpevoli e condannati a tre e anni e sei mesi per eccesso in omicidio colposo

Aldrovandi: mamma insultata da agenti condannati. Scatta la querela

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Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, ha presentato ai carabinieri di Ferrara una denuncia-querela per diffamazione e qualunque altro reato che sia ravvisabile contro il gruppo-associazione ‘Prima Difesa’ che gestice una pagina Facebook, cui partecipano molti rappresentanti delle forze dell’ordine. Tra i reati ipotizzati anche le minacce perchè uno dei titoli della discussione, di una persona che gestisce la pagina Facebook, recita: ‘Avete sentito la mamma di Aldrovandi… fermate questo scempio per Dio, vuole che i 4 poliziotti vadano in carcere… io sono una bestia’.

‘Tutto questo – commenta Patrizia Moretti – è una cosa preoccupante. Si sono permessi di dire di tutto sul nostro conto, anche dopo la sentenza della Cassazione. E’ la prima volta che presento una querela in questa lunga vicenda, l’ho fatto per dire basta, dopo la sentenza definitiva, alle offese che riceviamo. Ancora tanti continuano a ribadire le stesse cose, con insulti: ci sono voluti 7 anni di processi per affermare che erano solo balle. Non è servito, e adesso basta, basta davvero.
Nella pagina Facebook molti dei commenti sono di Paolo Forlani, uno dei 4 agenti condannati con pena definitiva a 3 anni e 6 mesi (3 indultati) per la morte di Federico. Forlani commenta sulla madre: ‘che faccia da c… aveva sul tg, una falsa e ipocrita, spero che i soldi che ha avuto ingiustamente (2 milioni di euro, risarciti dal ministero degli interni alla famiglia Aldrovandi, ndr) possa non goderseli come vorrebbe, adesso non sto piú zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie¯. E ancora: ‘Vedete gente, non puoi fare 30 anni questo lavoro ed essere additato come assassino solo perch‚ qualcuno è riuscito a distorcere la verità, io sfido chiunque a leggere gli atti e trovare un verbale dove dice che Federico è morto per le lesioni che ha subito…ma noi paghiamo per le colpe di una famiglia che pur sapendo dei problemi del proprio figlio non ha fatto niente per aiutarlo, mi fa incazzare un pochino e stiamo pagando per gli errori dei genitori, massimo rispetto per Federico ma mi dispiace, noi non lo abbiamo ucciso…’.

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Alan Turing, il martirio di un genio

100 anni fa nasceva un uomo che ha dato molto all’umanità. Non fu solo l’inventore, il costruttore e l’utente di uno dei primi computer al mondo, fu soprattutto il primo a formulare l’idea di una “macchina universale” capace di svolgere innumerevoli compiti a seconda di come è stata programmata.

La storia di Turing dimostra come l’ignoranza e il pregiudizio abbiano costi umani e materiali incalcolabili.

COS’E’ UN GENIO? – Se esistono i geni ed è possibile immaginare un pantheon nel quale siedano quelli che più hanno contribuito allo sviluppo tecnologico e scientifico, ad Alan Turing vi spetta un posto di diritto. Purtroppo un posto di riguardo gli spetta anche nel pantheon dei martiri dell’ignoranza e del pregiudizio ideologico in età moderna, moderni martiri di altri tempi ai quali è stato impedito fisicamente e violentemente di vivere la vita che desideravano, dalla tirannia della morale costituita.

UNA VITA BREVE – Turing visse solo 42 anni, nei due terzi dei quali produsse tali e tanti contributi scientifici innovativi da porlo tra i massimi scienziati di sempre. Si ritrovò molto giovane a Princeton, chiamato da Alonzo Church, un logico e matematico che in contemporanea a lui aveva risolto un difficile problema matematico, ma in maniera migliore. A Princeton in quegli anni lavoravano tra gli altri Einstein, Gödel e Neumann, per citarne alcuni. una compagnia che non mise in imbarazzo il giovane Turing negli anni che vi trascorse dal 36 al 38, ma che anzi si risolse in un fruttuose e mutue contaminazioni. Oltre ad arricchire il suo percorso accademico, si fece notare al punto che Neumann lo invitò a restare e partecipare a un so progetto. Ma Turing, mai scontato, rifiutò l’onore e l’opportunità per tornare in Gran Bretagna, che ormai era all’alba della guerra con la Germania.
LA CRITTOGRAFIA – Durante la guerra Turing conseguì uno dei suoi più noti successi, guidando il gruppo che costruì le prima macchine computazionali in grado (diremmo oggi) di craccare l’impenetrabile “codice enigma” con la bruta forza di calcolo di una macchina alimentata dall’elettricità. Turing non fu solo l’inventore, il costruttore e l’utente di uno dei primi computer al mondo, fu soprattutto il primo a formulare l’idea di una “macchina universale” capace di svolgere innumerevoli compiti a seconda di come è stata programmata. Fu anche un geniale crittografo, matematico tra i più distinti, compiendo incursioni brillanti anche nella chimica e nella biologia.
LA SUA MACCHINA – Le intuizioni matematiche e logiche di Turing non si contano, ripercorrendone la bibliografia sembra davvero impossibile ricordarle tutte e persino stabilire gerarchie d’importanza all’interno di un’opera tanto breve quanto incredibilmente intensa e di superba fattura. Sua la “Macchina di Turing“, incursione necessaria nella semantica per superare brillantemente il limite posto dal teorema dell’incompletezza dei sistemi formali di Gödel. Dicesi Macchina di Turing, una macchina che ha la funzione di distinguere tra un’intelligenza umana e una artificiale. Il problema di riconoscere l’intelligenza nelle macchine si pose fin da subito e Turing superò di slancio problemi come quello rappresentato proprio dal definire cosa sia un’intelligenza, ideando un test nel quale un operatore umano dialoga con una macchina e un altro operatore umano attraverso una tastiera, senza sapere quale dei due sia umano. Quando l’operatore si trovi di fronte all’incapacità di stabilirlo o pensi di avere a che fare con due umani, vorrà dire che la macchina ha dimostrato abbastanza da poter essere considerata intelligente come un umano.
Possono sembrare questioni sottili e poco rilevanti, ma sono questioni risolte le quali si sono aperte le porte dell’era informatica. Intuizioni e innovazioni grazie alle quali oggi siamo qui a scambiarci opinioni attraverso le macchine immaginate da Turing e alcuni altri pionieri. Tutti i giorni ci capita di usare macchine di Turing navigando in rete, anche se spesso non facciamo caso nemmeno a quelle che abbiamo sotto il naso, come ad esempio i CAPTCHA. Quelle finestre dove i siti ci chiedono d’inserire un codice “sporcato” con i colori o deformato nei caratteri, sono macchine di Turing. Più esattamente: ”Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart” o un “test di Turing completamente automatico per distinguere i computer dagli umani”, secondo l’acronimo che nel 2000 i suoi inventori hanno usato per battezzarlo.

E’ stato ucciso un ragazzo

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Ora lo si può scrivere, dire ad alta voce senza incorrere in alzate di spalle, senza sbattere contro il muro di gomma dell’indifferenza, senza subire minacce: è stato ucciso un ragazzo, si chiamava Federico Aldrovandi, aveva da poco compiuto 18 anni quando all’alba del 25 settembre 2005 incontrò sulla via di casa 4 agenti di polizia. Dopo un scontro durata mezz’ora lo hanno ucciso. La IV sezione della Corte di Cassazione ha confermato definitivamente  le sentenze di primo e secondo grado: Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani, Monica Segatto sono  colpevoli e condannati a tre e anni e sei mesi per eccesso in omicidio colposo. Una pena che avrebbe potuto essere più grave se solo fossero state fatte adeguate e normali indagini subito dopo la morte del ragazzo, se solo l’Italia avesse recepito nel proprio codice penale il reato di tortura, come da anni sollecita la Corte Europea dei diritti dell’uomo. “E una condanna storica, ha commentato Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Aldrovandi,  che dice basta ai falsi alibi, ai depistaggi. Nessun uomo che indossa una divisa può sentirsi al di sopra della legge, protetto da una alone impenetrabile di impunità”.
“Dopo sette anni respiro aria di giustizia, ha commentato subito dopo la sentenza il papà di Federico Lino Aldrovandi, ma ora giustizia e dignità  per tutti gli altri, si chiamino Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli. Ora chiedo anche al prefetto Manganelli che mantenga gli impegni presi davanti a me e a mia moglie. Il carcere non mi interessa, questi quattro agenti infangano l’onore della divisa che indossano, devono abbandonare la polizia. Tre sentenze dicono che quanto meno non sono adatti a svolgere questa professione”.
Molta gente ha accolto in silenzio la lettura della sentenza avvenuta alle 19.30. Parenti, amici, rappresentanti di comitati, altre donne che con Patrizia Moretti sono impegnate nel chiedere verità e giustizia per i loro cari.
“Senza il coraggio della famiglia Aldrovandi oggi non si parlerebbe di mio fratello, ha commentato,Ilaria Cucchi, sono stati i loro ad indicarci una strada, fatta di civiltà e di fiducia nella giustizia”.
“Una sentenza che toglie la licenza di uccidere, vorrei per sempre, dice Lucia Uva. Finalmente ad essere processati e condannati non sono veri o presunti drogati e ubriachi, ma persone che in nome dello stato avrebbero dovuto tutelarli”
“Una sentenza che mi dà il coraggio e la speranza di continuare, commenta infine Domenica Ferrulli. Mio padre è morto nelle stesse circostanze di Federico. Le indagini sono state immediate e serie e presto ci sarà un processo.”
Alla lettura della sentenza non erano presenti né gli imputati, né i loro difensori.

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