Tutto esaurito per ‘Girlfriend in a coma’ Emmott: “Dopo il voto forte instabilità”

“L’Italia arriva a queste elezioni come un Paese disperato. Dopo il voto prevedo forte instabilità”. Così l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott, a Milano per la proiezione del suo ‘Girlfriend in a coma‘, il documentario sull’Italia realizzato con la regista Annalisa Piras che ieri ha riempito il teatro Elfo Puccini. Un’accoglienza prevedibile per quello che sarà ricordato come il film più discusso della campagna elettorale. Una fotografia che racconta le eccellenze ma soprattuto la crisi di una nazione che annega nella corruzione e nel malcostume delle sue classi dirigenti. La narrazione degli eventi si alterna a passi della Divina Commedia: “Un messaggio che spero segni l’inizio di un movimento di consapevolezza e di cambiamento”. Il film doveva essere proiettato al Maxxi di Roma il 13 febbraio ma per “ferree disposizioni” del Ministero delle Attività culturali (da cui il Maxxi dipende) l’appuntamento è slittato di Francesca Martelli

Tutto esaurito per ‘Girlfriend in a coma’ Emmott: “Dopo il voto forte instabilità” 

Processo farsa a Gaza: pena ridotta agli assassini di Arrigoni

ImmagineAl termine di un processo ridicolo l’Alta Corte Militare di Gaza ha accettato il ricorso di due dei tre salafiti condannati per il rapimento e l’omicidio di Vittorio Arrigoni. L’iniziale condanna all’ergastolo ridotta a 15 anni.


Lo scorso settembre, nonostante un processo segnato da numerose irregolarità e punti oscuri, una corte di Gaza aveva condannato all’ergastolo e ai lavori forzati Tamer Hasasna e Mahmud Salfiti, ritenuti responsabili del sequestro e dell’assassinio, il 15 aprile del 2011, dell’attivista e giornalista italiano Vittorio Arrigoni.

Ma questa mattina al termine di un breve processo d’appello l’Alta Corte militare della Striscia ha ampiamente ribassato le condanne, portandole a soli 15 anni di reclusione, scatenando la rabbia dei parenti e degli amici di Vik e insinuando il sospetto in alcuni che il processo sia stato una farsa sin dall’inizio. E che in fondo i salafiti ritenuti responsabili del rapimento e dell’omicidio siano stati lo strumento di un meccanismo assai più ampio all’interno dell’establishment della Striscia e non solo. Ora è lecito ritenere che i due assassini non sconteranno granché della loro pena, ampiamente decurtata e che presto chi ha ordito il tutto conceda loro una qualche forma di libertà entro tempi relativamente brevi.

Intervistata dall’agenzia Nena News, la cooperante italiana Meri Calvelli, presente all’udienza di questa mattina, riferisce che “tutto era stato deciso prima, il processo di appello è durato cinque minuti”. “Non c’e’ stato dibattimento – prosegue Calvelli – i giudici si sono limitati a comunicare di aver accolto l’appello presentato dai condannati e di aver pertanto ridotto la pena a 15 anni”. 

Domenica prossima è prevista la sentenza di appello per il terzo componente della banda che rapì Arrigoni, quel Khader Jram condannato solo a 10 anni per collaborazione coi sequestratori. E che, se prevarrà lo stesso meccanismo andato in scena oggi per gli altri due imputati, potrebbe essere assolto o comunque liberato con una pena irrisoria.

Processo farsa a Gaza: pena ridotta agli assassini di Arrigoni.

Nel cantiere di Virano

Nel cantiere di Virano…Succedono cose strane…le spese sono un po’ gonfiate, la ruggine diventa zinco, i pagamenti alle ditte amiche sono veloci. C’E’ SOLO UN PICCOLO PROBLEMA
L’architetto/commissario omette nelle sue presentazioni la provenienza dei soldi che elargisce con tanta generosità: SONO SOLDI PUBBLICI.

L’Aquila, terremotati per sempre

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Il piano di ricostruzione è fermo. La città è abbandonata. I soldi per farla tornare a vivere sono finiti. E come se non bastasse, sono tornate le scosse. Viaggio in un territorio martoriato
 
di Emilio Fabio Torsello
 
Basterebbe andare a vedere. Basterebbe camminare per le vie del centro storico dell’Aquila, di Onna, di San Gegorio, di Paganica, di ciò che resta di Tempèra, per misurare le bugie di quanti raccontano che “L’Aquila è stata ricostruita”, che “l’obiettivo è stato raggiunto”. La verità è che nella città più martoriata dell’Abruzzo e nelle frazioni, tutto è imbalsamato, puntellato, tenuto su da pesanti travi di legno su cui scolorano i nomi incisi dei gruppi dei Vigili del Fuoco che le costruirono. 

“Non ci sono i soldi”. Il Piano di Ricostruzione dell’Aquila e delle frazioni già approvato, a quasi quattro anni dal terremoto è per lo più fermo. “Sono finiti i due miliardi stanziati – spiega Pietro Di Stefano, assessore del comune dell’Aquila alla Ricostruzione – e adesso si naviga a vista. Manca un afflusso costante di denaro e bisogna contrattare anno per anno con il Governo. Adesso, ad esempio, una delibera del Cipe del dicembre scorso ha sbloccato 150 milioni, un residuo di contabilità che non ci era stato assegnato dal Commissario, soldi che sono stati già impegnati. Siamo in attesa di altri 660 milioni ma tutto è sempre molto precario”. A mancare, infatti, è un piano strutturato di finanziamento che invece si ridefinisce anno per anno: “queste procedure non aiutano la programmazione degli interventi. Per il sisma in Emilia – prosegue – è stata decisa un’accisa in modo da reperire subito i fondi per le popolazioni, vorrei capire per quale motivo nel 2009 si decise che per un territorio come il nostro, così pesantemente colpito dal terremoto, interventi straordinari di quel tipo non erano necessari. Il risultato è una contrattazione sui fondi che snerva qualsiasi ampio respiro di ricostruzione”.

Ci si prepara alle tende. E come se non bastasse sono tornate le scosse, lo sciame ha ricominciato lo scorso sabato 16 febbraio. La terra ha tremato cinque volte in una notte, la scossa più forte alle due, mentre in molti dormivano, 3.7 Richter. Poi altre quattro. In tutto undici in poco meno di 48 ore. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha invitato i cittadini “ad agire secondo coscienza, con la consapevolezza che il Comune è pronto a garantire riparo con strutture adeguate e personale preparato”. E ha spiegato di aver allestito tre tende riscaldate per quanti volessero passare la notte fuori da casa ma senza patire il freddo. L’impressione è che l’emergenza non sia mai davvero finita. Che sia stata solo un annuncio, un po’ come quando dalla portaerei Bush dichiarò vinta la guerra contro Saddam, la realtà successiva avrebbe raccontato attentati e morti per anni.

“In classe in 10 fumano ‘roba'”. A sottolineare come all’Aquila l’emergenza non sia terminata, soprattutto a livello sociale, sono anche gli studi di medicina sul disagio psichico, con frequenti trattamenti sanitari obbligatori e la diffusione degli stupefacenti pesanti e leggeri. “La droga all’Aquila c’è sempre stata, racconta uno studente di uno dei licei della città che chiede di restare anonimo, ma dopo il terremoto la loro diffusione è aumentata vertiginosamente. A scuola gira anche cocaina. Una volta, prosegue,  a un nostro compagno si ruppe una bustina di droga nello zaino. Se vuoi drogarti sai dove andare. Solo nella mia classe – aggiunge dopo un attimo di silenzio – almeno dieci persone fumano “roba” e in tutto siamo poco più di venti alunni”. 

Scuole precarie. E proprio nel centro dell’Aquila c’era uno dei licei principali della città, dentro lo stabile di Palazzo Quinzi, oggi completamente inagibile. “Era stato ristrutturato pochi anni prima del terremoto – spiega Liliana Farello, 19 anni, una studentessa universitaria, fino all’anno scorso al liceo Cotugno, che la sera mi accompagna a vedere la sua vecchia scuola – durante il terremoto sono crollate anche le scale: avrebbe potuto ospitare poche centinaia di persone ma dentro eravamo più di mille”. E le vie di fuga: una stradina larga meno di una transenna, via Antinori, stretta tra la scuola e un altro edificio, anch’esso puntellato. Poco distante, davanti la chiesa di Santa Margherita, una fontana perfettamente ristrutturata svetta in mezzo al nulla, tra puntellamenti e travi che sorreggono palazzi vuoti. Su tutto regna un silenzio spettrale che di sera diventa un’assenza di vita opprimente. Interrotta in lontananza dal motore delle camionette dei militari che con il riscaldamento acceso, si proteggono dal freddo. Anche loro sono ancora lì. E gli istituti scolastici adesso sono stati trasferiti nei moduli provvisori, i cosiddetti Musp.

L’Aquila, terremotati per sempre – l’Espresso.

Desaparecidos, i figli in Italia?

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Le Madri de Plaza de Mayo cercano anche nel nostro Paese i bambini che furono sottratti ai perseguitati dal regime argentino e adottati sotto falso nome. I casi (uomini e donne nati tra il ’75 e l’83) potrebbero essere un’ottantina. E l’inchiesta riporta alla luce le complicità dell’epoca tra la nostra ambasciata a Buenos Aires e la dittatura militare

di Angela Nocioni

Se sei nato tra il 1975 e il 1983, hai origini argentine e qualcosa nella tua identità non ti convince, contattaci per favore: 06 48073300, dirittiumani@ambasciatargentina.it». L’appello è firmato dall’ambasciata di Buenos Aires a Roma e segnala ufficialmente che potrebbero essere arrivati anche nel nostro Paese bambini sottratti alle vittime della dittatura militare argentina (1976-1983). Le Madri de plaza de mayo, i cui figli per lo più giovanissimi furono sequestrati e fatti sparire in quei tragici anni, hanno ragione di credere che alcuni dei bambini sottratti a prigioniere incinte, uccise subito dopo il parto, possano essere in Italia. E li stanno cercando.

Sono almeno 500 i figli di desaparecidas iscritti con cognomi falsi all’anagrafe da persone che li hanno poi fatti crescere come figli propri senza mai rivelare loro la verità. Spesso si tratta di famiglie di militari, o vicine al regime, considerate allora ideologicamente adatte a educare un bambino lontano dal possibile contagio della sovversione. Di quei 500 ne sono stati ritrovati finora 107. Quasi tutti in Argentina, ma alcuni anche in Perù e in Uruguay. 

In Italia finora i casi in esame sono tre, due uomini e una donna (ma i sospetti delle Madri riguardano un’ottantina di casi). Impossibile trovare una conferma di ciò all’ambasciata argentina, che mantiene su questo un assoluto rispetto della privacy. A occuparsi delle segnalazioni c’è un diplomatico spedito apposta da Buenos Aires, il ministro per i diritti umani Carlos Cherniak. Che spiega: «E’ stato firmato da tempo un accordo, tra l’ex ministro Frattini e il ministero degli Esteri argentino, perché la commissione istituzionale argentina che si occupa di queste indagini, la Conadi, possa avere accesso con la garanzia del rispetto della privacy agli archivi dell’ambasciata e del consolato italiani negli anni della dittatura. Quei documenti si trovano alla Farnesina e sono preziosi». 

La sottosegretaria agli esteri del governo Monti, Marta Dassù, è andata a Buenos Aires e ha consegnato una cinquantina di fascicoli. Un atto simbolico. I documenti sono più di 6 mila. Lì dentro ci sono nomi, date e dettagli fondamentali per scoprire la verità. In un’inchiesta difficile come questa trovare in un registro una minuscola coincidenza può essere determinante. L’ambasciata italiana ebbe complicità gravissime con il regime militare. Enrico Calamai, allora giovane console a Buenos Aires, dovette lavorare da solo e in gran segreto per consentire a perseguitati di sfuggire al sequestro. Salvò un centinaio di persone. Ma lo fece di nascosto dai suoi superiori, a suo rischio, e fu trasferito di sede in un batter d’occhio.

Desaparecidos, i figli in Italia? – l’Espresso.

Il veleno è in tavola

Il caso dei tortellini al cavallo ritirati dal mercato è solo la punta dell’iceberg. Perché le sofisticazioni alimentari, dalla carne in poi, sono una pratica diffusa. E non si tratta di semplici truffe, ma di reati che ci rovinano la salute

di Emiliano Fittipaldi

La Nestlè ha ritirato i tortelli e i ravioli commercializzati dalla Buitoni. Motivo? Dopo alcune analisi sugli ingredienti, la multinazionale svizzera che controlla il marchio ha scoperto tracce (pari all’1 per cento) di Dna equino. In pratica, invece del manzo è stato messo nel ripieno un po’ di carne di cavallo. «Nessun pericolo per la salute», si è affrettata ha chiarire l’azienda. Nelle ultime settimana altri due scandali in Inghilterra hanno fatto tremare i consumatori: in alcuni hamburger congelati erano state trovate grandi quantità di carne equina, così come carne di cavallo era nel ripieno delle lasagne Findus.

Anche qui le industrie alimentari hanno cercato di gettare acqua sul fuoco, spiegando che i subappaltatori avrebbero usato i cavalli perché più economici sul mercato, in modo da alzare il fatturato. Una truffa, semplicemente. Una relazione della commissione parlamentare britannica ha parlato invece, per gli hamburger, di uno «scandalo da togliere il respiro», perché la probabilità che non siano rispettati gli standard igienici e ci siano quindi rischi per la salute è altissima.

Chi vi scrive nel 2010 ha pubblicato un libro (Così ci uccidono, Rizzoli) in cui si analizza il fenomeno. Perché dopo la mucca pazza, il pollo con l’aviaria, la peste suina e l’afta epizootica sulla carne si è concentrato ogni angoscia alimentare dell’ultimo decennio. Allarmi spesso ingiustificati, con false pandemie che hanno generato panico e profitti mostruosi per le multinazionali farmaceutiche che hanno venduto vaccini e medicine agli Stati di tutto il mondo.

Ma la carne, però, può far male davvero soprattutto se se ne mangia troppa, mentre la sua produzione è una delle cause principali del cambiamento climatico del pianeta: tra emissioni per produzione e trasporto e gas prodotti dal sistema digerente degli animali e dal letame. Ed è, sempre più spesso, intrisa di sostanze che colpiscono la nostra salute. 

Partiamo dal 2008, in Canada, dodici persone muoiono per una partita di carne infetta. Il killer è un batterio che si chiama “listeria monocytogenes”, e spesso appare minaccioso nel bollettino della Ue. Migliaia di tonnellate di confezioni già finite sui banchi vengono ritirate dal mercato: la Maple Leaf Food di Toronto vende insaccati anche alle aziende che riforniscono grandi catene di fast food e supermercati, il terrore si propaga in mezzo Stato. In America, nell’autunno 2007 a Cold Springs, profondo Minnesota, la signora Smith aveva deciso che quella sera avrebbe preparato una cena a base di patatine al forno, insalata e hamburger. Non poteva sapere che sua figlia Sthefanie, 22 anni, sarebbe entrata in coma dopo poche ore, e che dopo nove settimane di agonia sarebbe finita, paralizzata, su una sedia a rotelle. Tutta colpa della carne: venduta dalla Cargill come “angus beef di prima qualità”, era in realtà un mix schifoso fatto di scarti di macello di vari stabilimenti, una poltiglia che conteneva un colibatterio killer, la salmonella più pericolosa di tutte, la O157:H57. 

Il caso di Sthefanie è finito in prima pagina sui giornali a stelle e striscie, New York Times in primis. Il caso della studentessa Daniela N., chiamiamola così, no. Nessuno in Italia ne ha parlato. Eppure, è ugualmente drammatico: dopo aver mangiato carne trattata da un macellaio di Catania con solfito di sodio, sostanza che blocca il processo di decomposizione lasciando inalterato il colore dei pezzi di bovini, subì uno choc anafilattico devastante. Era allergica ai nitrati e ai solfiti. Per colpa del conservante finì in coma per giorni. Quando si svegliò i danni celebrali erano gravissimi. Oggi è immobilizzata nel letto della sua camera. Il macellaio è stato condannato in primo grado, come ricorda l’Ansa il 13 giugno 2008, a 6 anni di reclusione e a pagare 200 mila euro alla famiglia.

Daniela è stata solo sfortunata, o quello che le è capitato può accadere a chiunque? In Italia sono centinaia le persone avvelenate ogni anno da fettine, cotolette, salsiccie e salumi sofisticati o di pessima qualità. I bimbi sono la categoria più a rischio: secondo l’Istituto superiore di sanità alla fine del 2008 si contavano una quarantina di casi sospetti di Escherichia coli, un’infezione che può anche avere conseguenze invalidanti. Il batterio è trasmesso dalle mucche attraverso il latte o la carne mangiata mezza cruda. Casi più gravi in Lombardia, Veneto, Emila Romagna, Campania, Puglia, nei dintorni di Roma.

 

Il veleno è in tavola – l’Espresso.